Il Kurdistan turco sulla via della distensione con Ankara

di Alessandro Pagano Dritto

La questione di Kobane, città del Kurdistan siriano, ha ridato visibilità internazionale alla questione curda, che però non è solo siriana: il Kurdistan turco è stato nel tempo un’area altrettanto calda. Ne parliamo qui con un esperto*.

Da sinistra: Mark Sykes (1879-1919) e Franҫois Georges Picot (1870-1951). Diedero il nome agli accordi che nel 1916 contribuirono alla divisione territoriale del Kurdistan. (Fonte: www.telegraph.com.uk)

Da sinistra: Mark Sykes (1879-1919) e Franҫois Georges Picot (1870-1951). Diedero il nome agli accordi che nel 1916 contribuirono alla divisione territoriale del Kurdistan.

Per iniziare, una panoramica molto generale: cos’è il Kurdistan turco e qual è la sua storia?

Geograficamente il Kurdistan è un’area vasta più di 400.000 Km2 con una popolazione di circa 30 milioni di abitanti; la maggior parte del suo territorio è diviso tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, con una parte minore che interessa anche Azerbaijan, Armenia e Georgia, e non è quindi uno Stato riconosciuto.

Durante l’Impero Ottomano al Kurdistan fu riconosciuta una certa autonomia, seppur con un rapporto talvolta conflittuale con il potere centrale; poi nel primo quarto del Novecento gli accordi di Sykes Picot del 1916, il trattato di Sevres del 1920 e quello di Losanna del 1923 disegnano il Kurdistan che conosciamo oggi, diviso principalmente tra quattro Stati.

Il trattato di Losanna del 1923 è molto importante, perché di fatto è quello che legalizza la nascita di uno Stato dalle ceneri dell’Impero Ottomano: la Repubblica di Turchia. Nella quale, a sud est, tutt’oggi si trova la parte più consistente del Kurdistan: si parla di 10-20 milioni di individui. L’attuale Costituzione turca non garantisce a questi curdi un riconoscimento, perché con la nascita della Repubblica di Turchia nel 1923 i curdi per la legge non sono altro che turchi.

Qual è quindi la situazione dei curdi turchi dopo la nascita della Repubblica di Turchia?

Fin dagli anni ’30 e ’40 tutto il Kurdistan, e non solo quello turco, è interessato da diversi casi di rivolta.

L’uomo che ha costruito la Repubblica di Turchia, Mustafa Kemal detto «Atatürk», «padre dei turchi», costruisce anche l’identità turca e, per fare questo, marginalizza tutte le minoranze che vivono nella penisola anatolica, inclusa la minoranza curda: si crea nel Kurdistan turco una situazione in cui, per esempio, le città curde sono costrette a cambiare nome perché la lingua curda non è riconosciuta. Un caso limite può essere quello della città di Tunceli, Dersim in curdo, in cui l’opposizione curda fu in quel periodo talmente forte e talmente forte fu lo scontro che ne conseguì che il nome turco significa letteralmente «terra di bronzo», ma anche «pugno di ferro».

Arrivando a tempi più vicini, però, c’è una sigla che più di altre è nota anche fuori dalla Turchia per la sua opposizione ad Ankara.

Il Partîya Karkerén Kurdîstan (Partito dei Lavoratori Curdi, PKK) di Abdullah Öcalan, studente di scienze politiche che si pone come obiettivo proprio il riconoscimento del Kurdistan.

Il partito viene fondato nel novembre 1978 nei pressi di Diyarbakır, la più grande città del Kurdistan turco e si pone da quel momento come una forza politica armata, da subito illegale e da subito coinvolta in scontri con lo Stato turco. Scontri aggravati dal colpo di Stato militare del 1980, avvenuto per motivi non strettamente legati alla questione curda. Fino ad ora il conflitto ha portato alla morte di circa 40.000 persone: ha visto la partecipazione dei militari dell’esercito turco da un lato e dei guerriglieri curdi dall’altro, ha conosciuto episodi di terrorismo condotti dal PKK e non si sono ottenuti risultati rilevanti.

