Guatemala, annullata la condanna per genocidio all’ex dittatore Ríos Montt
di Giulia Mazzetto

Efrain Rios Montt a processo
È durato solo 10 giorni l’entusiasmo degli indigeni guatemaltechi per la condanna del generale Efraín Ríos Montt, 86 anni, ex dittatore del Guatemala, condannato il 10 maggio scorso a 80 anni di carcere con l’accusa di genocidio e crimini contro l’umanità. Il 21 maggio la Consulta del paese centroamericano ha infatti annullato la sentenza per alcune irregolarità formali riportando lo stato degli atti al 19 aprile, data in cui secondo il segretario della Corte Martin Guzman il processo avrebbe dovuto essere fermato mentre venivano esaminati i ricorsi presentati dalla difesa.
Tutto da rifare dunque, per il processo iniziato nel 2006 che si era concluso con una sentenza storica: per la prima volta un ex dittatore latinoamericano era stato condannato nel suo Paese e con accuse così gravi, nonostante durante il dibattimento il tribunale avesse subito pressioni enormi, sia da alcuni vertici militari, giunti a minacciare la mobilitazione di 50 mila soldati se non fosse stato assolto l’ex generale, sia soprattutto da potentissime lobbies che sono perfino arrivate ad acquistare spazi su giornali e televisioni per negare l’esistenza delle stragi.
Eppure quella tragedia avvenne, ormai senza ombra di dubbio: 200 mila morti complessivi tra il 1960 e il 1996, in una guerra civile lunga e sanguinosa che colpì soprattutto le popolazioni indigene del Nord Ovest del paese; si tratta di una verità confermata da migliaia di testimonianze e appurata infine dalle Nazioni Unite con la relazione finale redatta dopo anni di indagini dalla “Commissione per la verità storica” che stabilì trattarsi di un vero e proprio genocidio, in cui le vittime furono soprattutto indigene e la maggior parte delle violenze perpetrate da militari.
Ríos Montt guidò il paese dal marzo del 1982 all’agosto del 1983, quando venne deposto da un colpo di stato del suo ministro della difesa. Un lasso di tempo molto esiguo, ma tra i più atroci dell’intera guerra civile. Durante i mesi della sua dittatura, le operazioni dell’esercito guatemalteco furono particolarmente feroci nei confronti dei Maya Ixil, una delle numerose tribù indigene che abitano tuttora il Guatemala. In particolare, l’accusa specifica che ha permesso di formalizzare l’ipotesi di genocidio a carico dell’ex dittatore, riguarda l’episodio del massacro di 1.771 indios, dei quali oltre la metà bambini. Il giudice Jazmin Barrios ha sostenuto che Ríos Montt era perfettamente a conoscenza delle operazioni condotte dal suo esercito e che non fece nulla per impedirle, anzi le approvò pienamente.

Rios Montt e i suoi collaboratori nel periodo di governo
Nell’ambito della tattica cosiddetta “Frijoles y fusiles” (fagioli e fucili), consistente nel procurare aiuti sotto forma di cibo a villaggi e comunità che appoggiavano il governo e viceversa deportare o uccidere chiunque fosse sospettato di appoggiare la guerriglia marxista, le popolazioni di indios Maya Ixil furono considerate a prescindere fiancheggiatrici della guerriglia e di conseguenza nel loro caso non vennero fatte distinzioni: l’esercito portò avanti una sistematica politica di trasferimento forzato dalle aree dove risiedevano, spesso con l’obbiettivo finale dello sterminio. Secondo alcuni calcoli di Amnesty International soltanto nei primi mesi del suo governo oltre 10 mila indios vennero uccisi e più di 100 mila furono costretti a lasciare le loro case. I dati di altre ONG riportano che durante il suo governo il tasso di mortalità dei Maya Ixil fu del 5,5% contro uno 0,7% per il resto della popolazione.
La Nobel per la pace guatemalteca Rigoberta Menchù all’indomani della sentenza aveva dichiarato: “Siamo felici perché per molti anni ci hanno detto che il genocidio era una bugia, mentre oggi il tribunale ci ha detto che è verità”, esprimendo così il sentimento della maggioranza della popolazione, fermatasi per seguire in diretta l’ ultima udienza del processo. Oltre che dell’eccidio, l’ex dittatore era stato ritenuto colpevole anche dello sfollamento dai loro territori di circa 29 mila Ixil e della sistematica violenza sessuale perpetrata contro le donne dalle truppe che rispondevano ai suoi ordini.
La sua folta schiera di avvocati aveva annunciato di voler proporre appello contro la sentenza, ma non è stato necessario: infatti la Corte Costituzionale ha cancellato la prima vittoria democratica del Guatemala, quella sentenza che era stata letta da tutti come un segnale importante, come la dimostrazione che anche paesi devastati da guerre civili e massacri etnici potessero avere la forza e la maturità politica di restituire giustizia alle proprie vittime.






