Pubblicato il: mar, Nov 4th, 2014

Quando l’antimafia parte dall’Università – La parola ai giovani del Presidio bolognese

di Giulia Mazzetto

Si è conclusa domenica 26 ottobre la terza edizione di “Contromafie, gli Stati generali dell’antimafia”, evento organizzato da Libera per riunire a Roma tutte le realtà italiane ed estere che rifiutano la criminalità organizzata. L’iniziativa ha avuto luogo in uno dei momenti forse più difficili dell’esperienza dell’Associazione, in seguito alle minacce di morte rivolte al suo fondatore don Luigi Ciotti dal capo dei capi Totò Riina, forti minacce che hanno confermato come l’operato di Libera dia davvero fastidio alle mafie. Ne abbiamo parlato con Pietro Adami, tra i fondatori del Presidio universitario di Bologna.

Da quanto esiste Libera Emilia Romagna e come si articola?

Libera Emilia Romagna nasce nel 2006, ed è una delle prime realtà regionali dell’Associazione a prendere vita. È formata da un coordinamento a livello regionale, che tiene insieme le fila delle diverse iniziative regionali, mentre a livello provinciale esistono dei coordinamenti legati appunto alla provincia. Vi sono poi i Presidi, che si dividono a loro volta in territoriali e studenteschi: i primi svolgono una funzione di controllo e radicamento sui singoli territori, mentre i secondi sono soprattutto legati ad attività all’interno della scuola e dell’università. Il Presidio universitario di Libera Bologna è stato intitolato nel 2012 alla memoria degli otto ragazzi della casa dello studente di L’Aquila che il 6 aprile 2009 hanno perso la vita nel crollo del palazzo in cui vivevano: vittime “non ufficiali” della mafia, ma della corruzione e del malaffare, che ormai coinvolgono trasversalmente l’Italia da Nord a Sud.

I ragazzi del Presidio Universitario di Bologna

I ragazzi del Presidio Universitario di Bologna

Quali sono i vostri obiettivi sul territorio?

Il nostro obiettivo sul territorio vuole innanzitutto essere quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema delle mafie e del loro radicamento, fenomeni purtroppo percepiti come meridionali, ma che in realtà coinvolgono gravemente tutta l’Italia e quindi anche l’Emilia Romagna. Siamo inoltre impegnati attivamente in varie collaborazioni con gli organi istituzionali, in primis Regione ed Enti Locali, con cui portiamo avanti iniziative di concreto contrasto alla criminalità organizzata. Porto solo un esempio: a Modena e a Bologna sono nati due sportelli SOS Giustizia, che fungono da sostegno alle vittime dell’usura troppo spesso abbandonate a se stesse. Siamo infine presenti come parti civili nei processi legati alle cosche mafiose, primo fra tutti il cosiddetto processo “Black Monkey”, che si celebra proprio qui a Bologna e vede indagato il clan Femia per associazione mafiosa e reati legati al gioco d’azzardo. Nel nostro piccolo portiamo avanti lo stesso percorso culturale e sociale che a livello nazionale Libera sostiene dal 1995: un percorso di antimafia sociale, che crede fortemente nella tutela dei diritti e della giustizia, nella vicinanza ai familiari delle vittime delle mafie, nella memoria e nel ricordo come punto di partenza nel nostro impegno civile. In questo periodo ci stiamo soprattutto impegnando a preparare una serie di iniziative in vista del 21 marzo 2015, giorno in cui si terrà la giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie che quest’anno avrà luogo qui a Bologna. Le iniziative, all’interno di un percorso denominato “Cento passi”, sono volte a sensibilizzare la cittadinanza sul radicamento delle mafie anche nel nostro territorio e sosterranno le campagne nazionali che Libera ha lanciato, come “Riparte il futuro” contro la corruzione e “Miseria Ladra”, contro la povertà culturale, economica e di futuro.

Dopo le minacce rivolte da Totò Riina al PM Nino di Matteo, ora è toccato al vostro Presidente, Don Luigi Ciotti.

Sì, il 2 ottobre siamo scesi in piazza come gesto di solidarietà per Don Luigi, attaccato con parole durissime da Totò Riina nei suoi dialoghi in carcere con Lorusso. Mai erano state rivolte minacce così gravi al fondatore di Libera, che tra l’altro è stato messo al corrente delle stesse a distanza di un anno da quando sono effettivamente state pronunciate. Queste inquietanti minacce seguono quelle rivolte da Riina a Nino Di Matteo, magistrato impegnato in primo piano nella ricerca di verità nel processo sulla trattativa tra la mafia e una parte dello Stato. Al grido di “Noi siamo tutti Don Ciotti”, abbiamo voluto sottolineare grande vicinanza al nostro fondatore e dimostrare che non saranno certo delle minacce a fermare il nostro percorso comune e condiviso, perché, come dice sempre Don Luigi: «Siamo un noi, nessuno viaggia da solo!» Il pericolo di ritornare alla terribile stagione stragista del ’92-’93 c’è e non possiamo ripetere gli errori del passato, in cui i magistrati venivano lasciati soli.

