Pubblicato il: Sab, Apr 28th, 2012

Il silenzioso grido dei giovani

di Riccardo Venturi

Bambocci. Sfigati. Viziati. Scansafatiche. Fannulloni. Immaturi. Inesperti. Questo è il tipo di reputazione che accompagna il ragazzo (o ragazza) italiano medio. Avere una così cattiva reputazione, anche tra figure istituzionali di primo piano come ministri o ex ministri, è indicativo. Chiunque si sia espresso sulla generazione emergente, anche solo a fini strumentali, raramente ha trovato parole di encomio, mentre più frequentemente abbiamo assistito a veri e propri atti di sfiducia pubblica e di generalizzazioni che tarperebbero le ali anche al più ottimista dei giovani.
Eppure la risonanza e l’indignazione che hanno scatenato certe dichiarazioni è fin troppo poca e limitata. A dire il vero non si capisce neanche quali sarebbero di preciso le effettive mancanze di cui veniamo tacciati o cosa in concreto ci abbia fatto meritare questa fama. Più che altro si ha l’impressione di essere semplicemente insultati o, nel migliore dei casi, di non essere presi dovutamente in considerazione.Abbiamo assistito a ben poche prese di posizioni a difesa di una generazione sicuramente contraddittoria sotto molti aspetti, ma comunque confusa ed a volte spaesata. Verrebbe da dire “da che pulpito viene la predica!”.
Già, infatti il terreno lasciatoci in eredità da genitori e nonni non è dei più fertili, anche se non dobbiamo cadere in una pura e semplice analisi demagogica del futuro. Bisogna spiegare meglio la situazione.
La generazione non più “teen”, quella lanciata nel terzo millennio, vive nonostante tutto una situazione di consolidato benessere materiale. Non solo, la società in cui ci troviamo, rispetto al passato, ha un’evoluzione molto più rapida e frenetica in termini di ritmi, relazioni e comportamenti. Inevitabilmente un contesto del genere ci catapulta in un modo di vivere e di pensare estremamente diverso rispetto a quello delle precedenti generazioni, le quali, invece, in molti casi ci vedono inadatti a prendere le redini del mondo a causa dell’attuale tendenza giovanile ad adagiarsi nelle comodità e nella prolungata “immaturità”. Siamo e saremo ancora gli eterni adolescenti, poco propositivi, sempre più comodoni e soprattutto mammoni senza scampo.
Certamente anche un discorso di questo tipo può apparire alquanto generico e indefinito. I conflitti generazionali non possono schematicamente ridursi al bianco e nero, perchè caratterizzati da complesse dinamiche che sfumano gli estremi attraverso diverse variabili come quelle del contesto sociale, della differenza di età e dei diversi interessi in gioco. Anche a livello puramente numerico, i cosiddetti “baby boomers” facevano la differenza urlando o, ancor più, votando.
Da questo punto di vista potremmo parlare più di una contrapposizione intragenerazionale che, con il riacutizzarsi dei dislivelli economici e di opportunità, diventa sociale. Andando però a guardare bene le singole situazioni ci accorgiamo di come ai giovani, stavolta sì, in senso generale, raramente vengono concesse forme di fiducia concreta,quando invece, per l’attuale classe dirigente, sarebbe il momento di passare il testimone e di farsi da parte davanti ad un suo evidente fallimento. Le resistenze sono comunque molto forti e sappiamo che non è così semplice e lineare.
Partendo da questa premessa si può arrivare all’analisi della non considerata, se non proprio semisconosciuta, eredità pesante che molto probabilmente dovremo imparare a gestire in futuro.
I nonni e i padri hanno fondamentalmente due argomentazioni che tacitamente ed egoisticamente gli consentono di non sentirsi finora in discussione. La prima è quella che entrambi hanno vissuto un conflitto generazionale aperto, gli uni contro gli altri. I primi erano ancorati ad un mondo che, anche se contemporaneo, si può definire allo stesso tempo antico. I secondi hanno provocato una profonda frattura che ha stravolto non solo i tempi, ma la vita stessa. Il mondo in cui viviamo adesso è sicuramente in esponenziale cambiamento, ma è il frutto diretto dei pensieri, delle filosofie e delle conquiste della precedente generazione. Se la Seconda Guerra Mondiale e le successive battaglie nel campo dei diritti e degli ideali hanno comunque portato ad un distacco vero e sentito dal passato, il cambiamento che stiamo vivendo oggi è apparentemente solo tecnologico, mentre il resto delle dinamiche rimane quasi invariato. Questo non è poco, perché il progresso tecnologico ha portato benessere materiale e significative opportunità economiche e sociali, ma spesso e volentieri non si va oltre a questa semplicistica visione dei tempi. Semplicistica perché la realtà non si può ridurre a questo, ignorando altre forme di progresso e sviluppo che dovrebbero essere invece poste al primo posto nell’agenda quotidiana comune.
La seconda argomentazione che accomuna gli over quaranta e che comporta una discriminazione in termini di considerazione,è quella di un “bonus” inesauribile dovuto all’aver vissuto da protagonisti attivi eventi epocali come quelli sopracitati: la guerra, il boom economico e le grandi battaglie nel campo dei diritti sociali e civili. La generazione del terzo millennio non è mai stata né protagonista né testimone di passaggi simili, per questo appare meno credibile.Sembra non aver dimostrato ancora niente, né nel bene né nel male. Paradossalmente il fatto che non ci siano elementi di rottura così conclamati ha favorito il perpetuarsi di una certa mentalità estremamente rivolta al passato e conservatrice di uno status quo che, anche solo fisiologicamente, doveva finire molto tempo fa. Il centro dei dibattiti e delle problematiche del mondo è cambiato nella sostanza, ma non nella forma. Per questo i più giovani vengono considerati ancora inadatti. Gli viene riconosciuto il talento, ma in molti ambiti, come quello dell’entrata nel mondo del lavoro, questo rimane non sfruttato fino ad essere bruciato. Si passa dall’essere troppo giovani a troppo vecchi senza via di mezzo. In Italia si è ancora giovani a trentacinque anni.

