Pubblicato il: sab, Lug 6th, 2013

Un ballo in maschera – Una vendetta in domino

di Martino Pinali

Background storico

L’insuccesso della prima versione del Simon Boccanegra non fu facile da digerire, per Verdi, ma una possibilità di riscattare l’opera gli si affacciò nello stesso anno (il 1857): avendo stipulato un contratto con il San Carlo di Napoli, pensò di proporre nella città partenopea una nuova versione dell’opera. Ma il San Carlo, con cui Verdi aveva avuto già dei rapporti complicati (già dai tempi dell’Alzira), scartò la revisione del Boccanegra, le medesime proposte della Battaglia di Legnano e dell’Aroldo, e rifiutò persino il Re Lear shakesperiano, che Verdi sognava di mettere in scena. Forse infastidito da tutti questi rifiuti, Verdi, stizzito, scelse un soggetto “scomodo” e pericoloso, per i palcoscenici partenopei: un vecchio libretto di Scribe (co-autore del libretto dei Vespres) musicato da Daniel Auber, Gustave III ou Le bal masqué.

Copertina della riduzione per pianoforte dell’opera 

Nella primavera del 1792, una congiura uccideva il Re di Svezia Gustavo III durante una festa in maschera: il regicidio fu di ispirazione a Scribe per il già citato dramma di Auber, e stuzzicò l’interesse dei compositori “nostrani” Bellini (che però mai mise in musica), Gabussi (La clemenza di Valois, libretto di Gaetano Rossi) e Mercadante (Il Reggente, libretto di Cammarano). Per la composizione del libretto, Verdi si affidò ad Antonio Somma, di origine udinese, drammaturgo con un discreto successo, il quale, però, volle pubblicare il libretto (previamente intitolato Una vendetta in domino) anonimo: il compositore, come aveva già fatto con i precedenti suoi collaboratori, strigliò per bene lo sventurato librettista, costringendolo addirittura a riscrivere tre volte la Gran Scena del soprano nell’Atto Secondo. Se la composizione dell’opera non subì ulteriori problemi, ben altri problemi stavano per sorgere.

Il 14 gennaio del 1858 Felice Orsini attentava alla vita di Napoleone III, turbando non solo il fragile equilibro europeo e i sogni politici di Cavour, ma anche l’orribile spettro della Censura (che fortunatamente, di lì a poco, avrebbe cessato di esistere): in un simile e fragile clima politico, la rappresentazione di un regicidio venne ritenuta pericolosa e di cattiva influenza, e il San Carlo ordinò di “aggiustare” alcuni punti del libretto (trasformare il Re di Svezia in un signorotto qualunque, eliminare la scena del ballo e l’attentato, e via dicendo). Fu la goccia che fece traboccare il vaso: Verdi ruppe il contratto, incurante della causa che gli intentò il San Carlo (alla quale rispose con una querela per danni, processo che vinse in breve tempo). Con Napoli era definitivamente finita.

Intanto, l’editore Ricordi richiedeva l’opera per Milano, ma Verdi, per comodità, scelse di farla rappresentare a Roma, dove però, anche lì, fu costretto a modificare (seppur lievemente) il libretto: la Svezia divenne Boston e il Re un governatore. Accontentato così l’impresario Jacovacci, finalmente si poté passare alle prove dell’opera: Leone Giraldoni, dopo l’infelice debutto nel Boccanegra, venne scritturato nella parte di Renato, e il ruolo del protagonista fu affidato a Gaetano Fraschini, “veterano” verdiano (primo Corsaro e primo Stiffelio). Il 17 febbraio del 1859, nel Teatro Apollo, Un ballo in maschera (questo il nuovo titolo dell’opera) debuttò con uno strepitoso successo. La “vendetta in domino” di Verdi si era consumata: il San Carlo era rimasto a bocca asciutta, e, poco dopo, con la Seconda Guerra d’Indipendenza e l’inizio dell’Unificazione Italiana, la Censura stava iniziando a scomparire del tutto.

L’opera

Boston, fine del XVII secolo. Governa questa colonia il giovane Riccardo (tenore), amato dal popolo quanto odiato da una cerchia di nobili, capeggiata da Samuel e Tom (bassi), i quali, per vendicare i loro congiunti morti in battaglia seguendo il Governatore, ordiscono una congiura ai suoi danni. A proteggere Riccardo da tutte le minacce sta Renato (baritono), suo segretario, sposato con Amelia (soprano), un tempo amata dal Governatore, e ancora divisa tra amore coniugale e la sua precedente relazione.

Il Re di Svezia Gustavo III, il cui assassinio è l’ispirazione dell’opera 

Riccardo, per conquistarsi il favore del popolo, si concede a generosi atti di clemenza: decide infatti di graziare Ulrica (contralto), famosa indovina, condannata al bando per un’accusa di magia nera. Recandosi nell’antro della maga, egli scorge Amelia, la quale chiede a Ulrica un rimedio per liberarsi dall’amore per Riccardo: l’indovina le consiglia di prendere un’erba che cresce nel campo, poco fuori dalla città, dove vengono consumate le esecuzioni capitali. Uscita Amelia, Riccardo vuole testare le capacità divinatorie dell’indovina: leggendogli la mano, Ulrica gli predice che verrà ucciso a breve, per mano di un amico. Lo stupore terrorizzato dei presenti viene sminuto da Riccardo, che trova tutto un divertente scherzo, e grazia l’indovina, che invano cerca di metterlo in guardia contro Samuel e Tom.

