Pubblicato il: lun, Lug 29th, 2013

Pena di morte, sempre meno esecuzioni: il Rapporto 2013 di “Nessuno tocchi Caino”

di Riccardo Venturi

Il Report sul biennio 2012-2013 di “Nessuno tocchi Caino”, la lega internazionale di cittadini e parlamentari che si batte per l’abolizione della pena di morte, mostra notizie positive e progressi in tutto il mondo. Tuttavia, è necessario utilizzare la giusta cautela e relativizzare gli entusiasmi quando si parla di esecuzioni capitali: infatti, oltre al fatto che l’abolizione definitiva in tutto il mondo rimane una “chimera”, i dati presentati non corrispondono sempre alla vera dimensione del fenomeno. La gran parte dei paesi che adottano questa forma estrema di sanzione giuridica sono lontani dagli standard di trasparenza e garantismo internazionali. Nel 2013 quindi le iniezioni letali, le fucilazioni, ma anche le pratiche crudeli e le esecuzioni sommarie e segrete rimangono all’ordine del giorno.

Amnesty International distingue convenzionalmente i paesi in cui la pena capitale è stata abolita totalmente, da quelli dove è mantenuta per i crimini “non ordinari” e da quelli dove non ne è stato fatto uso per almeno dieci anni. Secondo “Nessuno tocchi Caino”, centododici paesi appartengono a queste tre categorie (di cui cento sono ascrivibili al gruppo dell’abolizione definitiva), mentre ben quaranta stati mantengono la pena di morte ancora oggi. Nonostante ciò, a livello globale il trend è positivo; mentre nel 2011 le esecuzioni erano state circa 5000, già nel 2012 il computo complessivo è sceso a quota 3967. Il Report evidenzia anche altri sostanziali progressi in senso abolizionista. Alcuni stati, fra i quali Lettonia, Mongolia, Benin, Repubblica Democratica del Congo, Qatar, Cuba e Zimbabwe, hanno definitivamente abbandonato la pratica a livello giuridico, hanno superato i dieci anni senza implementarla (diventando abolizionisti di fatto), o hanno ratificato il Secondo Protocollo Opzionale al Patto sui Diritti Civili e Politici, relativo alla pena di morte. Altri governi hanno invece deciso per l’introduzione di una moratoria e o per commutazioni collettive di pene capitali. Inoltre, il 20 dicembre del 2012, i rappresentanti di addirittura centoundici paesi hanno votato a favore di una nuova Risoluzione su una Moratoria sull’Uso della Pena di Morte, stabilendo un record numerico positivo: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha così adottato la quarta Risoluzione nell’arco di sei anni. A queste buone notizie fa da contraltare la ripresa delle esecuzioni in otto stati; dopo anni di sospensione, Botswana, Giappone, India, Indonesia, Gambia, Pakistan, Kuwait, Nigeria e Papua Nuova Guinea hanno deciso in questo senso, attenuando i miglioramenti su scala mondiale.

L’Asia è il continente dove si applica maggiormente la pena capitale, toccando la sorprendente percentuale del 97,8. Sul “terribile podio”, così come definito nello stesso Rapporto,  si collocano la Cina (con circa tremila esecuzioni, il 76% del totale), l’Iran (con 580) e l’Iraq (con 129). Il governo cinese è da sempre molto rigido sul tema, ma, negli ultimi sette anni, Pechino ha dimezzato le esecuzioni e ha approvato degli emendamenti che sanciscono procedure più garantiste. In Iran, il paese con il più alto tasso di esecuzioni per numero di abitanti, è da anni in corso un’emergenza nel campo dei diritti umani: secondo “Iran Human Rights”, l’esecutivo iraniano favorirebbe le relativamente frequenti condanne a morte di minorenni, le esecuzioni politiche e l’uso della tortura e di altre punizioni crudeli, in aperto contrasto con la ratifica del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. In generale, i regimi considerati “illiberali” ricorrono più spesso alla pena capitale. Fra i paesi democratici, Stati Uniti, Giappone, India, Botswana, Indonesia e Taiwan continuano ad applicarla. Negli USA la legge è disciplinata dai singoli stati federati: nel biennio 2012-2013, Connecticut e Maryland si sono sommati alle recenti abolizioni di New Jersey, New York, New Mexico e Illinois. Il Report si sofferma anche sulla situazione dei paesi a maggioranza islamica e sul ruolo dei tribunali islamici, approfondendo il legame fra Shari’a e pena di morte. Pakistan, Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti e Afghanistan (dove però la situazione è più controversa), consentono la pena di morte per blasfemia. “Nessuno Tocchi Caino” mette in luce anche il fenomeno della pena capitale per reati non violenti, politici e di opinione: il pretesto della lotta ai movimenti terroristici viene molto spesso usato dai governi per coprire la persecuzione di oppositori politici, omosessuali e minoranze. Infine, l’associazione internazionale pone l’accento sulle situazioni di alcuni paesi (tra i quali Cina, Vietnam, Bielorussia, Iran, Egitto, Corea del Nord, Siria, Iraq, Arabia Saudita, Singapore e persino Giappone) dove, complice il retaggio autoritario del “segreto di stato”, l’esecuzione viene tenuta nascosta o diviene di dominio pubblico solamente a fatto compiuto.

In Europa solo Bielorussia e Russia mantengono la pena di morte. Nonostante ciò, in alcuni paesi il dibattito viene ciclicamente riaperto, in particolare in seguito a crimini violenti e alla loro sovraesposizione mediatica. Alcuni gruppi politici strumentalizzano fatti di cronaca o la paura dell’opinione pubblica per chiederne la reintroduzione. Tuttavia, sono numerosi gli studi che smentiscono l’ipotetico effetto di deterrenza della pena capitale: i paesi che l’hanno abolita presentano anche tassi di criminalità e omicidi molto più bassi. Oltre a rappresentare una violazione del diritto alla vita (anche se c’è chi contesta la sua inviolabilità), secondo gli abolizionisti, l’esecuzione di una condanna a morte è una vendetta legalizzata e un omicidio di Stato, il che giustificherebbe indirettamente altri atti di violenza. Numerosi sono i casi di persone innocenti uccise per errori giudiziari, spesso conclamati. Infine, la pena di morte causa anche un “effetto di ritorno” sui familiari e sulle persone legate affettivamente al condannato, che subiscono un lutto voluto e sancito dallo Stato per colpe non loro. Il dibattito si spinge oltre la possibilità dell’abolizione o di una moratoria internazionale: Umberto Veronesi, Presidente di “Science for Peace” e autore della prefazione del Rapporto, non solo si schiera contro la pena di morte, ma critica qualsiasi forma di violenza (fisica o psicologica) istituzionalizzata, chiedendo l’abolizione dell’ergastolo: “esiste anche un’altra forma di pena capitale e si chiama ‘ergastolo ostativo’, cioè senza possibilità di liberazione condizionale, che è una forma di pena di morte o una pena fino alla morte, perché una persona condannata a morire in carcere entra in cella per affrontare un’agonia lenta e spietata, perché sa di non poter mai più ritornare alla vita sociale. Togliere a un essere umano la speranza di un futuro è come togliere la vita”. Queste posizioni sono comunque messe da parte dalle associazioni che si battono per l’abolizione della pena capitale; infatti queste privilegiano un percorso graduale e realistico volto ad ottenere un obiettivo per volta e a perseguire progressi lenti ma definitivi.