Pubblicato il: mar, Lug 24th, 2012

Effetti spending review sulle Province: cosa ne pensano gli interessati?

di Stefania Manservigi

Come è noto, la spending review, di cui tanto si discute nell’ultimo periodo, rischia di abbattersi come una scure violenta sul futuro delle Province. A garanzia della sopravvivenza degli enti, infatti, si è detto come sono stati approvati nuovi criteri da parte del Governo. In primis il raggiungimento di un numero di abitanti pari a 350mila. E per finire, l’attenzione anche al dato meramente territoriale, con la necessarietà della sussistenza di una superficie non inferiore ai 2500 metri quadrati. Requisiti rigidi e insindacabili, che vanno controcorrente rispetto al trend che negli ultimi anni ha portato al proliferare della nascita di nuove Province con conseguenze tutt’altro che positive per il bilancio pubblico. Manovra, comunque, già ampiamente annunciata e necessaria nel tentativo di riduzione degli sprechi.

Come abbiamo visto le conseguenze sembrano essere molto pesanti. Giova ricordare, infatti, che a passare il “test” imposto dall’esecutivo sarebbero solo 43 su 107 Province, di cui 10 metropolitane, 26 in Regioni a statuto ordinario e 7 in Regioni a statuto speciale. Più della metà delle Province, quindi, sembra essere destinata a sparire dando il via a strani accorpamenti tra realtà locali caratterizzate, addirittura, da rivalità storiche. Un esempio lampante è quello dell’Umbria, in cui la provincia di Terni è a rischio eliminazione, con l’estensione dell’unica provincia riconosciuta, quella di Perugia, a tutto il territorio regionale. Oppure la situazione dei vicini di casa livornesi e pisani, costretti ad accorparsi in un’unica realtà. Emblematica è infatti la situazione toscana: di 10 province, solo Firenze avrebbe i requisiti necessari alla sopravvivenza. Ma non solo: si trasformerebbe in città metropolitana, mentre le altre 9 province dovrebbero dar vita a due nuove amministrazioni provinciali. Quello che sta già succedendo in Emilia Romagna, dove si prospetta la nascita della “Provincia Romagnola” che riunirebbe Cesena, Rimini, Forlì e Ravenna. Per quanto riguarda il versante emiliano, Parma Piacenza Modena e Reggio Emilia andrebbero a costituire la “Provincia del buon gusto”. Anche la Lombardia non risulta esente dai tagli: su 12 Province, solamente Milano Bergamo Brescia e Pavia risultano possedere i requisiti per rimanere in vita, con la trasformazione del capoluogo di regione in città metropolitana.

La situazione attuale delle province italiane alla luce dei tagli previsti dalla spending review

Ma gli interessati, come hanno reagito allo scenario che si profila all’orizzonte? Capogruppo degli scontenti è stata sicuramente Renata Polverini, Presidente del Lazio. Dalle sue parole, infatti, la situazione del Lazio appare controversa. La Polverini avrebbe così denunciato: “Con questi nuovi criteri al danno si é aggiunta anche la beffa: rischiamo di perdere la Provincia di Viterbo per 30.000 residenti in meno del necessario e quella di Latina per 49 kmq in meno di quanto stabilito con il decreto votato oggi dal Consiglio dei Ministri. Rieti, invece, avrebbe chilometri quadrati in abbondanza, ma non abbastanza abitanti secondo una proporzione che non risponde né a logiche di risparmio concrete e realistiche, né a criteri storici, economici o sociali. Persino Frosinone, che pure avrebbe tutti i requisiti sanciti dal decreto odierno, si salverebbe in modo virtuale, considerato che perderebbe il capoluogo”. A lamentarsi dello scenario che il decreto aprirebbe, non è stata solo la Polverini. Ad aggiungersi al coro delle voci contrariate è stato il Presidente della Provincia di Pordenone Alessandro Ciriani (Pdl) che, combattivo, ha promesso: “Pordenone non finirà mai sotto Udine”. Più diplomatico è stato invece il Presidente della Provincia di Udine, Pietro Fontanini che, nonostante abbia precisato che siano solo le regioni a poter modificare i requisiti riguardanti l’estensione e il numero di abitanti, ha però anche riconosciuto che in una regione come il Friuli Venezia Giulia, di soli un milione e 200mila abitanti, quattro Province siano decisamente troppe. Giuseppe Castiglione, presidente dell’Upi (Unione Province d’Italia) intanto lancia il vero allarme: con i tagli previsti dalla spending review, infatti, metà delle Province andrà in dissesto e, il rischio concreto, è quello di non riuscire a garantire la riapertura dell’anno scolastico. Ad avvalorare il rischio è anche l’Agesc (Associazione Genitori Scuole Cattoliche), per bocca del Presidente Roberto Gontero che afferma: “È a rischio la riapertura delle scuole paritarie”. Problema cui il Governo dovrà trovare soluzione, essendo impensabile che a fare le spese del debito pubblico italiano sia sempre, e in qualunque modo, l’istruzione, agnello sacrificale per eccellenza.

A rincarare ulteriormente la dose ci pensa Susanna Camusso, leader della Cgil, che espone il rischio  della compromissione del diritto del cittadino alla tutela della salute e alle cure, a causa dei tagli ingenti predisposti anche nella sanità. Dopo l’allarme, però, vale la pena sottolineare l’augurio, riposto nelle parole dello stesso Castiglione: “Ora parte un processo di riforma istituzionale dal quale ci auguriamo esca una Italia più efficiente, con una amministrazione più moderna”. E, probabilmente, al di là di qualsiasi rivalità locale, è questa l’unica cosa che conta.