Proprio Don Ciotti, qualche settimana fa a Pescara, ha dichiarato che la forte crisi economica e sociale di questi anni ha favorito e rafforzato le mafie, con la conseguenza che in questo periodo non solo non si deve abbassare la guardia ma l’attenzione deve essere ancora maggiore. Condividi queste parole?

Assolutamente. Purtroppo la crisi economica ha impoverito gli italiani e ha continuato a far ingrassare mafiosi e corrotti. Approfittando della crisi, questi hanno sfruttato le debolezze umane con fenomeni come il racket e l’usura. Il Pil delle organizzazioni criminali continua ad aumentare, preoccupa soprattutto l’ndrangheta, ormai protagonista di primissimo piano anche a livello internazionale. Dobbiamo quindi essere sempre vigili ed attenti, perché è proprio nei momenti di recessione economica e culturale che le mafie attecchiscono in modo ancor più parassitario. Come diceva il generale Carlo Alberto dalla Chiesa: «Le mafie danno come favori quelli che dovrebbero essere diritti».

Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. (Fonte: sestopotere.com)

Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera.

Lo Stato però deve contribuire facendo la sua parte. Il nostro giornale si è di recente occupato dell’incresciosa situazione in cui si trova il testimone di giustizia Tiberio Bentivoglio, che dopo aver denunciato le cosche reggine della ‘ndrangheta è ora in uno stato di abbandono, anche da parte di quelle istituzioni che dovrebbero tutelarlo e sostenerlo. Libera gli è a fianco in questa battaglia: credi che la legislazione in materia di testimoni di giustizia e soprattutto di beni confiscati alle mafie debba subire qualche cambiamento per funzionare in modo migliore?

Abbiamo ospitato Tiberio Bentivoglio ad un incontro un anno e mezzo fa, insieme ad altri imprenditori calabresi vittime delle minacce ‘ndranghetiste, e abbiamo ascoltato il suo terribile dramma, causato non soltanto dal malaffare ma anche dal vergognoso silenzio dello Stato. Dobbiamo assolutamente evitare che si diffonda l’idea che stare dalla parte della legalità voglia dire trovarsi abbandonati, e che perciò non convenga. Libera chiede che i testimoni di giustizia siano valorizzati come risorse e supportati nel loro percorso di reinserimento lavorativo e sociale, sia con un adeguato sostegno economico, sia con la collaborazione di personale specializzato che offra loro un valido aiuto psicologico che gli permetta poi anche di avere un peso nella scelta della propria vita dopo le denunce. Anche la legislazione sui beni sequestrati e confiscati è tuttora poco efficace, c’è bisogno di una riorganizzazione dell’Agenzia nazionale ed una maggior tutela della continuità aziendale e lavorativa dopo il sequestro. La campagna di Libera “Io riattivo il lavoro” si occupa proprio di questo tema.

Infatti Libera è molto attenta all’argomento dei beni confiscati alla criminalità organizzata, sia con i campi di volontariato estivi sia con il progetto “Libera Terra”.

Sì, dalla legge 106 del 1996, che Libera e Gruppo Abele hanno proposto con il sostegno di più di un milione di firme, è iniziato un percorso di riutilizzo sociale dei beni confiscati. Sono nate cooperative in tutta Italia che hanno restituito alla collettività tali beni, togliendo così un grosso potere simbolico ai mafiosi. Le cooperative ogni estate accolgono centinaia di ragazzi che, attraverso il progetto “Estate Liberi”, danno gratuitamente una mano operando concretamente in vari modi sui territori un tempo mafiosi, trasformandoli così in spazi di bene comune. Le cooperative spesso fanno fatica ad andare avanti, tra mille difficoltà economiche, minacce e generale indifferenza, ma forniscono prodotti di ottima qualità grazie a “Libera Terra” e rappresentano l’alternativa migliore ai soprusi criminali. Proprio in questi giorni sta nascendo, tra l’altro, una cooperativa a Castelvetrano dedicata alla memoria di Rita Atria.

La mafia ormai non è più identificata solo nel boss con coppola e lupara, ma anche nella cosiddetta “criminalità dei colletti bianchi”. La norma che avrebbe introdotto nel nostro ordinamento il reato di autoriciclaggio è però ancora bloccata in Parlamento. Corruzione e mafia, soprattutto al nord, sono due facce della stessa medaglia?

