Pubblicato il: sab, Giu 29th, 2013

Simon Boccanegra – Caduta e ascesa del Doge di Genova

di Martino Pinali

Background storico

Mentre a Parigi fervevano i preparativi per la prima dei Vespres, la Fenice riallacciò i rapporti con Verdi, proponendogli una nuova opera per l’anno seguente (il 1856). Ma il compositore si fece desiderare, dato che andava componendo la revisione di Stiffelio (che avrebbe avuto il suo debutto a Rimini nell’estate del 1857, con il titolo di Aroldo): fu solo dopo le insistenze di Piave che si decise a firmare il contratto. Il soggetto della nuova opera proveniva da Gutiérrez (lo stesso autore del Trovador), il Simòn Bocanegra, drammone oscuro e intricato basato sulla figura del primo Doge di Genova. Come Wagner, il compositore stese una versione “in prosa” del libretto, affidandone la versificazione al solerte Piave.

Il rapporto tra Verdi e il suo librettista di fiducia, tuttavia, stava arrivando alla sua conclusione: il povero Piave iniziò a non trovare più la pazienza di un tempo per sopportare ancora l’amico compositore. A turbare il rapporto tra i due, infatti, fu la decisione di Verdi di affidare la versificazione di alcuni passi, mentre si trovava a Parigi, al toscano Giuseppe Montanelli, patriota esule nella capitale francese e modesto poeta. Tutto questo avvenne all’insaputa di Piave, che si vide restituire il libretto ultimato da una mano esterna, allegato ad una fredda giustificazione da parte di Verdi:

Eccoti il libretto accorciato e ridotto presso a poco come deve essere. Come ti dissi in altra mia, tu devi mettere o no il tuo nome. Se quanto è avvenuto ti spiace, a me spiace pure, e forse più di te, ma non posso dirti altro che “era una necessità”.

Gli interventi di Montanelli, tuttavia, non riuscirono a semplificare la complessità della trama abbozzata da Piave: probabilmente per questo, l’opera, al suo debutto (il 12 marzo del 1857, protagonisti Leone Giraldoni nel ruolo del titolo, Giuseppe Etcheverry quale Fiesco, Carlo Negrini e Luigia Bendazzi quali Gabriele e Amelia/Maria) non piacque al pubblico veneziano, che gli tributò, a detta dello stesso Verdi, un insuccesso maggiore di quello della Traviata.

Copertina del libretto edito da Ricordi

Nonostante l’insuccesso iniziale, l’opera conobbe qualche fortunata ripresa, e nel 1879, l’interesse dell’editore Ricordi, affascinato dallo sfortunato Doge genovese, spinse Verdi a riprendere in mano la partitura del Simone. Parlando con Ricordi, e con il librettista Arrigo Boito (con cui avrebbe poi collaborato per Otello e Falstaff), Verdi ammise che il grande punto debole dell’opera era l’intero Atto Primo: Boito allora abbozzò la “nuova” seconda scena dell’atto in questione, inserendo, su suggerimento del compositore, una lettera del Petrarca, che invitava i Dogi di Venezia e Genova a rappacificassi. Contemporaneamente, Verdi riscrisse non solo l’Atto Primo, ma sistemò qua e là qualche intervento (l’introduzione dell’Atto Terzo, la preghiera di Fiesco nel Prologo).

Ultimata la composizione, Verdi affidò il ruolo del titolo al baritono Victor Maurel (futuro primo Jago dell’Otello, Falstaff e Tonio nei Pagliacci di Leoncavallo), accanto a Francesco Tamagno (Gabriele) e Anna D’Angeri (Amelia). Con la direzione di Franco Faccio, la nuova versione del Simon Boccanegra debuttò trionfalmente il 24 marzo del 1881, alla Scala.

L’opera

La trama, piuttosto complicata, inizia nel 1339, a Genova. Durante le lotte tra patrizi e plebei, si impone come Doge della città Simone Boccanegra (baritono), ex corsaro al servizio della Repubblica: la sua ascesa politica è stata coadiuvata dall’amico Paolo Albiani (baritono), consigliere popolano. La fortuna politica non corrisponde, per il Doge, con quella amorosa: l’amata Maria, che le ha dato una bambina, è morta da poco, e la figlia avuta, affidata ad una nutrice nelle vicinanze di Pisa, è scomparsa anch’essa dopo la morte della protettrice. Il padre di Maria, Jacopo Fiesco (basso), considera Simone responsabile della catena di sciagure cadute sulla sua famiglia, e cova un odio verso il Doge che sfocerà, anni dopo, in una congiura.

Venticinque anni dopo, infatti, Fiesco, creduto morto da tutti, sotto il falso nome di Andrea Grimaldi capeggia una congiura contro il Doge, aiutato dal giovane Gabriele Adorno (tenore): Gabriele è innamorato di Amelia (soprano), supposta erede dei Grimaldi, ma, per ammissione dello stesso Jacopo/Andrea, ella è in realtà un’orfanella, trovata nelle vicinanze di Pisa. Di Amelia è innamorato anche Paolo, il quale chiede al Doge il permesso di sposarla.

In un colloquio con Amelia, nel quale lei rivela la sua condizione di orfana, Simone inizia a sospettare qualcosa, e scopre che la fanciulla altri non è che la sua stessa figlia, miracolosamente ancora viva e adottata dalla famiglia del nonno, ignaro della sua identità. Padre e figlia si riabbracciano, e il Doge impone a Paolo di rinunciare alle nozze con la ragazza. Sentendosi tradito dall’amico che aveva aiutato, Paolo progetta il rapimento di Amelia, che però non va a buon fine: Gabriele, infatti, uccide uno dei rapitori, e la fanciulla afferma di conoscere il nome dell’ideatore del piano, ma vuole rivelarlo solamente al Doge. Sentendosi scoperto, Paolo propone a Fiesco e a Gabriele, caduti prigionieri, di uccidere a tradimento Simone, ma, al loro rifiuto, avvelena il Doge.

