Pubblicato il: sab, Giu 8th, 2013

Il trovatore – La tetra fiamma di quella pira

di Martino Pinali

Background storico

Tra il debutto del Rigoletto (1851) e quello del Trovatore (1853) si apre una parentesi di un anno, in cui Verdi “riposa”: ma se la sua produzione operistica si arresta per la seconda volta (la prima fu dopo l’insuccesso del Giorno di regno, con la “pausa di riflessione” prima di Nabucco), non si arrestarono i suoi contatti con i teatri esteri e non. A Parigi, sede prediletta della covivenza con la Strepponi (lontani dalle malevole dicerie dei bussetani, che guardavano scandalizzati ad una relazione che si ostinava a non sfociare ancora in matrimonio), già si muoveva per la composizione de Les vespres siciliennes, mentre assisteva alla drammatizzazione del romanzo La Dame aux camelias di Dumas figlio, futura base per La traviata. Ma i “panni sporchi” di Marguerite Gautier dovevano ancora attendere, per essere messi in scena.

Copertina del libretto edito da Ricordi 

Non la Francia, ma l’impetuosa Spagna ispirò Verdi: più precisamente, El Trovador di Antonio Garcia Gutiérrez, dramma romantico, datato 1836, che aveva affascinato il pubblico madrileno per la complessità della vicenda e dei suoi personaggi: le stesse cose che stuzzicarono l’appetito del compositore, che suggerì subito a Cammarano di comprarne una copia per ricavarne un libretto. A Parigi, Verdi musicava le pagine che il librettista gli inviava, rispedendo al mittente, talvolta, alcuni suggerimenti e cambi. Nella primavera del ’52, tuttavia, Verdi e la compagna dovettero tornare a Busseto: un ritorno imposto dalle precarie condizioni di salute di Cammarano, e del padre di Verdi, Carlo (la madre, Luigia, era morta l’anno prima). Di nuovo immersi nei chiacchericci bigotti del paese natale, che però, in qualche maniera, andarono ad ispirare il compositore, che stava già contattando Piave per il libretto della Traviata.

A luglio, terminato da poco il libretto, Salvadore Cammarano morì: Verdi, oltre a veder finita una collaborazione sofferta ma proficua (come testimoniano i successi de La battaglia di Legnano e di Luisa Miller), si vide sfuggire la possibilità di rappresentare l’opera, che finì di comporre a novembre, al San Carlo, dove Cammarano era di casa. Fortunatamente, aveva ripreso i contatti con Roma, precisamente con il Teatro Apollo: l’opera era pronta per essere rappresentata, ma il compositore finì di aggiustare alcuni brani musicali, che furono messi in versi da Leone Emanuele Bardare, giovane napoletano, autore di alcuni “travestimenti” delle opere censurate di Verdi (fu lui a “trasformare” Rigoletto in Clara di Perth per le scene napoletane). Ultimi screzi, quelli con la Censura, sempre vigile, che censurò le ricorrenze della parola “rogo” (usata dall’Inquisizione), le litanie religiose, e il suicidio finale.

Dopo un’iniziale alterco con la cantante che desiderava per il ruolo di Azucena, il cast finale prevedeva Giovanni Guicciardi (Conte di Luna), Rosina Penco (Leonora), Carlo Baucardé (Manrico) e Emilia Goggi (Azucena). Il 19 gennaio del ’53, la “tetra” fiamma del Trovatore brillò più fulgida che mai (la scena finale dell’Atto Quarto, nella prigione, fu replicata per intero) e avvampando, di passione, nei maggiori teatri del mondo.

L’opera

La complicata vicenda dell’opera, ambientata nella Spagna del XV secolo, inizia molto prima che si apra il sipario, con un lungo e complesso antefatto, raccontato da Ferrando (basso), compagno d’armi del Conte di Luna (baritono): egli aveva un fratello, rapito da una zingara (la cui madre era stata giustiziata dall’allora Conte, suo padre) per vendetta, e bruciato nel rogo su cui era stata giustiziata la strega. Il vecchio Conte, prima di spirare, aveva fatto giurare al figlio di continuare la ricerca del fratello, che credeva ancora vivo.

Anni dopo la funesta vicenda, il Conte ha ormai abbandonato le ricerche, preso d’amore per Leonora (soprano), dama di compagnia della Principessa d’Aragona; ma il cuore di lei avvampa per Manrico (tenore), trovatore errante dal misterioso passato, e, per giunta, rivale politico del Conte.

Manrico è figlio di Azucena (mezzosoprano), quella zingara che aveva rapito il figlio del vecchio Conte per vendicare la madre: ma, in un allucinato racconto a Manrico, ella rivela, per un fatale errore, di aver bruciato nel rogo non l’odiato figlio del Conte (cioè Manrico stesso), ma il suo stesso figlio. Il trovatore, però, ignora ancora di essere fratello del rivale, cosa che Azucena, morbosamente attaccata a lui, si rifiuta di rivelare.

