Pubblicato il: sab, Apr 25th, 2015

In terra e per mare, i migranti dentro e fuori la Libia

di Alessandro Pagano Dritto (@paganodritto)

Tra le decisioni prese dal Consiglio europeo straordinario del 23 aprile nei confronti della questione dei migranti, salita di nuovo alla luce delle cronache dopo il naufragio del 19 aprile e le sue circa 800 vittime stimate, c’è il rafforzamento della missione europea Triton.

Con la missione Poseidon gestita da Frontex nel Mediterraneo orientale, Triton è attiva dal novembre 2014 nel Mediterraneo Centrale in quel braccio di mare che separa l’Italia, e nello specifico le coste meridionali della Sicilia, dalla Libia e in generale dai paesi del Nord Africa.

Un momento dell'operazione Triton (frontex.europa.eu)

Prima di salpare: i migranti in Libia, un documento per sapere.

È chiaro che con l’acuirsi e il complicarsi della seconda guerra civile libica, scoppiata nel maggio 2014 dopo due anni e mezzo di scontri a bassa tensione dalla fine della prima guerra nell’ottobre 2011, la spinta all’emigrazione preme ancora più forte rispetto al passato. Ma se i libici affrontano un pesante fenomeno di migrazione interna – circa 400.000 dislocati interni secondo le stime dello United Nations High Commissioner for Refugees (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, UNHCR) e dell’Internal Displacement Monitoring Centre (Centro di Monitoraggio del Dislocamento Interno, IDMC) – la gran parte dei migranti che invece decide di tentare l’attraversamento del Mediterraneo non è libica, ma arriva in Libia dopo aver già compiuto un primo percorso dai paesi d’origine: la sezione italiana dell’International Organization for Migration (Organizzazione Internazionale per la Migrazione, IOM) ha riferito che la maggior parte dei 2800 migranti soccorsi nel week-end tra l’11 e il 12 aprile «è di origine sub-sahariana, eritrea, siriana, somala e etiope».


(Servizio di Nancy Porsia realizzato per Presa Diretta nell’estate del 2014)

Recentemente la giornalista Nancy Porsia, che sta descrivendo gli eventi libici dalla Libia e tra questi anche le migrazioni, ha scritto per l’Espresso un pezzo molto interessante sulla situazione dei migranti all’interno del Paese stesso. Interessante perché spesso si parla di loro quando attraversano il Mediterraneo, dimenticando come quella sia solo l’ultima, o una delle ultime tappe, del loro viaggio; molto meno si parla di loro prima che salgano sui barconi, soprattutto dell’ambiente che trovano sulla terraferma nordafricana.

Nancy Porsia scrive di una scuola di Misurata, città costiera nella parte orientale dell’ovest libico, progettata per contenere 200 persone ma dove, trasformata in carcere, se ne trovano 1500; scrive del direttore del carcere Salah Abu Nabbous, del suo desiderio di un trattamento civile e umano per i detenuti, in gran parte migranti illegali, e della corruzione e della mancanza di un reale controllo governativo con cui però deve fare i conti; scrive del fiorire di nuove generazioni di trafficanti che raffinano la competizione del mercato di settore – perché di questo si tratta – con soluzioni low cost.

«Un biglietto verso l’Italia costa fino a 2000 dollari con tanto di barcone in legno e scafista tunisino o egiziano navigato, con in più garanzia di un secondo viaggio nel caso il primo finisca in una retata della guardia costiera libica».

Scrive, però, anche di una opinione pubblica libica sempre meno disposta a tollerare la presenza dei trafficanti: «Un tempo si diceva di essere trafficanti di migranti. Questo non suscitava reazioni. Oggi invece ci nascondiamo, raccontando di aver abbandonato il business», dice uno di loro.

 

(Documentario di Vice sulla situazione dei migranti in Libia. Marzo 2015)

Una volta salpati: Triton, aspetti e controversie.

L’indignazione è un sentimento bello e doveroso, ma è, per tutti, una magra consolazione: le partenze illegali continuano, i naufragi e le morti pure.

E con il naufragio del 19 aprile 2015, che potrebbe costituire la più grave tragedia nota della storia del Mediterraneo, la politica internazionale è stata chiamata a rispondere. Naturalmente geografia vuole che nel caso della Libia i paesi più interessati siano Malta e Italia, che si trovano esattamente sulla rotta di queste imbarcazioni. Non è un caso se una delle prime azioni politiche seguite al naufragio, già il 20 aprile, è stata proprio un incontro tra i primi ministri dei due paesi, Matteo Renzi per l’Italia e Joseph Muscat per Malta, incontro nel quale si è parlato anche e soprattutto di quali proposte portare al tavolo dell’Unione Europea per una soluzione che non fosse solo nazionale. Negli stessi giorni infatti Renzi incontrava anche l’Alta Rappresentante dell’Unione Federica Mogherini, tra l’altro sua ex Ministra degli Esteri, e un vertice straordinario del Consiglio europeo veniva fissato per il 23 aprile.

