Pubblicato il: mar, Gen 14th, 2014

Freelance sì, #CoglioneNo: la campagna virale per la tutela del lavoro creativo

di Giulia Mazzetto

Il logo della campagna lanciata da Zero.

Stefano De Marco, Niccolò Falsetti e Alessandro Grespan, tre giovani video makers italiani che vivono e lavorano tra Roma e Londra, attraverso la loro piccola factory ZERO, hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione e di denuncia dello sfruttamento del lavoro creativo italiano riassumibile nell’hashtag ormai virale su Twitter #CoglioneNo. Con pungente ironia, la campagna porta alla ribalta la professione dei lavori creativi, sulla scia di #rivoluzionecreativa, l’iniziativa promossa da Alfredo Accattino nello scorso dicembre, a cui è ancora possibile aderire firmando una petizione.

Il freelance, il web designer, il copywriter e il social media manager sono lavoratori, esattamente come l’idraulico, l’antennista e il giardiniere. Tale realtà dovrebbe essere universalmente riconosciuta e invece in Italia  molto − troppo − spesso i lavori cosiddetti “creativi” sono trattati alla stregua di divertimenti, passatempi, non degni di un compenso adeguato e il più delle volte nemmeno di un minimo di rispetto.

I ragazzi di ZERO hanno realizzato tre video per denunciare senza mezzi termini la situazione di chi svolge lavori di questo tipo, come si legge nella loro dichiarazione d’intenti: «#CoglioneNo è la reazione di una generazione di creativi alle mail non lette, a quelle lette e non risposte e a quelle risposte da stronzi. È la reazione alla svalutazione di queste professionalità anche per colpa di chi accetta di fornire servizi creativi in cambio di visibilità o per inseguire uno status symbol. È la reazione a offerte di lavoro gratis perché ci dobbiamo fare il portfolio, perché tanto siamo giovani, perché tanto non è un lavoro, è un divertimento».

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Ciò che si vuole porre in risalto è il fenomeno ormai capillarmente diffuso del “lavoro gratis”, che porta moltissimi giovani ad accettare stage non pagati o collaborazioni gratuite semplicemente in cambio di esperienza e visibilità, come se la visibilità bastasse a pagare le rate della macchina. Si tratta di un problema vastissimo, che potrebbe essere esteso al lavoro giovanile a 360 gradi e non solo al livello creativo. È un modo di comportarsi sbagliato che in primis coinvolge certamente i datori di lavoro, ma che dipende anche da quegli stessi giovani lavoratori che spesso e volentieri rispondono “certo che sì, nessun problema” a qualunque proposta rifilata loro pur di non perdere occasioni lavorative, in una gara al ribasso che sta distruggendo intere categorie professionali.

Frasi come “Se chiedo a mio figlio, lui me lo fa gratis il sito, sai!” sono purtroppo diventate consuetudine e un freelance se le sente ripetere quasi ogni giorno senza che nessuno muova un dito per regolarizzare o quanto meno provare a dare un po’ di dignità a queste situazioni, semplicemente considerandole normale lavoro. In più la crisi economica che conosciamo ormai da anni non aiuta certo a poter rispondere “bene, fattelo fare da tuo figlio allora, il sito!” e ad avere l’autonomia per rifiutare trattamenti eccessivamente degradanti.

Il mondo del web ha quindi aderito in massa al grido: «Vogliamo ricordare a tutti che siamo giovani, siamo freelance, siamo creativi, ma siamo lavoratori, mica coglioni».