Pubblicato il: gio, Mar 20th, 2014

Taiwan, gruppo di studenti contro il Cross-Strait Trade Pact occupa il Parlamento

di Riccardo Venturi

Un gruppo di studenti, contrari ad un accordo commerciale stipulato dal governo di Taiwan con la Cina, ha occupato il Parlamento di Taipei. I manifestanti accusano il Koumintang (KMT), il Partito Nazionalista Cinese, di aver forzato l’approvazione del cosiddetto “Cross-Strait Trade Pact”, da loro ritenuto dannoso e svantaggioso per l’economia del Paese. Gli oppositori hanno fatto irruzione nella sede del legislativo martedì mattina e l’occupazione è tuttora in corso. L’obiettivo è rimanere barricati in aula almeno fino al 21 marzo, data in cui è previsto il secondo dibattito parlamentare. Infatti, gli studenti vogliono far recedere l’esecutivo dalle sue posizioni e far rispettare l’impegno di revisione del patto commerciale.

Proteste davanti al Parlamento

Le tensioni di questi giorni fanno seguito alle controversie di giugno 2013, quando è stata siglata l’intesa fra le due parti. L’opposizione politica, altre organizzazioni ed esponenti della società civile, non hanno accettato di buon grado la situazione e, con le prime proteste di piazza, hanno spinto il governo al compromesso: mentre l’entrata in vigore dell’accordo sarebbe dovuta passare al vaglio del Parlamento, il patto avrebbe dovuto precedentemente essere ridiscusso punto per punto. A settembre, il principale partito di opposizione (il DPP, Partito Democratico Progressista), è riuscito a strappare il sì del governo per lo svolgimento di 16 consultazioni pubbliche con accademici ed altre figure di rilievo della società taiwanese. Le polemiche sulle modalità degli incontri (quelli presieduti dal Koumintang sono stati tenuti nel giro di una settimana) hanno reso impossibile il rispetto del normale iter procedurale, la cui deadline era stata fissata per la fine del 2013.

La ripresa del processo di revisione del patto era prevista per questo marzo, ma il governo l’ha bloccata. Lunedì, dopo vari giorni di accese discussioni in aula, il KMT ha approvato la prima ratifica del testo, forte della maggioranza di parlamentari. Secondo il deputato Chang Ching-Chung, membro del partito di governo e presidente della commissione adibita all’amministrazione interna del legislativo, il processo di revisione ha sforato il limite normativo di 90 giorni. Il patto sarebbe perciò sottoponibile al voto definitivo, previsto per venerdì 21 marzo. L’opposizione considera questo passaggio illegale, una violazione dell’accordo stipulato a settembre e un modo per prevaricare il Parlamento. Martedì mattina è quindi esplosa la rabbia: un gruppo di manifestanti, prevalentemente composto da studenti, ha scavalcato le ringhiere dell’edificio ed ha irrotto in aula. Da quel momento, asserragliati, hanno resistito ai tentativi di sgombero delle forze dell’ordine, che hanno deciso di astenersi da azioni di forza e dall’uso lacrimogeni, per evitare di esacerbare gli animi e possibili vittime. Si registrano sei arresti ed un poliziotto ferito.

Ai manifestanti si sono unite migliaia di persone al di fuori del Parlamento. I sit-in esterni, tenuti sotto controllo da un cordone di poliziotti, sono pacifici e supportano l’azione degli studenti, facendo da ponte per far arrivare all’interno cibo ed acqua. La folla minaccia di occupare anche l’ufficio presidenziale, nel caso in cui le loro richieste non venissero accolte dall’esecutivo. Secondo il “The Diplomat”, l’utilizzo di social media e la pubblicazione di immagini e video ha fatto salire il numero di manifestanti sopra i 10.000 già da mercoledì.

Il Paese è diviso sulla questione: mentre i media più vicini al Koumintang discreditano le proteste, parlando esplicitamente di atti di vandalismo, il DPP tenta di sfruttare la situazione a suo vantaggio, ma la disillusione degli studenti investe anche un’opposizione considerata incapace di contrastare l’unilateralismo politico della maggioranza. Al momento la situazione rimane bloccata e si attendono gli sviluppi della protesta, nel giorno in cui è prevista la seconda discussione.