La vicenda prosegue inesorabile: Manrico riesce a sottrarre Leonora dalle grinfie del Conte, che però riesce ad arrestare Azucena; nel duello per liberarla, anche Manrico cade prigioniero, e viene condannato a morte. Leonora, sconvolta, offre la sua mano al Conte per liberare l’amato trovatore, ma, piuttosto di sposare il nobile rivale, si avvelena. Durante l’ultimo colloquio con Manrico, Leonora muore, e il Conte, beffato per l’ennesima volta, ordina l’uccisione del rivale. Ma la vittoria finale è di Azucena, che, alla vista, del figlio adottivo morto, rivela al Conte tutta la verità, ed esulta, per aver finalmente vendicato la madre.

Fiorenza Cossotto, interprete di riferimento del ruolo di Azucena

Musica e maschere

Seconda delle opere ambientate nella bollente Spagna (già sede dell’Ernani, futura ospite de La forza del destino e di Don Carlos), i personaggi di Trovatore (così come la maggior parte delle altre opere) sono mossi da un furor infuocato e autodistruttivo, che li porta a scontrarsi, ad amarsi, e a morire. L’acme di questa furia si avverte soprattutto nei finali di ogni atto: dal furibondo terzetto tra i rivali e la donna desiderata (“Di geloso amor sprezzato”), al rocambolesco salvataggio di Leonora prima che entri in convento (“E deggio, e posso crederlo?”), dalla celeberrima “Di quella pira” fino all’addio degli amanti e all’esecuzione di Manrico (“Prima che d’altri vivere/Io volli tua morir!”).

Mai, come in altre opere, è così presente ed ingombrante la presenza del fuoco: non la benigna luce solare o lunare, ma i bagliori sinistri del rogo della madre di Azucena, delle lanterne della prigione di Manrico, dei ceri delle religiose che attendono Leonora. Ma la luce di questo fuoco non riesce ad illuminare la totale oscurità (fisica e morale) in cui è avvolta l’opera (tre atti su quattro sono ambientati in piena notte): come degli insetti, i personaggi sono attratti dalla luce ingannatrice, e da essa bruciati.

L’altra “onnipresenza” del Trovatore, sempre legata al fuoco, è quella del racconto:

  • Ferrando apre l’opera raccontando le tristi vicende della famiglia del Conte (“Di due figli vivea padre beato”);

  • Leonora confida all’amica Ines le sue pene d’amore, narrandole del primo incontro con Manrico (“Tacea la notte placida”, scena che strizza l’occhio alle confidenze della protagonista della donizettiana Lucia di Lammermoor, libretto sempre di Cammarano);

  • Azucena mente nelle sue narrazioni, e tiene celati agli altri personaggi alcuni particolari: tace a Manrico il fatto di essere lui stesso il figlio del vecchio Conte, da lei rapito (“Condotta ell’era in ceppi” e “Mal reggendo all’aspro assalto”), e , una volta catturata da Ferrando e condotta di fronte al Conte di Luna, tace delle sue vere intenzioni e sulle sue origini (“Giorni poveri vivea”).

Questi racconti, però, non sfociano nell’ascolto e nella comprensione: sono delle grida di aiuto, degli avvertimenti inevitabilmene inascoltati: ogni personaggio è prigioniero della sua storia, e la sua eterna pena è raccontarla agli altri, senza ricavarne sollievo alcuno.

Tre buoni motivi per cui vale la pena ascoltarla

  1. per Azucena, il più tremendo e riuscito personaggio verdiano, combattuta, per tutta l’opera, dall’amore materno che riversa sul figlio adottivo e dalla smania vendicativa, che la porta ad affrettare (in)consapevolmente la rovina di Manrico e del Conte: il mezzosoprano Fiorenza Cossotto ha fatto di questo ruolo uno dei suoi cavalli di battaglia;

  2. per la scena di Leonora dell’Atto Quarto: la tenerezza dell’aria “D’amor sull’ali rosee”; la tremenda scena del “Miserere”, in cui ode i lamenti di Manrico prima dell’esecuzione, e la lucidissima cabaletta “Tu vedrai che amore in terra”, in cui è decisa a seguire l’amato nella tomba;

  3. per il fuoco che arde in ogni pezzo musicale: dal già (con)citato terzetto “Di geloso amor sprezzato”, agli inquietanti racconti di Azucena, fino al duetto “Mira, di acerbe lagrime” tra il Conte e Leonora (erede del “duetto di scambio” per la vita di Zamoro tra Gusmano e la protagonista dell’Alzira, che getta le basi per l’analoga scena nella Tosca di Puccini).

Dove e quando ascoltarla in Italia

Il contesto spagnolo e “bollente” del Trovatore ben si addice ai due maggiori palcoscenici all’aperto che ospiteranno l’opera, durante l’estate: l’Arena di Verona (per l’acclamata regia di Franco Zeffirelli, la direzione di Giuliano Carella) e lo Sferisterio di Macerata (diretto da Paolo Arrivabeni, protagonista Aquiles Machado), entrambe a luglio.