Nel 1999 Öcalan viene arrestato in Kenya dopo aver soggiornato due mesi anche in Italia chiedendo asilo politico, riceve una condanna a morte tramutata poi in ergastolo perché nel frattempo la pena di morte in Turchia viene abolita; sconta la pena nel carcere di isolamento dell’isola di Imrali, nel Mare di Marmara a sud di Istanbul.

Tra il 2008 e il 2009 si hanno le prime contrattazioni tra Öcalan, il governo turco e i servizi segreti, per il momento destinate al fallimento. Ma in carcere il leader del PKK cambia in parte le sue vedute, testimoniate anche dai diversi testi scritti: riconsidera in pratica la modalità della lotta armata come mezzo per ottenere risultati e persino il risultato di un’indipendenza totale del Kurdistan turco dalla Turchia, avvicinandosi piuttosto a un’idea di Stato federale o comunque di autonomia locale per il Kurdistan all’interno della Turchia.

Esistono delle ragioni geopolitiche a motivare questo nuovo corso di Öcalan oppure queste ragioni vanno cercate ad un livello più individuale?

Leyla Zana (1961), nel 1991 la prima curda a entrare a far parte del parlamento di Ankara. (Fonte: www.europarl.europa.eu)

Leyla Zana (1961), nel 1991 la prima curda a entrare a far parte del parlamento di Ankara.

Il periodo della carcerazione di Öcalan, dal 1999, corrisponde quasi totalmente al periodo del potere politico in Turchia di Recep Tayyip Erdoğan e del suo partito conservatore di ispirazione religiosa Adalet ve Kalkınma Partisi (Partito di Giustizia e Sviluppo, AKP), al governo ininterrottamente dal 2002. Questo periodo segna una rottura nella considerazione che Ankara ha della questione curda. Tanto per capire il clima precedente, pensiamo per esempio che la prima deputata indipendente curda ad entrare nel parlamento turco, Leyla Zana nel 1991, chiude il suo giuramento dicendo «per il popolo turco e per il popolo curdo» e pronuncia l’ultima parte della frase nella sua lingua proibita, la lingua curda; al che ci fu una durissima reazione dei parlamentari nei suoi confronti.

Erdoğan è il primo, una volta al potere, a cercare consenso anche tra i curdi, cercando, dal suo punto di vista, un elemento di unione nella comune religione musulmana e chiamando i curdi «fratelli di religione».

Non si può non notare che la questione religiosa com’è posta da Erdoğan non si allinea alla visione che tendenzialmente ne hanno i curdi, che per lo più considerano la religione un fatto privato. Ma rimane che in questi tredici anni timide aperture verso i curdi comunque sono state fatte: è stato aperto un canale televisivo statale in curdo, per esempio, cosa difficilmente immaginabile prima.

Nei confronti della persona di Abdullah Öcalan, invece, questo nuovo clima come ha influito?

Con Öcalan, e con il PKK, dopo alcuni precedenti tentativi fallimentari, Erdoğan riesce nel 2013 a stabilire, attraverso trattative molto fitte, una tregua che ancora sussiste. Dal 2013 c’è stato anche un cambio di retorica: prima, quando si parlava del leader del PKK, i mezzi di comunicazione lo descrivevano come una figura molto negativa, come un criminale o un terrorista, mentre adesso è semplicemente descritto come il leader del partito fuori legge PKK. Ci sono politici curdi che periodicamente lo visitano in carcere e che raccolgono le sue dichiarazioni affidandole poi alla stampa.

Ma il passo più importante è stato fatto nel febbraio 2015, quando viene letto in televisione un messaggio in cui il leader chiede esplicitamente un congresso del suo partito in cui si possa discutere la fine della lotta armata e soprattutto chiede al governo turco che il processo di pace si basi su dieci punti tra i quali il riconoscimento costituzionale dell’identità curda e un’autonomia regionale con garanzie costituzionali: qualcosa che può ricordare l’attuale situazione del Kurdistan iracheno.

Non che la domanda dell’indipendenza sia scomparsa definitivamente, ma oggi – mi sembra si possa dire così anche del Kurdistan siriano – a prevalere è la richiesta meno radicale dell’autonomia.

Il che può essere accettato da Ankara?

