Pubblicato il: lun, Set 16th, 2013

Beirut, 1982. Sabra e Shatila, 31 anni dopo: il massacro impunito

di Valeria Vellucci

(fanpage)

Libano, 1982. Il paese, già devastato da una sanguinaria guerra civile (1975 – 1990), tra il 16 e il 18 settembre 1982 diviene teatro di uno dei massacri più agghiaccianti che la storia recente ricordi. Sabra e Shatila, campi profughi creati dopo il 1948 alla periferia ovest di Beirut, accolgono migliaia di palestinesi in fuga dallo Stato di Israele. Il 15 settembre di 31 anni fa l’esercito israeliano, guidato dall’allora generale Ariel Sharon, chiuderà ermeticamente i due villaggi impedendo a chiunque di uscirne. Postazioni e torrette di controllo sorgeranno, dislocate in cima agli edifici, nelle strade circostanti e lungo il viale Camille Chamoun. Nel pomeriggio del 16 settembre 1982 le truppe cristiano – falangiste libanesi, guidate da Elie Hobeika, avranno libero accesso ai campi. Ne usciranno solamente due giorni dopo, il 18 settembre.

Per tre giorni Sabra e Shatila verranno letteralmente assaltati dalle milizie falangiste, con la complicità e il silenzio dell’esercito israeliano. I morti saranno migliaia e i dati forniti al riguardo sono tra essi discordanti: secondo la Croce Rossa internazionale le vittime furono 1.500, fonti filo palestinesi indicano 3.500 mentre circa 450 e 700 sono quelle stimate dall’esercito libanese e i servizi segreti Israeliani.

Nei campi erano presenti per lo più donne, anziani e bambini. Tutti civili innocenti e disarmati, intere famiglie sterminate dalla furia dei miliziani e da una violenza senza fine. Quello che si presentò agli occhi di chi entrò nei villaggi nelle ore immediatamente successive all’eccidio, fu uno scenario surreale. Odore di morte, corpi di bambini e neonati gonfi e mutilati, donne incinte violentate e sventrate, ragazzini fucilati, uomini con delle croci incise sul petto, anziani dilaniati dai colpi d’arma da fuoco e fosse comuni che accoglievano migliaia di corpi ammassati l’uno sopra l’altro.

Il massacro, tuttavia, rimane tuttora impunto. Il 28 settembre di quello stesso anno venne istituita una commissione di inchiesta presieduta da Yitzhak Kahan, composta dall’alto magistrato Aharon Bahak e dal generale della divisione della riserva Yona Ephrat. L’8 febbraio dell’anno successivo,  il verdetto: la Commissione giudica come responsabile materiale del massacro Elie Hobeika, ammettendo anche il ruolo di Ariel Sharon, incolpato di non aver prevenuto o stroncato il massacro. Nonostante il riconoscimento di responsabilità, non fu prevista alcuna condanna concreta.

Ariel Sharon, 1982

Nel 2001, la Corte di Cassazione Belga riapre il processo di Sabra e Shatila e Hobeika è chiamato a testimoniare sul rapporto esistente tra falangisti e israeliani. Nel 2002 il comandante dei falangisti libanesi perde la vita in un attentato a Beirut. Alcune fonti resero noto che prima di morire avrebbe incontrato due senatori belga, Josy Dubiè e Vincent Van Quickeborne, ed avrebbe loro promesso di fare importanti rivelazioni sulla strage di Sabra e Shatila, nonché sui rapporti da lui intrattenuti con i generali israeliani direttamente dipendenti, in quei giorni, da Ariel Sharon.

Successivamente Israele si oppone fermamente alla condanna di colui che diverrà il futuro leader del paese. Il Parlamento belga archivierà il caso. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato il massacro con la risoluzione 37/123, 16 dicembre 1982, ma l’unica inchiesta ufficiale rimasta aperta è quella della Commissione Kahan.

Inoltre, è proprio oggi che i negoziatori israeliani e palestinesi si sono incontrati a Gerusalemme per discutere, alla presenza di John Kerry, di temi non ancora resi noti. Il capo negoziatore palestinese, Saeb Erekat, ha voluto ricordare il 31esimo anniversario del massacro di Sabra e Shatila con queste parole: «Nel 31esimo anniversario del massacro di Sabra e Shatila, cogliamo l’opportunità per ricordare le vittime e l’importanza di porre fine all’impunità per simili crimini. Trentuno anni dopo non c’è ancora giustizia per le vittime. I responsabili, tra cui l’allora Ministro della Difesa Ariel Sharon hanno percorso carriere politiche di successo, un ulteriore insulto». Ed ancora, Erekat prosgue: «Mentre i negoziati proseguono, vogliamo garantire al nostro popolo, da Sabra e Shatila fino ad Yarmouk, che una soluzione della questione dei rifugiati nel rispetto del diritto internazionale e della risoluzione 194 sarà la pietra fondante qualsiasi accordo di pace».