Pubblicato il: mar, Mar 5th, 2013

Essere transessuali in Italia: il racconto di Erica, studentessa dell’Università di Pisa

di Riccardo Rocca

Libretto universitario

Dopo il racconto di S, ragazzo trans (FtM) ci ha contattato una ragazza, sempre di Pisa, per raccontarci la sua esperienza. Per ovvi motivi useremo un nome di fantasia, la chiameremo Erica. Erica ha 22 anni ed è una trans (MtF), frequenta l’Università di Pisa e da poco ha intrapreso la cura ormonale per portare avanti il processo che la porterà ad essere donna a tutti gli effetti.

Innanzitutto, parlaci di te e della tua storia.

Mi sono sempre sentita una donna, sin dalla più tenera età. Sono transessuale da circa un anno e mezzo, ho intrapreso un percorso di transizione al centro DIG di Firenze, con a capo il dott. Maggi, e sono seguita dalla sua equipe di esperti. Pochi giorni fa mi è stata prescritta la cura ormonale, e dopo tanti sacrifici e dopo tanta sofferenza, per aver represso il mio modo di essere, finalmente ora posso dare un senso alla mia vita e ne sono felice, al di là di tutte le critiche che ricevo giornalmente. Ho un carattere così forte e determinato che non mi importa nulla del giudizio della gente, io penso alla mia felicità e al fatto di dover render conto solo alla mia famiglia che mi sostiene da sempre. È difficile vivere nella condizione di non sapersi riconoscere allo specchio, di non sapere quali abiti indossare, quale atteggiamento adottare; e soprattutto, chi essere. Non sapevo più quale fosse il mio nome e quale la mia identità. Tale è la condizione di una transessuale, quella di non avere una propria identità ma di doversela pian piano ricostruire col sudore della propria fronte e col supporto degli amici e della famiglia.

 Come hai affrontato la tua condizione in famiglia?

La mia famiglia mi è molto cara. A marzo del 2012 lo dissi alla mia famiglia. Erano le vacanze di Pasqua. I miei genitori avevano già intuito questa mia metamorfosi, ma aspettavano soltanto che io ne facessi parola. È stato difficile all’inizio, avevo paura di deluderli. Ma con tante difficoltà, che insieme affrontiamo, credo che il momento più negativo sia stato già superato. Mia madre quel giorno disse: “Se questo è il tuo desiderio e il tuo destino, noi siamo pronti ad aiutarti. Non verrai mai cacciato via di casa per questo perché io non me ne vergogno affatto. Ti ho messo io al mondo e ti ho voluto e desiderato; e che tu sia figlio o figlia per me non cambia il tuo valore, così immenso ai miei occhi, ma sarai la persona di sempre, bella e intelligente, che io ho sempre conosciuto.” Mi disse proprio queste parole.

 E con gli amici com’è andata?

Un notevole supporto l’ho ricevuto dai miei amici, anche perché quando iniziai il percorso i miei genitori non ne erano ancora a conoscenza. Furono tutti molto carini e disponibili, pronti ad ascoltarmi e a difendermi dalle critiche della gente nel periodo in cui ero ancora molto suscettibile alle cattiverie.

All’università invece come ti sei comportata?

Piano piano ho definito la mia immagine e la mia femminilità. Ho continuato, come prima già facevo, a frequentare i locali della mensa, della biblioteca e dell’università senza alcuna vergogna. Ho continuato a sostenere i miei esami con il massimo dei voti, e ad essere chiamata all’appello col nome maschile, continuando ad andare avanti sempre a testa alta. Se agli occhi degli altri potevo risultare ridicola, fuori luogo, imbarazzante, io invece mi sentivo me stessa per la prima volta nella vita. All’inizio però, mi vergognavo un po’.

 Cosa consigli agli studenti transessuali di tutta Italia?

Di fare leva sul loro coraggio e sulla loro determinazione, e meno sull’università purtroppo, in quanto quest’ultima risulta essere ancora molto indietro sull’argomento. Inoltre io credo che il caso da voi segnalato, come il mio anche, non sia isolato. Credo che esistano molti studenti transessuali che purtroppo si nascondono per vergogna, o perché non sono dichiarati alle famiglie. Ma io credo che se facessimo sentire le nostre voci, qualcosa verrebbe fatto, ecco perché l’università dice che c’è poca richiesta. L’associazione Arcigay di Pisa ha lavorato per la questione del doppio libretto fin dal 2010 portando la questione fino al Ministero e il presidente dell’associazione, dentro al CPO, ha perso due anni di fatica. Poi i vari ddl hanno fatto smantellare ogni proposta.

 Conosci altri studenti o studentesse transessuali della tua università?  

Non conosco purtroppo altri ragazzi/e trans nella mia università. Molti, secondo me, preferiscono svolgere un percorso di studi nell’anonimato, o molti purtroppo, non sostenuti dalle famiglie, non hanno le possibilità di studiare. Poi, sfatiamo il mito della transessuale prostituta. Nessuno ha piacere nel prostituirsi sulle strade. Molte sono costrette a farlo perché se la famiglia non ti sostiene, sei finita. I negozi difficilmente ti assumono per via dei documenti che restano al maschile (mentre in altri stati più progrediti del nostro, il cambiamento dei documenti è previsto già da prima della riattribuzione chirurgica) o per via dell’ignoranza della gente che si ostina a non voler comprendere, ma solo a deridere chi fa una scelta come la mia. L’importante è essere in armonia con se stessi e lottare per la propria determinazione nella quotidianità e nel mondo del lavoro. E io non mi arrendo.

 Esiste un posto dove i ragazzi e le ragazze transessuali possono incontrarsi?

Esiste un centro dove molti transessuali si incontrano. Io però lo frequento raramente. È il consultorio Transgender di Torre del Lago gestito da Regina Satariano. Il consultorio si è sempre occupato dei problemi riguardanti il mondo transgender in Toscana e in Italia, portando avanti molte campagne politiche per il riconoscimento dei diritti ancora negati alla comunità LGBT.

Questa storia ci ricorda come in questo Paese non esista ancora una legge contro la transfobia. Questo permette alla società di discriminare senza nessun tipo di conseguenza le persone transessuali dal luogo di lavoro alla scuola, emarginandole dalla società stessa e spingendole in molti casi a sopravvivere vendendo il proprio corpo. C’è da auspicarsi che il prima possibile il Parlamento approvi una normativa più seria e meno discriminatoria verso quella, che si è una minoranza, ma non per questo meno meritevole di diritti.