Pubblicato il: sab, Nov 22nd, 2014

Processo ThyssenKrupp di Torino: in attesa del nuovo appello i fatti e le sentenze

di Giacomo Pellini

I sette operai morti nello stabilimento ThyssenKrupp

È l’una di notte del 6 dicembre del 2007. Nello stabilimento torinese ThyssenKrupp di Corso Regina Margherita si sviluppa un principio di incendio, e Antonio Schiavone, operaio di 36 anni, con due figli, tenta di spegnerlo. Il tentativo purtroppo andrà a vuoto: un’esplosione causata da un’improvvisa fuoriuscita di olio bollente provocherà la morte immediata di Schiavone. Le fiamme travolgeranno poi altri 7 compagni di Schiavone: Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi e Antonio Boccuzzi. I primi sei non ce la faranno e moriranno nei giorni successivi all’incidente, dal 7 al 30 dicembre. Solo Antonio Boccuzzi – all’epoca sindacalista Uilm e oggi parlamentare PD – riuscirà a sopravvivere. La testimonianza resa dal superstite sarà infatti decisiva nella denuncia delle colpe dell’azienda.

Le indagini si concluderanno in tempi brevi e la procura, accettando la tesi dell’accusa chiederà il rinvio a giudizio per 6 dirigenti dell’azienda tedesca, compreso l’amministratore delegato Harald Espenhahn. Proprio ad Espenhahn, che inizialmente non nasconderà la propria ostilità e avversione nei confronti della magistratura e dell’opinione pubblica ancora scossa dall’accaduto, sarà sequestrato dalla Guardia di Finanza durante le prime fasi del processo un documento nel quale, oltre a criticare pesantemente le scelte del pm Guariniello e del Ministro del Lavoro Cesare Damiano, l’Ad della Thyssen sostiene che Boccuzzi vada «fermato con azioni legali». Nel documento si attribuiva la colpa dell’evento alla distrazione degli operai.

L’azienda verserà nel giugno del 2008 oltre 12 milioni di euro alle famiglie delle vittime, a patto che queste si impegnino a non costituirsi parte civile.

Nel gennaio del 2009 comincia, tra mille tensioni il processo. I reati di cui sono imputati i 6 dirigenti sono omicidio colposo (con dolo eventuale per Espenhahn) e incendio colposo.

Il primo grado si concluderà il 15 aprile del 2011, con una sentenza di primo grado che il pm di Torino, Guariniello, definirà “storica”: i sei dirigenti saranno accusati di “omicidio volontario” nella forma attenuata del dolo eventuale. Espenhahn sarà condannato a 16 anni e sei mesi mentre agli altri 5 dirigenti saranno assegnate pene tra i 13 anni e mezzo e i 10 anni e 10 mesi. Non appena risuonerà la parola “colpevole” nelle aule del Tribunale di Torino i parenti non riusciranno a trattenere le lacrime.

L’accusa ha infatti stabilito che quello che successe la notte del 6 dicembre del 2007 fu una “tragedia annunciata”, causata dalla mancanza di misure di sicurezza sul lavoro all’interno dell’impianto, soprattutto di quelle riguardanti la sicurezza antincendio: estintori malfunzionanti, mancanza di sistemi di rilevazione di incendi, sporcizia. La prova che permetterà di condannare Espenhahn sarà una email in cui l’amministratore delegato sostiene che oltre 800 mila euro di investimento verranno dirottati da Torino a Terni, dove lo stabilimento avrebbe dovuto trasferirsi a breve, in base ad un accordo tra le parti, sindacati e vertici dell’azienda, ed il Ministero del Lavoro. Secondo la sentenza l’email sarebbe l’elemento che proverebbe il dolo eventuale. La difesa manifestò il proprio dissenso definendo la sentenza come “obbrobriosa” e partorita “in preda all’emozione”.

Nel febbraio del 2013 la Corte d’Appello di Torino ha modificato la sentenza attenuando le pene per i dirigenti respingendo la tesi del dolo eventuale e qualificando la loro condotta nei termini di omicidio volontario aggravato dalla colpa cosciente.

La Cassazione si è espressa il 24 aprile del 2014, confermando le colpe dei sei imputati, ma ordinando un nuovo processo d’appello che dovrebbe ridefinire le pene. Queste non potranno aumentare rispetto a quelle inflitte nel 2013.