Purtroppo mafia e corruzione vanno ormai di pari passo ed è difficile rimanere ottimisti. Mose, Expo, Tav sono tutti esempi di commistione tra infiltrazioni della criminalità organizzata, crimine finanziario ed una diffusa cultura della corruzione. Sono oltretutto episodi legati al Nord Italia, a dimostrazione, se ce ne fosse ancor bisogno, che parlare di mafia solo al Sud al giorno d’oggi è surreale. La legge 109 del 2012, la cosiddetta legge Severino, è un’arma spuntata contro molti reati, a cominciare dal fatto che non punisce autoriciclaggio e falso in bilancio e non tutela a sufficienza chi denuncia i casi di corruzione, attuando il cosiddetto whistleblowing. Quindi sono sicuramente necessarie delle riforme legislative incisive, ma ancor prima deve esserci uno scarto culturale nel Paese che permetta di superare questo senso comune di accettazione e rassegnazione per l’evasione, le tangenti e tutti i sistemi clientelari. La zona grigia, di cui la mafia si serve e con cui collabora, con gli attuali strumenti normativi è assai difficile da contrastare.

Libera si è costituita parte civile nell’ambito del processo sulla presunta trattativa Stato-Mafia. Si è molto discusso, a livello giuridico e mediatico, sulla decisione adottata dalla Corte d’Assise di Palermo di non permettere la presenza alla deposizione del Capo dello Stato, neppure in videoconferenza, dei boss Riina e Bagarella, di Mancino, ma anche della parte civile che ne aveva fatto richiesta (l’Associazione dei familiari della strage di via dei Georgofili). Voi vi siete fatti un’opinione in proposito?

Libera ha deciso di costituirsi parte civile in questo processo perché ritiene fondamentale che si faccia luce su quei terribili anni che hanno visto uomini dello Stato trattare con mafiosi nella totale segretezza e per interesse soprattutto personale. Come ogni processo in cui Libera è parte civile, riteniamo che tutti gli italiani abbiano subito un grande danno e abbiano dunque diritto ad un risarcimento. Per quanto riguarda la deposizione del Capo dello Stato, certamente sarebbe stato interessante poter vedere l’udienza pubblicamente, almeno questo è il mio giudizio personale visto che l’associazione non ha espresso un’idea comune. Sono comunque fiducioso che tutto ciò che è stato detto venga poi reso pubblico a seguito delle trascrizioni. (leggi il verbale integrale della deposizione del Presidente della Repubblica)

L'assemblea plenaria di apertura dell'evento Contromafie. (Fonte: contromafie.it)

L’assemblea plenaria di apertura dell’evento Contromafie.

A Roma, dal 23 al 26 ottobre scorsi, si è tenuta un’interessante iniziativa denominata “Contromafie, gli Stati Generali dell’Antimafia”. Ce ne parli?

“Contromafie, gli Stati Generali dell’Antimafia”, sono stati quattro giorni di dibattiti, incontri e seminari a cui hanno preso parte 7 mila partecipanti, suddivisi in 30 gruppi di lavoro con oltre 200 relatori, con contributi di magistrati, esponenti del sindacato, del volontariato, del terzo settore, dell’università, giornalisti, scrittori, amministratori e uomini politici. Libera, nata vent’anni fa e promotrice culturale e politica di numerosi cambiamenti a livello legislativo e sociale, ha sentito l’esigenza di organizzare il terzo Contromafie della sua storia (il primo era stato nel 2006, il secondo nel 2009) per proporre, dopo un intenso confronto, dieci punti chiave che fungano da manifesto antimafia e rappresentino un vero e proprio imperativo categorico di spinta e cambiamento di questo Paese. Dall’introduzione del reddito di cittadinanza e dei reati ambientali, alla tutela dei giornalisti contro le querele temerarie, ad una nuova ed incisiva legge anticorruzione, che equipari mafiosi e corrotti relativamente ai sequestri: il manifesto abbraccia trasversalmente tutti i temi che più ci stanno a cuore e che portiamo all’attenzione del legislatore e della società. Ma non saranno solo dieci punti buttati su carta che finiranno nel dimenticatoio, saranno piuttosto il motore che alimenterà ogni nostra attività nei mesi a venire e che ci vedrà impegnati finché non verranno recepiti dal Parlamento, perché come ha detto Don Luigi a conclusione di Contromafie: «Da domani non sarò più lo stesso».

In conclusione, cosa possiamo fare concretamente nei nostri territori per combattere efficacemente ogni tipo di criminalità organizzata e per abbattere una volta per tutte il luogo comune che la mafia sia un problema soltanto del Sud?

Ognuno, nel proprio territorio, deve a mio avviso partire da sé stesso e dalla propria coscienza. L’ha ricordato Nando Dalla Chiesa proprio all’iniziativa di Roma: alle mafie, che traggono forza dalle tre C, complici, codardi e cretini, bisogna rispondere con altre tre C, correttezza, coraggio e competenza. È fondamentale inoltre che si torni a mettere al centro la dignità e i diritti dell’uomo, perché sono i migliori anticorpi al radicamento mafioso. E infine, ultimo ma non per importanza, c’è un dovere civile di informazione che scalfisca pregiudizi e preconcetti e che permetta di conoscere profondamente la propria realtà territoriale.