Camila Vallejo

La nostra generazione, secondo quelle precedenti, non ha né l’autorevolezza, né l’autorità, né il pretesto per compiere una naturale sostituzione. Pur avendo la conoscenza diretta di un mondo pienissimo di opportunità, viviamo un immobilismo sociale quasi totale, specie nel nostro paese. E’ questo il reale paradosso che caratterizza l’attualità e che sposta anche gli obiettivi e il mirino da quelle che dovrebbero essere le problematiche più impellenti da considerare. La nostra relativa agiatezza non ci dà spinte per capire in che direzione andare e questo allo stesso tempo crea un vero e proprio problema di disagio giovanile. E’ silenzioso, ma concreto e diffuso. E’ tutto troppo facile per lamentarsi, è tutto troppo difficile per agire. E’ una situazione di stallo ed apatia, la peggiore di tutte. Se da una parte le opportunità anche solo di conoscere direttamente il mondo sono infinite, dall’altra parte non si sa da dove cominciare. Il mondo sembra non appartenere più ai giovani perché si è persa la certezza delle conquiste, cosa che ha favorito tanto i nostri genitori che probabilmente hanno vissuto l’ultimo periodo di illusorio superomismo. I problemi che in passato sembravano teorici e lontani, adessoli vediamo reali e influiscono sulla nostra vita presente e soprattutto sulle prospettive future. Ci rendiamo conto che tutto quello che poteva essere sfruttato in surplus a livello di tranquillità e stabilità, è esaurito. E bisogna stare attenti, perché interpretare questo disagio come una propensione a piangersi addosso e all’attendismo, rinforza ancora di più la diffusa ed errata percezione del gap generazionale. La fatica, la forza di volontà e la determinazione di chi vuole emergere è sottovalutata e vivere in un contesto che offre più possibilità non significa vivere automaticamente una condizione agevole e meno insidiosa.
Questo senso di smarrimento comune nei giovani ci fa anche capire come sia estremamente limitativo concentrare l’analisi di problemi e soluzioni su una crisi finanziarialunga e difficile e sulla necessità di una ripresa e di una crescita economica. In passato si è erroneamente e superficialmente pensato che con un determinato stile di vita e con un benessere apparentemente a portata di mano si sarebbero risolti tutti i disagi e le tensioni. Il sistema funziona perchè le persone hanno, mentre dimenticano il naturale bisogno di essere. Finchè l’andamento economico era positivo non ci si preoccupava, perché non sarebbero sorte neanche le motivazioni per metterlo in discussione. Anche a livello istituzionale si è tenuto conto di alcune rivendicazioni, più per placare le “Cassandre” che soffiavano sul fuoco dei contestatori che per un reale interesse comune.
Le problematiche sociali venivano considerate anche spropositatamente, ma solo permeri fini elettorali e politici e quindi solo in senso strumentale e demagogico; ma non si è mai lavorato concretamente per risolverle se non in termini di omologazione di necessità e paure.
Questa è l’eredità scomodissima che ci viene lasciata, il rinvio delle problematiche reali. Cresciuti inconsapevoli in un ambiente quasi ovattato, abituati ad aspettative alte e costanti, alla quasi assenza di deprivazioni, siamo una generazione che adesso inizia a guardare al futuro e a capirlo, ma senza i mezzi per poterlo affrontare in tutti i suoi aspetti. Mentre la cecità di una classe dirigente estremamente restia al superamento dello status quo rende sempre più gravi gli effetti della perdita di tempo nell’affrontare i nodi che ingessano il paese, abbiamo l’impressione di essere arrivati ad un punto di non ritorno. Se la crisi economica ci fa tremare ogni volta che i mercati finanziari vacillano, tematiche fondamentali come l’ambiente e i flussi demografici vengono accantonati se non proprio dimenticati. Eppure sono proprio questi i temi che in futuro saranno dominanti ei più difficili da affrontare. Sarebbe troppo lungo fare un elenco, ma accettare l’idea di una decrescita sostenibile, soprattutto a livello di aspettative e necessità, ci permetterebbe quantomeno di rifocalizzare l’attenzione sulle problematiche più impellenti; ci permetterebbe anche di seguire il corso naturale delle cose e creare quell’elemento di rottura ormai quasi insperato che servirebbe alla nostra generazione e soprattutto a quelle future. Ma come un cane che si morde la coda, più si acquisisce consapevolezza di ciò, più una situazione del genere appare utopica. Finchè resteranno in gioco enormi interessi e finchè questi verranno trasferiti in eredità, i giovani prenderanno la fisionomia di questa vecchia, antiquata e marmorea società che calpesta brutalmente ogni tentativo di progresso sociale reale e non meramente economico.