Il fatto stesso che si sia dato spazio in un canale televisivo al messaggio di Öcalan rappresenta un segno di apertura. Dal punto di vista del governo di Ankara questo è importante per motivi di strategia politica: il prossimo 7 giugno si terranno infatti le elezioni parlamentari e la richiesta mossa da Öcalan di un rinnovamento costituzionale in favore dell’identità curda coincide con un progetto di rinnovamento costituzionale già insito nel programma originario di Erdoğan.

L’attuale Costituzione turca risale infatti al 1982 ed è figlia quindi del colpo di Stato militare del 1980. Erdoğan è su fronti opposti rispetto ai militari, perché il partito di Erdoğan è un partito di ispirazione religiosa, mentre i militari sono in Turchia i custodi del laicismo.

I militari turchi come leggono la questione curda?

In Turchia i partiti più vicini all’esercito sono i partiti più nazionalisti, i partiti eredi in qualche modo non solo del laicismo, ma anche del nazionalismo fortemente impresso alla Turchia da Mustafa Kemal: lui stesso era infatti un militare.

I partiti nazionalisti più importanti in Turchia, attualmente tutti rappresentati in parlamento, sono due: il Cumhuriyet Halk Partisi (Partito Repubblicano del Popolo, CHP), partito di centrosinistra, e il Milliyetçi Hareket Partisi, (Partito del Movimento Nazionalista, MHP), partito di destra estrema; la cui ala giovanile, per capirci, era, negli anni ’70 – ’80, quella dei Lupi grigi cui faceva riferimento l’attentatore di Papa Giovanni Paolo II, Ali Ağca. La presenza di realtà curde non ha mai avuto grande popolarità, per dirla alla leggera, in queste formazioni e qualche timida apertura si è potuta forse vedere solo nella compagine di centrosinistra, che è poi l’erede politica diretta di Mustafa Kemal.

Ritornando invece al rapporto tra i curdi e Erdoğan, si è già accennato a come la questione religiosa, importante per la proposta dell’AKP, sia in realtà un potenziale elemento di distanza. Ce ne sono altri?

Pensando specificamente alla questione del PKK, bisogna capire che il PKK è un partito di chiara ispirazione marxista e socialista e quindi difficilmente avrà posizioni vicine a quelle di una forza conservatrice qual è il partito di Erdoğan.

Ma il PKK rimane ancora oggi un partito illegale e non può quindi prendere parte alla politica parlamentare turca. Quali formazioni rappresentano allora i curdi sulla scena politica del paese?

Ad oggi nessun partito politico curdo è mai riuscito ad entrare in parlamento superando la soglia minima richiesta del 10%, ma singole personalità curde sono riuscite comunque ad essere elette come indipendenti: dal 2011 fino al prossimo 7 giugno ci saranno 29 indipendenti facenti parte del Partito Democratico dei Popoli più altri 4 o 5, sempre curdi, esterni al partito.

Lo Halkların Demokratik Partisi (in curdo Partiya Demokratik a Gelan, Partito Democratico dei Popoli, HDP), che ha assunto questa denominazione nel 2013, pur rimanendo un partito ovviamente incentrato sulla questione curda, sta cercando di rendersi appetibile anche per i non curdi, per esempio battendosi per il sostegno e il riconoscimento di tutte le minoranze di Turchia, siano queste etniche, religiose o anche di orientamento sessuale. Se si eccettuano alcune posizioni all’interno del CHP, questo partito è l’unica forza politica turca che affronti l’argomento dei diritti LGBT. Su questo punto, per ritornare alla domanda di prima, la distanza con il partito di Erdoğan, forza conservatrice, rimane grandissima.

In generale, a parte il PKK che è un partito illegale e l’HDP ad oggi presente al parlamento di Ankara solo con degli indipendenti, qual è il resto del panorama politico partitico curdo?

A mio avviso si possono nominare almeno altre due formazioni molto interessanti.

Una è l’Hak ve Özgürlükler Partisi (Partito del Diritto e delle Libertà, HAK PAR), che, pur molto minoritario, condivide col PKK la questione curda ma non ha mai, negli anni, sostenuto la lotta armata. L’altra invece, altrettanto minoritaria, lo Hür Dava Partisi (Partito della Causa Libera, HÜDA PAR), è una formazione fondamentalista religiosa in completo conflitto col PKK.

Sono formazioni minoritarie laddove le province del Kurdistan turco sono amministrate una parte dall’AKP e una parte dall’HDP.

