Pubblicato il: mer, Set 18th, 2013

Accademici scrivono alla Ashton: chiedono all’Ue di non finanziare i progetti negli insediamenti israeliani

di Valeria Vellucci

Catherine Ashton

Sono 500 gli accademici di tutto il mondo, tra ricercatori e docenti universitari, ad avere indirizzato una lettera all’Alto Rappresentante degli Affari Esteri dell’Unione Europea, Catherine Ashton. Ci si rivolge a Bruxelles in merito alle nuove linee guida adottate dall’Unione Europea, chiedendone l’applicazione completa, in materia di ammissibilità degli enti israeliani al sostegno finanziario della UE. Esse sono finalizzate, quindi, ad evitare che i progetti negli insediamenti israeliani ricevano finanziamenti dal Consiglio Europeo della Ricerca e da Horizon 2020. La preoccupazione dei ricercatori, e non solo, è scaturita dal fatto che l’Unione Europea potesse finanziare ed incoraggiare collaborazioni tra università europee e aziende israeliane operanti nei Territori Occupati. «Attuare le linee guida in modo completo per garantire che i progetti, le imprese e le istituzioni situate in insediamenti illegali israeliani non siano ammessi ai finanziamenti per la ricerca dell’UE». Questo è parte di ciò che gli accademici hanno espressamente richiesto.

Le linee guida dell’Unione Europea vietano, sostanzialmente, il finanziamento degli enti israeliani che hanno legami con gli insediamenti in Cisgiordania. L’UE, difatti, non riconosce la sovranità di Israele sui Territori Occupati dal giugno 1967: Striscia di Gaza e Cisgiordania (considerati ‘territori’), Gerusalemme Est e Alture del Golan (annesse allo Stato di Israele). Suddette aree non vengono ritenute parte del territorio di Israele nonostante il loro status giuridico nell’ordinamento israeliano. L’UE si pone di non riconoscere alcun cambiamento dei confini del 1967 che non sia stato concordato dalle parti del processo di pace in Medio Oriente. Il Consiglio degli Affari Esteri dell’Unione Europea si impegnerà a limitare l’applicazione degli impegni con Israele al territorio israeliano riconosciuto dall’Unione.

Nel frattempo ad allarmare Israele è l’imminente deadline di Horizon 2020, il cui inizio è programmato per gennaio 2014. Ad Israele non è stata ancora offerta piena partnership nel programma. La sua esclusione dal progetto da 80 miliardi di euro, significherebbe un durissimo colpo nonché la perdita di circa 1000 miliardi di fondi destinati alla ricerca e allo sviluppo. Infatti, secondo quanto riporta il quotidiano israeliano Hareetz del 6 agosto scorso, gli scienziati israeliani si mostrano seriamente preoccupati per gli irreparabili danni che il taglio dei finanziamenti dell’UE potrebbe causare. I ricercatori si sarebbero altresì scagliati contro l’insolita reazione del ministro Naftali Bennett circa le linee guida dell’UE. Il leader del partito Casa Ebraica non si è infatti dichiarato contrario alla fine della cooperazione con l’Unione Europea.

Era il 12 agosto quando lo stesso Benjamin Netanyahu si espresse a proposito della posizione assunta dall’Unione Europea, definendo le linee guida come un ostacolo alla buona riuscita del processo di pace in Medio Oriente: «Irrigidiscono la posizione dei palestinesi e quindi ostacolano il raggiungimento di una posizione che può essere trovata solo attraverso negoziati tra le parti e non tramite diktat esterni».

Non si è mancato, inoltre, di sottolineare la posizione del Segretario di Stato americano John Kerry, il quale starebbe facendo pressioni all’UE per far sì che le nuove linee guida vengano annullate.