Nel frattempo, Amelia rivela la verità a Gabriele, il quale, pentito per aver cercato di uccidere il padre dell’amata, durante l’agguato della sua fazione, riesce a mettere pace tra i ribelli e il Doge. Simone allora grazia tutti gli appartenenti alla congiura, concede al giovane di sposare la figlia, ma manda a morte il traditore Paolo: l’ultimo trionfo del condannato, tuttavia, è il rivelare a Fiesco di aver avvelenato il Doge.

Fiesco, pur deplorando il gesto vigliacco di Paolo, giunge a tormentare l’agonia dell’odiato Doge, rammentandogli la morte di Maria e la scomparsa della nipote: ma Simone, felice di potergli restituire la fanciulla, gli racconta la verità, ricevendo, finalmente, il perdono e l’amore del padre dell’amata. Simone Boccanegra, tra le braccia del suocero e della figlia, muore, lasciando, come ultima volontà, l’eredità del Ducato a Gabriele.

Musica e maschere

Si avverte, nell’ascolto dell’opera, il profondo cambiamento tra le due “versioni”, il passaggio tra il 1857 e il 1881: se il Prologo e la prima scena del Primo Atto conservano ancora delle forme musicali “chiuse”, con la Scena del Consiglio successiva e i restanti due atti si viene catapultati in un’altra epoca. I duettini tra Amelia e Gabriele (“Vieni a mirar la cerula”) e quello seguente tra il giovane e Fiesco (“Vieni a me, ti benedico”), di sapore “belcantista”, chinano la fronte al grande duetto di agnizione tra Amelia e il padre (“Favella il Doge ad Amelia Grimaldi?”), grandiosa scena che sembra anticipare il ben più terribile confronto genitore-figlia dell’Aida.

Il baritono Victor Maurel, “creatore” del ruolo di Simone nella versione del 1881

I personaggi principali dell’opera sembrano emergere dal mare stesso di Genova, monumentali ma soli, afflitti da demoni, incubi, ricordi e desideri, da una serie di stati d’animo, insomma, che li rende ciechi: Fiesco nel suo odio contro il seduttore della figlia, che lo porta addirittura ad imprecare contro la Vergine Maria, per non averla protetta (“Il lacerato spirito”); Amelia nei suoi confusi ricordi d’infanzia e nella sua ricerca della figura paterna (degna di nota la sua meravigliosa scena “Come in quest’ora bruna” , preceduta da un sublime Preludio che descrive l’aurora e i primi raggi solari); Gabriele nella sua gelosia furibonda, quando Paolo gli fa credere che il Doge sia innamorato di Amelia (“Sento avvampar nell’anima”); Paolo nel continuo timore di vedersi scoperti i propri piani (il breve monologo con cui inizia l’Atto Secondo, nonché la sua “auto-maledizione” nel Finale Primo, quando il Doge gli impone di maledire l’ideatore del rapimento di Amelia). Il protagonista della vicenda, diversamente, eterno altruista, non canta mai per sé: nei momenti “pubblici” parla il Doge Boccanegra (impressionante la sua invettiva contro il popolo bramoso di sangue “Plebe, patrizi, popolo dalla feroce storia!”), e Simone si apre solamente a pochi ed eletti personaggi, senza imprimere mai la sua autorità o il suo dolore sugli altri, ma sempre rispettando gli stati d’animo altrui. La fragilità interiore di ognuno di questi sventurati protagonisti si esprime con le parole di Fiesco nel Finale Terzo, di fronte al genero moribondo:

Ogni letizia in terra

è menzognero incanto,

d’interminato pianto

fonte è l’umano cor.

Tre buoni motivi per cui vale la pena ascoltarla

  1. per la gran Scena del Senato, “ri-creazione” verdiana, con quel capolavoro che è la citata invettiva del Doge, seguita dalla tremenda maledizione sul “vil che ode e impallidisce in volto”;

  2. per Amelia/Maria, al tempo stesso damsel in distress ed eroina, capace di piegare l’odio di un popolo con il suo amore filiale e coniugale, ruolo reso celebre dalle interpretazioni di Maria Agresta, Victoria De Los Angeles, Mirella Freni, Carmen Giannattasio, Katia Ricciarelli, Kiri Te Kanawa;

  3. per i duetti tra Simone e Fiesco che aprono e chiudono l’opera (Prologo: “Suona ogni labbro il mio nome!” in cui il suocero maledice il genero per avergli fatto perdere la figlia e la nipote, che invece ritroverà, come dice Simone nell’Atto Terzo: “Delle faci festanti al barlume”): il distacco e l’odio sfociano nella pace tanto a lungo attesa.

Dove e quando ascoltarla in Italia

L’inaugurazione della stagione 2013-2014 al Regio di Torino avviene proprio con il Simone, diretto da Gianandrea Noseda e con la regia di Sylvano Busotti (con un cast succoso che vede alternarsi, nei quattro ruoli principali, Ambrogio Maestri e Alberto Mastromarino, Michele Pertusi e Giacomo Prestia, Maria José Siri e Erika Grimaldi, Roberto De Biasio e Gianluca Terranova).