Alcuni migranti vengono salvati durante le operazioni della missione Triton. Il primo compito della missione rimane comunque il pattugliamento dei confini. (Fonte: www.frontex.europa.eu)

Alcuni migranti vengono salvati durante le operazioni della missione Triton. Il primo compito della missione rimane comunque il pattugliamento dei confini.

In un articolo pubblicato sul New York Times il 22 aprile, Matteo Renzi poteva così chiarire quali proposte l’Italia avrebbe portato il giorno dopo in Europa: tra queste un rafforzamento delle attuali missioni marittime europee «almeno raddoppiando le loro risorse e fondi. Dobbiamo estendere il loro raggio d’azione al di là del pattugliamento e del controllo dei confini fino ad uno spettro maggiore di compiti che permettano loro di adempiere a un mandato effettivo».

Triton si era sostituita, anche su pressione di Roma, alla missione della Marina militare italiana Mare Nostrum nel novembre 2014: uno sgravo fiscale per l’Italia, visto che il costo si riduceva sensibilmente e andava a carico dei paesi dell’Unione Europea, ma la penisola rimaneva comunque il centro logistico delle operazioni, così come dell’accoglienza dei migranti. Quello che però è forse meno noto in confronto all’aspetto fiscale è che l’operazione subiva anche un mutamento di incarico rispetto alla precedente: non più salvataggio di migranti, cui comunque rimaneva vincolata, nell’occasione, dalle leggi internazionali, ma pattugliamento dei confini entro un raggio ridotto alle sole acque nazionali italiane e quindi europee.

Nella pratica queste differenze si sono tradotte in un maggior numero di vittime tra i migranti, la cui maggiore distanza delle navi non più italiane ma europee non sembra aver funzionato da deterrente.

Lo conferma anche l’analista dello European Council for Foreign Relations (Consiglio Europeo per le Relazioni Estere, ECFR) Mattia Toaldo, che, intervistato da Davide Vannucci di Linkiesta, dice inoltre:

«Triton è un fallimento completo, e non solo per una questione di mezzi. Essenziale, infatti, è mettersi d’accordo su che cosa si deve fare, ed è salvare vite umane. Adesso l’Italia ha sopperito alle carenze di Triton con una serie di esercitazioni, che si sono poi trasformate in operazioni di salvataggio, come impone la legge del mare. Ma servirebbe di più, molto di più. Anche Mare Nostrum era insufficiente. Servirebbe un Mare Nostrum plus, rafforzato».

Una parte dell’opinione pubblica – lo analizza bene ancora un articolo di Linkiesta, ma questa volta scritto da Giovanni Zagni – ha poi interpretato la presenza navale più o meno a largo delle coste libiche come l’opportunità di eseguire dei respingimenti. A questo proposito va ricordato che le leggi internazionali non lo permettono: il blocco, per non equivalere a una dichiarazione di guerra, dovrebbe infatti essere autorizzato dalla Libia e dalle Nazioni Unite, mentre sui respingimenti proprio l’Italia è già stata condannata dalla Corte Europea nel 2012 in riferimento a eventi accaduti nel 2009. Esiste un documentario proprio del 2012, Mare chiuso di Stefano Liberti e Andrea Segre, che racconta la vicenda.

(Trailer di Mare chiuso, documentario del 2012 che parte dalla questione dei respingimenti del 2009)

Bisognerà adesso capire, nella pratica, cosa ne sarà di Triton dopo il pronunciamento del Consiglio Europeo del 23 aprile, che accoglieva e anzi rinforzava la proposta di Matteo Renzi triplicando il budget dell’operazione. Nonostante il punto j del documento ufficiale sugli esiti del Consiglio suggerisca di «lavorare con i partner regionali per sviluppare le capacità di gestione del confine marittimo e le operazioni di ricerca e recupero» e si faccia un generale riferimento ad un «rafforzamento della nostra presenza in mare», non risulta da nessuna parte che Triton abbia esplicitamente cambiato le proprie finalità di missione di controllo delle frontiere. Nel sito dell’agenzia che la gestisce, Frontex, si legge ancora che compito dell’operazione è «realizzare attività di operazione coordinate ai confini marittimi della regione del Mediterraneo centrale così da controllare i flussi di migrazione irregolare verso i territori degli Stati membri dell’Unione Europea e di affrontare il crimine lungo il confine».

Proprio il 23 aprile, invece, organizzazioni tra le quali l’UNHCR e la IOM chiedevano all’Unione Europea, in un comunicato congiunto, di attuare, tra le altre cose, «una robusta operazione di ricerca e soccorso guidata dagli Stati, proattiva e adeguatamente finanziata, con urgenza e senza ulteriori ritardi, con una capacità simile a Mare Nostrum e il chiaro obiettivo di salvare vite».

Né infine, al di là di tutto questo, sembra possibile risolvere il problema se prima non si ottenga la stabilizzazione – militare, politica e giuridica – della Libia.