Pubblicato il: mar, Ott 14th, 2014

Tiberio Bentivoglio, la storia di un testimone di giustizia abbandonato dallo Stato

di Giulia Mazzetto

Ha chiesto di poter utilizzare uno dei tanti immobili confiscati alla ‘ndrangheta per trasferire la sua azienda ormai sull’orlo del fallimento, ma l’Agenzia dei beni confiscati gli ha chiesto un affitto improponibile: 4mila euro al mese per la locazione. E intanto Equitalia ha avviato le procedure per vendere la sua casa all’asta. È la vergognosa storia di Tiberio Bentivoglio, imprenditore 61enne di Reggio Calabria, che da 22 anni vive dentro un incubo per essersi comportato da uomo onesto diventando testimone di giustizia. Costretto a subire una lunga serie di attentati, culminanti in un tentato omicidio da parte delle cosche, ora si sente abbandonato anche dalle istituzioni che lo dovrebbero sostenere (firma la petizione).

L'imprenditore reggino Tiberio Bentivoglio, testimone di giustizia. (Fonte: calabriaonweb.it)

L’imprenditore reggino Tiberio Bentivoglio, testimone di giustizia. 

Tutto ha inizio il 25 aprile 1992 quando Bentivoglio, felice per l’andamento dei propri affari, decide di ampliare il suo negozio di articoli sanitari, non sapendo di cominciare una battaglia senza esclusione di colpi. Reo di aver rifiutato qualsiasi contatto con i sistemi malavitosi reggini, riceve infatti un primo avvertimento mentre sono ancora in corso i lavori, subendo un grosso furto nei nuovi locali che lo mette subito in ginocchio. Poi nel 1998, tanto per chiarire chi comanda, la ‘ndrangheta gli brucia un furgone e commette un altro furto negli spazi adibiti a deposito, provocando una rilevante perdita economica alla sua attività. Ma Bentivoglio non cede e rifiuta per l’ennesima volta di pagare il pizzo e mettersi a disposizione delle richieste mafiose, così nel 2003 arriva la bomba che gli devasta l’emporio, seguita a ruota da un altro incendio doloso nel 2005.

Grazie a delle inequivocabili intercettazioni ambientali, nonostante la lentezza della macchina giudiziaria e la presa di distanza di molte istituzioni, non costituitesi parti civili nei processi, Bentivoglio, con il costante supporto della sua famiglia e di Libera, riesce ad ottenere giustizia quando i responsabili malavitosi vengono finalmente condannati per associazione a delinquere di stampo mafioso. Ma, come diceva Falcone, per identificare questi criminali bisogna far riferimento a due animali: le iene, per la ferocia, e gli elefanti, per la memoria: ecco infatti che il 9 febbraio 2011, ad un anno esatto dalla sentenza di condanna, la ‘ndrangheta ricompare, e questa volta alzando il tiro. All’alba, mentre si sta recando nel suo frutteto, degli uomini gli sparano addosso cercando di ucciderlo e solo il caso ha voluto che il proiettile fatale si fermasse nel marsupio di cuoio che quel giorno portava a tracolla sulle spalle. «Gli autori del tentato omicidio a oggi restano ignoti, mentre io continuo a trascinarmi su una sola gamba in quanto l’altra ha riportato lesioni permanenti causati dai proiettili» racconta Bentivoglio. Da quel momento gli è stata potenziata la scorta, ora innalzata al terzo livello, identificante una persona “ad alto rischio”.

L’imprenditore racconta di essersi sentito molte volte abbandonato in questi anni di calvario: quando, riconosciuto vittima di mafia, per ricevere un minimo risarcimento ha dovuto attendere troppo tempo e nel frattempo le banche continuavano a chiedergli di rientrare nei fidi; quando è stato interdetto ed iscritto alla centrale rischi dagli istituti di credito perché non ce l’ha più fatta ad onorare gli impegni presi e i fornitori hanno cominciato a servirlo solo con bonifici anticipati; quando nessuna compagnia gli ha più voluto assicurare il negozio per i troppi attentati. Si è sentito perduto quando molti clienti hanno iniziato a deviare su altri negozi; quando anche gli ultimi amici l’hanno abbandonato scrutando con sospetto la sua vita sotto scorta e quando, terminate le udienze, usciva dalle aule dei Tribunali «accompagnato solo dal mio legale, mentre fuori numerosi e con sorriso sfottente, c’erano gli amici dei criminali».

Striscione esposto a Reggio Calabria in supporto di Bentivoglio. (Fonte: cn24tv.it)

Striscione esposto a Reggio Calabria in supporto di Bentivoglio. 

Pensava di aver visto tutto Bentivoglio, ma si sbagliava: ora il suo locatore gli ha notificato lo sfratto dei locali sede della sua attività e, alla richiesta di assegnazione di un bene confiscato alle mafie per poter continuare a esercitare la propria attività, l’Agenzia nazionale dei beni confiscati gli ha domandato un canone di circa 4mila euro al mese, che anche al capo della Procura di Reggio Calabria Cafiero De Raho appare palesemente fuori mercato. In più, in questi giorni Equitalia gli ha inviato l’avviso di vendita all’asta della sua abitazione, già ipotecata da oltre un anno, perché da nove non paga più i contributi dei due dipendenti che gli sono rimasti. Grazie alla Legge 44 del 1999, a tutela delle vittime di usura e di estorsione, la procedura esecutiva era stata sospesa, ma, poiché il provvedimento non è prorogabile, il 30 settembre, appena cinque giorni dopo la ripresa della decorrenza dei termini, una puntualissima Equitalia gli ha bussato alla porta con la notifica dell’apertura dell’iter di sfratto.

«È come se i soggetti istituzionali che dovrebbero concorrere alla soluzione del problema intervengano per porre altri problemi» dichiara il Procuratore Cafiero De Raho. Tiberio Bentivoglio ha scritto appelli, sino ad ora inascoltati, al Consiglio Regionale della Calabria, alla Commissione Parlamentare Antimafia e al Ministro dell’Interno Alfano, ribadendo di essere fiero e convinto delle sue scelte, ma puntualizzando anche che solo grazie alla sua famiglia trova la forza per continuare a lottare.