A mezzanotte, nel luogo che le ha prescritto l’indovina, Amelia viene raggiunta da Riccardo, e tra i due scoppia nuovamente la passione: improvvisamente, sopraggiunge Renato (Amelia, alla vista del marito, si vela), che incalza Riccardo alla fuga, visto l’arrivo dei congiurati. Riccardo è costretto a partire, ma fa giurare all’amico di accompagnare la donna velata in città, senza rivolgerle parola: Renato giura, e il Governatore fugge. Prima che riescano ad arrivare in città, Renato e la dama vengono raggiunti dai congiurati, e, in uno scontro, ad Amelia cade il velo. Il riconoscimento della sposa riempie di vergogna il marito e di malizioso divertimento i congiurati.

Abbandonata l’idea di vendicarsi uccidendo Amelia, Renato convoca Samuel e Tom e decide di unirsi alla loro congiura: l’occasione di vendicarsi viene fornita loro da Oscar (soprano), paggio del Governatore, che invita i presenti al ballo in maschera indetto quella sera stessa. Amelia cerca invano di avvisare Riccardo del pericolo: egli è deciso a fuggire, e, pentito di aver tradito la fiducia dell’amico, autorizza il ritorno di Renato e Amelia in Inghilterra. Durante il ballo, però, Riccardo viene ferito mortalmente da Renato stesso: il Governatore perdona il suo uccisore, e muore nel compianto generale.

Musica e maschere

Mai, in un’opera, Verdi era stato così “generoso” sul versante musicale: quasi venticinque numeri musicali si susseguono serratamente, in un sapiente gioco drammaturgico. Ogni personaggio dell’opera, dai congiurati al paggio Oscar, dal marinaio Silvano alla profetessa Ulrica, ha il suo momento, ma nulla è lasciato al caso o nel caos. Ciò che colpisce, in questo Ballo, è anche il rapido passaggio da momenti drammatici a situazioni comiche (e viceversa), rendendo il soggetto degno di Shakespeare: il concitato terzetto tra Amelia, Ulrica e Riccardo (“Della città all’occaso”), in cui la donna prega la maga di liberarla dall’amore adulterino che minaccia il suo matrimonio, cede il posto alla gaia canzone del Conte che chiede informazioni sul suo futuro (“Di’ tu se fedele”).

Il soprano Serena Gamberoni nei panni del paggio Oscar 

Oltre alla ricchezza di brani musicali, il Ballo contiene un sé un’altra, gigantesca anomalia: Oscar, il giovane paggio di Riccardo, interpretato da un soprano en travesti (curioso il tardivo cambio di opinioni di Verdi, che, quando gli avevano chiesto di scrivere il ruolo principale di Ernani per un contralto, aveva rifiutato dichiarandosi “nemico delle donne mascherate da uomo”). Inquadrare Oscar non è facile: da segretario del Conte, sempre nei grandi momenti di insieme è accanto al suo signore, ed è lui stesso a consigliare a Riccardo di visitare l’antro della maga (degna di nota la sua “apologia” di Ulrica, “Volta la terrea fronte alle stelle”), lui che consegna l’invito al ballo in maschera a Renato e ai congiurati (l’inquietante quintetto “Di che fulgor, che musiche”, in cui elogia le bellezze della festa, mentre Renato, Samuel e Tom meditano la loro vendetta, e Amelia compiange il destino di Riccardo), ed è sempre lui che a Renato indica, nella confusione della festa, il vestito del suo signore (“Saper vorreste di che si veste”). Gorgheggiando e scherzando, Oscar, autentico e grottesco psicopompo, consegna il suo padrone nelle braccia della Morte. Il terzetto dei protagonisti è sovrastato dall’ombra di Ulrica: Le sue magie, il suo stretto contatto con il demonio (“È con Lucifero d’accordo ognor!” afferma il solito Oscar), la sua profezia rendono ancor più vertiginoso il contrasto tra i personaggi. Nel suo antro oscuro lei è in attesa di un segno del diavolo (“Re dell’abisso, affrettati!”), ma, una volta riconosciuto, si ritrae inorridita da ciò che sta per avvenire, come testimonia il suo tentativo di avvisare Riccardo della congiura contro di lui. Ma inutilmente: come il protagonista del Giulio Cesare shakesperiano, il giovane Conte è sordo agli oracoli.

Tre buoni motivi per cui vale la pena ascoltarla

  1. Per Riccardo, “cugino buono” del disinibito e senza scrupoli Duca del Rigoletto, goliardico e giovanile (come testimonia la reazione alla sinistra profezia, “È scherzo od è follia”) , ma capace di pentirsi del suo comportamento nel finale dell’opera (“Ma se m’è forza perderti” canta pensando ad Amelia, prima del fatale ballo), ruolo reso celebre da tenori quali Carlo Bergonzi, Giuseppe Di Stefano, Placido Domingo, Francesco Meli, Luciano Pavarotti, Richard Tucker;

  2. per Renato, prima fedele amico, poi villain dell’opera non senza motivo: l’affettuosa amicizia (“Alla vita che t’arride”) si cangia nell’odio più totale nei confronti del seduttore della moglie (“Eri tu che macchiavi quell’anima” accusa Riccardo, rivolgendosi al ritratto presente nella sua casa);

  3. per ogni singolo momento di quest’opera, che lo rendono un vero (se non Il) capolavoro verdiano, degno di essere ascoltato totalmente.

Dove e quando ascoltarla in Italia

Nella cornice del Teatro alla Scala si terrà il nuovo allestimento dell’opera, curato dal giovane regista Damiano Michieletto, il cui debutto è previsto il 9 luglio: alla direzione Daniele Rustioni, altro “giovanissimo dell’opera (il cast vanta cantanti del calbiro di Marcelo Alvarez, Sondra Radvanovsky, Zejiko Lucic, Marianne Cornetti e Patrizia Ciofi). L’opera è inoltre prevista in autunno al Teatro Donizetti di Bergamo, e, a giugno 2014, inaugurerà la nuova stagione lirica all’Arena di Verona.