Pubblicato il: gio, Apr 3rd, 2014

#ChiamiamolaTortura, la nuova petizione dell’Associazione Antigone

di Giulia Mazzetto

Il logo della campagna dell’Associazione Antigone

L’Associazione Antigone ha lanciato la campagna #ChiamiamolaTortura per l’introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale. La petizione lanciata sul sito change.org, diretta a tutti i parlamentari e alla Presidente della Commissione Giustizia della Camera, nel giro di pochi giorni ha già raccolto oltre 6.000 firme, a fronte di un un obiettivo totale di 10.000. La campagna punta su un concetto molto semplice: «Una persona custodita dallo Stato, quello Stato che rappresenta tutti noi, non deve mai sentirsi a rischio. Eppure la tortura esiste, è praticata. Senza questa tutela, nessuna democrazia può ritenersi al sicuro», come si legge nel sito dell’Onlus.

Massimo Carlotto, testimonial della campagna di Antigone, fa notare che, negli ultimi anni, con la lotta al terrorismo, in ambito internazionale si è molto esteso l’ambito di tolleranza della pratica di torture fisiche o di altra natura, giustificando qualunque comportamento sotto la bandiera dell’ideologia. I casi più clamorosi sono rappresentati sicuramente dalle carceri di Abu Ghraib e di Guantanamo, dove la detenzione di prigionieri di guerra è stata arbitrariamente trasformata in palesi violazioni dei diritti umani.

Non è necessario tuttavia andare così lontano: anche in Italia la tortura continua infatti ad essere praticata, sia a livello poliziesco, sia a livello penitenziario, come dimostrano gli episodi ormai acclarati della scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 e le singole barbarie perpetrate ai danni di ragazzi come Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi. «La tortura è detenere un corpo e poterne approfittare», afferma Erri De Luca, attivista molto impegnato nella campagna, indicando tale delitto come un «sequestro di persona allo scopo di abusarne», molto diverso dunque dal semplice reato di lesioni presente nel codice penale e che necessita perciò di una fattispecie ad hoc.

Per Nazioni Unite e Consiglio d’Europa, la tortura rappresenta un efferato crimine contro l’umanità, per l’Italia non costituisce reato. In questi anni, il paradosso è stato più volte sottolineato, anche a livello mediatico, con tanto di frequenti richiami da parte dell’Unione Europea e nonostante, da un quarto di secolo, il nostro Paese si sia impegnato formalmente con le Nazioni Unite a prevedere tale crimine nel proprio ordinamento.

Un manifesto contro la tortura
Fonte: amnesty.org

Bisogna innanzitutto puntualizzare che, nella storia italiana, non si intende soltanto la tortura carceraria, nonostante sia necessario riconoscere che il problema del sovraffollamento e del conseguente trattamento inumano nelle carceri nel nostro Paese è preponderante ed allarmante; si tratta anche di tortura giudiziaria, nella forma dell’estorsione delle confessioni, e quella più propriamente punitiva, riscontrabile in varie tipologie di vessazione. Tutte queste forme di tortura riguardano la sfera pubblica e per questo devono ricevere tutela dal diritto, evidenziando una lacuna del nostro sistema penale, il quale non fornisce alcuno strumento legislativo che permetta di sanzionare comportamenti tanto spregevoli.

Ora sembra che qualcosa si stia davvero muovendo a livello legislativo: tra pochi mesi l’Onu dovrà valutare la tenuta dei diritti umani nel nostro Paese e, qualche settimana fa, il Senato ha approvato quasi all’unanimità il disegno di legge che mira ad inserire nell’ordinamento italiano il reato di tortura, dopo averlo tuttavia modificato in commissione Giustizia, configurandolo come delitto comune e con una mera aggravante al secondo comma per il caso in cui l’autore sia un pubblico ufficiale.

Rimangono  forti le perplessità e le insoddisfazioni nei confronti di un testo criticabile, in quanto, secondo Antigone, denota un depotenziamento rilevante per il suo significato finale, nella necessità della reiterazione degli atti di violenza perché si possa perfezionare la fattispecie, ma soprattutto non imponendo la qualificazione di reato proprio, nello specifico ai titolari di funzione pubblica, come avviene invece in molti altri sistemi penali occidentali: in molti casi concretamente riscontrati sono proprio le figure che dovrebbero ergersi pubbliche custodi dell’integrità e dell’incolumità fisica delle persone, i primi responsabili di vessazioni e torture.