L’azione dimostrativa non concerne semplicemente le modalità di approvazione, ma entra anche nel merito del contenuto dell’accordo. Infatti, per i manifestanti, il “Cross-Strait Trade Pact” è contrario agli interessi nazionali e rischia di “svendere” il Paese alla Cina. Firmato lo scorso giugno a Shangai, il patto è l’evoluzione dell’”Economic Cooperation Framework Agreement”, già stipulato nel 2010. Volto ad aprire diversi settori di servizi (80 in Cina, 64 a Taiwan) agli investimenti delle imprese desiderose di estendere i propri affari oltremare, impone anche una serie di regole amministrative, di trasparenza e di prevenzione di possibili comportamenti anticoncorrenziali. Verrebbe così facilitato il movimento di capitali fra Taipei e Pechino. Oltre all’aumento del flusso di investimenti, l’accordo mira a un riavvicinamento più complessivo fra le due parti e a una più completa integrazione di Taiwan nell’area economica del Pacifico.

Gli oppositori interni sottolineano il rischio per le piccole e medie imprese dell’isola, costrette ad affrontare i “giganti” industriali continentali, decisamente più attrezzati e competitivi. Secondo alcuni studi, più di mille imprese taiwanesi (anche al di fuori dei settori coinvolti) sarebbero danneggiate dall’entrata in vigore del patto. Gli studenti temono, inoltre, il flusso di iscrizioni di colleghi universitari provenienti dalla “madrepatria”. Infine, i sino-scettici fanno leva sull’irrisolta questione politica tra la Repubblica Popolare Cinese e Repubblica di Cina (Taiwan), sostenendo che, così, Taipei sarebbe molto più esposta ai ricatti degli storici nemici del Partito Comunista Cinese. Tuttavia, ci tengono a far sapere che i motivi della protesta non sono ideologici, ma sono principalmente legati alla volontà di rimanere al centro del processo politico interno, ormai deragliato dai consueti binari democratici.

Studenti asserragliati in aula

Le relazioni politiche fra i due Paesi sono interrotte sin dal 1949, anno della vittoria delle forze comuniste guidate da Mao Tse-tung e della nascita della Repubblica Popolare Cinese. I nazionalisti di Chiang Kai-shek ripiegarono su Formosa, dove formarono la Repubblica di Cina. Entrambe le parti rivendicano l’intero territorio. Mentre Taiwan mantiene la sua capitale ufficiale a Nanchino, nella Cina continentale, non sono un mistero le tendenze irredentiste di Pechino sull’isola situata tra il Mar Cinese Meridionale e il Mar Cinese Orientale. Tuttavia, nel 2008, sono stati aperti i primi canali di comunicazioni semi-formali, grazie anche all’elezione del presidente taiwanese Ma Ying-jeou. Da quel momento, vi è stato un grande incremento negli scambi commerciali, dovuto in particolare alla restaurazione dei cosiddetti “three-links” aerei, navali e postali.

La firma del “Cross-Strait Trade Pact” rappresenta il passo decisivo che ha portato i due governi ad organizzare il primo summit intergovernativo dal 1949, tenutosi proprio a Nanchino, a febbraio. Per Pechino, il riavvicinamento con Taiwan è fondamentale per limitare l’influenza statunitense nel Pacifico e tranquillizzare gli altri attori regionali sulle sue reali intenzioni, che, ciononostante, sono fortemente legate alle aspirazioni di piena sovranità su Taiwan. L’ideologia e i forti contrasti politici, eredità storica della guerra civile, rimangono comunque gli ostacoli principali alla normalizzazione delle relazioni bilaterali. Anche se la maggioranza della popolazione taiwanese è favorevole alla rottura dell’isolamento economico, diretta conseguenza della conflittualità con il loro grande vicino, parte della società non accetta di buon grado qualsiasi forma di conciliazione. L’effetto è quello di uno stallo nel processo di riavvicinamento politico avviato e portato avanti dal 2008.