Poco fa abbiamo nominato Leyla Zana, che nel 1991 è stata la prima parlamentare curda a mettere piede ad Ankara. Quando accade esattamente che, in Turchia, una realtà politica curda possa partecipare ai giochi?

In realtà il primo partito curdo della storia turca, che oggi non esiste più, è dell’anno prima, il 1990. Non riesce però a entrare in parlamento, quindi la prima a riuscirci è appunto Leyla Zana, ma come indipendente.

Quest’anno, sempre alle elezioni del 7 giugno, l’HDP ha deciso di presentarsi come partito alle elezioni, dicendosi convinto di poter superare il 10% e quindi entrare – e sarebbe appunto la prima volta in assoluto per un partito curdo – in parlamento.

Come mai questa convinzione per un passo mai riuscito prima ad una formazione curda?

Credo che un momento fondamentale siano state le elezioni presidenziali dell’agosto 2014, per la prima volta dirette. Sono state vinte da Erdoğan, ma hanno visto come terzo candidato per numero di voti – dopo quello condiviso dai due partiti nazionalisti – proprio il rappresentante del partito curdo col 9,7%. Un successo che potrebbe averli convinti di essere capaci di raggiungere il fatidico 10% come partito alle parlamentari.

Ma vorrei sottolineare una cosa a questo proposito. Se il partito curdo non dovesse riuscire a prendere questo 10% non vi saranno più nemmeno gli indipendenti a rappresentare i curdi in parlamento. E questo è un forte rischio che il partito corre: il rischio è anche quello che la situazione degeneri nel sud est, perché i curdi non sarebbero, così, rappresentati in nessun modo ad Ankara.

Al contrario, la situazione si farebbe invece interessante perché per cambiare la Costituzione ci sarebbe bisogno del consenso dei 3/5 del parlamento con conseguente referendum oppure dei 2/3 senza conseguente referendum. E lì potrebbero iniziare le contrattazioni sulla questione curda.

Carro armato turco sulla frontiera vicino a Kobane

Carro armato turco sulla frontiera vicino a Kobane

Negli ultimi mesi la questione curda è stata, per il fruitore medio di notizie, rappresentata soprattutto dal nome della città siriana di Kobane: una vicenda, questa, che si intreccia fortemente con la questione dello Stato Islamico e, appunto, con la guerra civile siriana. Quale impatto ha avuto l’episodio di Kobane nelle formazioni civili e militari del Kurdistan turco?

Un impatto molto forte. Kobane è una città che si trova proprio a ridosso del confine turco-siriano, ma in una zona curda chiamata Rojava. Tra l’altro Rojava in curdo vuol dire «dove il sole tramonta» e infatti, se guardiamo la cartina, Kobane si trova nella parte occidentale del Kurdistan, laddove l’oriente è rappresentato dalla parte iraniana dello stesso.

Con lo scoppio del conflitto in Siria i curdi siriani hanno cercato di rendersi in qualche modo indipendenti e di creare una sorta di stato federale basato su una carta costituzionale scritta un anno fa: la Carta del Contratto Sociale del Rojava, che ribadisce il desiderio di un’autonomia locale all’interno della Siria. Questa carta definisce anche il territorio del Kurdistan siriano, che prende la forma quasi di una striscia posta nel confine tra Turchia e Siria. Mentre Kobane si trova proprio nella parte centrale di questa striscia, le altre zone più estreme sono quella di Afrin a ovest e quella di Cizre a est. Il suo valore logistico è comprensibilmente elevato, perché, se Kobane fosse stata conquistata, ci sarebbero stati problemi con i collegamenti agli altri cantoni, come vengono chiamate queste aree.

Non solo i curdi siriani hanno partecipato alla lotta per Kobane, ma anche i curdi iracheni – i peshmerga – e quelli turchi. Il problema per i curdi turchi era che la posizione geografica di Kobane, con lo Stato Islamico che premeva da sud, faceva si che gli aiuti potessero arrivare solo da Nord, quindi dal confine con la Turchia. Accadeva però che i soldati turchi che presidiavano l’area spesso non lasciassero passare gli aiuti, almeno fino a che non sono stati trovati degli accordi.

Kobane è diventata un simbolo di unità dei curdi e tutti i curdi di Turchia hanno visto la battaglia come un evento importante per il Kurdistan in generale contro lo Stato Islamico. I curdi non si scontrano infatti con lo Stato Islamico solo per motivi pratici, dal momento che vengono attaccati militarmente da questa formazione, ma anche per motivi ideologici, perché i valori proposti dal Contratto del Rojava – un’uguaglianza di genere, un’uguaglianza sociale e una non interferenza della religione nello Stato – sono completamente opposti a quelli proclamati dallo Stato Islamico.

C’è la possibilità che l’esperimento curdo siriano del Contratto Sociale della Rojava venga considerato anche nel Kurdistan turco?

Ci sono indubbiamente dei punti di contatto: per esempio il fatto che il Contratto della Rojava riconosca l’autonomia curda all’interno di uno Stato siriano libero e democratico, il che ricalca molto da vicino quanto chiesto da Öcalan per il Kurdistan turco. Lo stesso discorso vale per la questione religiosa e non vedo, anzi, grandi distanze tra le richieste fatte in Turchia e quelle fatte in Siria.

Ma su alcuni di questi elementi non potrebbero sorgere dei contrasti con Erdoğan?

In un momento di grande incertezza politica e di crisi economica come si registrò nella Turchia degli anni ’90, la forza del partito di Erdoğan, che ha le sue radici nell’Islam politico storico, è stata quella di moderare i toni, di togliere dall’Islam politico turco la componente antioccidentale che da sempre caratterizzava quella tradizione politica e di aprirsi al libero mercato. Questo ha permesso all’AKP di ricevere i voti non solo degli islamisti, ma anche dei liberali dei diversi orientamenti.

Questa retorica è continuata quando Erdoğan ha raggiunto il potere, anche se quella religiosa si è invece estremizzata negli ultimi tempi, talvolta anche ritornando a concetti di antioccidentalismo. Ma le basi della Repubblica di Turchia relativamente al rapporto tra religione e Stato, quelle non sono ancora cambiate.

Naturalmente su questi punti rimangono, tra Erdoğan e i curdi, distanze abissali.

Da parte di Öcalan giungere a un punto d’incontro con Erdoğan non vuol dire dover sacrificare qualcosa dell’orientamento marxista del PKK? E non vuol dire lo stesso anche per tutti quei partiti curdi legali che dovessero condividere le stesse aspirazioni marxiste?

Anche se non strettamente marxisti, i maggiori partiti curdi sono tutti classificabili come partiti di sinistra. Io credo che qui il PKK stia facendo un ragionamento sulle priorità, rimandando le rivendicazioni più strettamente socialiste a un tempo in cui l’identità curda in Turchia sia garantita e riconosciuta.

È da poco passato il Newroz, che, il 21 marzo, segna il capodanno curdo. Che significato ha questa festa?

Nel 2014, a un anno dalla dichiarazione della tregua, il Newroz è caduto dieci giorni prima delle elezioni politiche, quindi in una situazione di forte tensione elettorale. Secondo le fonti curde in una città come Diyarbakır, che prima abbiamo nominato, c’erano tre milioni di persone ad assistere a un comizio politico, altri parlavano invece di un solo milione; in ogni caso, una folla considerevole.

Negli anni le celebrazioni del Newroz – che tra l’altro è una festa condivisa anche da altre popolazioni mediorientali, non tipica dei soli curdi – erano state accompagnate da morti ed episodi violenti, mentre l’anno scorso è stato pacifico. In quell’occasione un messaggio di Öcalan ribadì le posizioni della contrattazione e anche quest’anno è avvenuto lo stesso: sono state ribadite le posizioni annunciate durante la conferenza tra HDP e governo a fine febbraio, ovvero l’autonomia locale e il riconoscimento dell’identità curda da garantire nella futura Costituzione. Inoltre, per il PKK, è stata ribadita la necessità di convocare un congresso del partito che discuta l’abbandono della lotta armata.

Ma va detto che comunque il Newroz è un’occasione non solo politica: si tengono sì comizi dei rappresentanti politici curdi per l’occasione, ma si assiste anche a danze e balli tradizionali.

*Filippo Cicciù si occupa da anni di Turchia, scrivendone anche per il periodico di geopolitica Limes.