Pubblicato il: mar, Mag 7th, 2013

I media tornano su Guantanamo, tra sciopero della fame e diritti violati

di Giulia Mazzetto

Controlli dei prigionieri a Guantanamo

Lo sciopero della fame a Guantanamo, che ormai coinvolge oltre 100 dei 166 detenuti del campo di prigionia Usa a Cuba, ha ottenuto l’importante successo di riportare la questione al centro del dibattito politico americano, come scrive il Washington Post dedicando da alcune settimane risalto al delicato problema. I detenuti con la loro disperata protesta, anche se lentamente, essendo lo sciopero iniziato già lo scorso febbraio, hanno risvegliato l’opinione pubblica riuscendo ad essere citati nella conferenza stampa in cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha tracciato un bilancio dei primi cento giorni del suo nuovo mandato.

Obama fece della chiusura di Guantanamo uno dei punti centrali della sua prima campagna elettorale tanto che il 22 gennaio 2009, due giorni dopo il giuramento da presidente degli Stati Uniti, firmò un ordine esecutivo che ne imponeva la chiusura entro un anno. Ad aprile 2009 la commissione ad hoc creata concluse che, delle 241 persone allora detenute nel carcere, solo 20 o 30 sarebbero potute essere sottoposte a processo mentre per tutte le altre i servizi segreti possedevano materiale troppo esiguo per poter essere usato davanti a una corte. Nonostante questo risultato tuttavia, il 20 maggio del 2009 il Senato bocciò con 90 voti contro 6 la proposta di stanziare 80 milioni di dollari per chiudere definitivamente il carcere.

Lunedì 14 aprile il New York Times ha pubblicato la trascrizione di una telefonata fatta da Samir Naji al Hasan Moqbel, cittadino yemenita detenuto nella prigione di Guantanamo dal 2002, ai suoi avvocati dell’organizzazione no-profit Reprieve. Moqbel, che ha cominciato lo sciopero della fame ai primi di febbraio, spiega le conseguenze della sua scelta, raccontando con molti particolari le condizioni di alimentazione forzata a cui è stato sottoposto. Racconta che in seguito al suo rifiuto di nutrirsi le autorità del carcere hanno mandato una squadra di otto agenti della polizia militare in tenuta antisommossa per legarlo mani e piedi al letto e inserirgli con la forza una flebo su una mano e un catetere per non farlo muovere. Rupert Colville, il portavoce dell’ONU per i diritti umani di concerto con la World Medical Association ha avvertito che l’alimentazione forzata che si sta verificando a Guantanamo è un trattamento crudele, inumano e degradante, non permesso dal diritto internazionale.

Fonti umanitarie riferiscono di un’irruzione armata che negli ultimi giorni i soldati Usa avrebbero compiuto nel carcere, conducendo i detenuti in protesta nelle rispettive celle in stato di isolamento, e chiudendo gli spazi comuni sino a nuovo ordine. Le autorità di Guantanamo hanno giustificato il raid con la necessità di vigilare sui prigionieri, i quali avrebbero coperto telecamere e finestre, sottraendosi al controllo delle guardie. Jason Wright, uno degli avvocati d’ufficio assegnati ai detenuti, spiega le ragioni scatenanti di questo clamoroso sciopero collettivo: condizioni di vita terribili, frequenti perquisizioni alla ricerca di oggetti di contrabbando, durante le quali sarebbero state profanate copie del Corano e, non meno importante, il senso di frustrazione per una detenzione indefinita e indefinibile, spesso senza che sia mai stata formalizzata alcuna accusa.

Nella conferenza stampa Obama ha addossato al Congresso l’intera responsabilità dello stallo e ha reiterato la sua richiesta di chiudere la prigione, convinto probabilmente dalla visibilità internazionale che lo sciopero della fame sta ottenendo e dalla necessità di mettersi politicamente al riparo nel caso in cui nella prigione avvenisse qualcosa di ancor più grave come una rivolta o la morte di uno dei detenuti. Il presidente Usa ha detto chiaramente di non volere «che i prigionieri muoiano» dando una risposta indiretta a quei repubblicani che in questi giorni hanno ribadito che lo sciopero della fame di presunti terroristi non può costituire una priorità politica per l’America.

Barack Obama alla conferenza stampa per i primi cento giorni del secondo mandato presidenziale.

Le dichiarazioni di Obama, con ogni probabilità, sono destinate a riacutizzare una polemica che difficilmente sarà risolta nei prossimi mesi. Le Amministrazioni americane continuano ad oscillare di soluzione in soluzione, senza riuscire a trovarne una che soddisfi le ragioni della giustizia e del rispetto dei diritti dell’uomo. La storia della prigione di Guantanamo si è intrecciata fin dalla sua nascita nel 2002 a tutte le forzature del diritto compiute nella guerra al terrorismo, le stesse che hanno portato le terribili foto di Abu Ghraib in Iraq a fare il giro del pianeta suscitando sdegno e orrore.

Ora gran parte della stampa americana ammette: quegli uomini non si sa perché siano detenuti, ma liberarli senza motivazione equivarrebbe ad ammettere di avere compiuto abusi per anni, e anche processare quei pochi per i quali vi sono prove a carico sufficienti risulta complicato e costoso. Resta il fatto che per ora il Congresso americano ha scelto di non decidere e, ogni giorno che passa, la prigione di Guantanamo mostra come l’Occidente sia pronto a rinunciare al rispetto dei propri principi di giustizia, equità, tolleranza, quando si tratta della propria sicurezza e dei diritti altrui. Come ha concluso lo stesso Obama: «tutto il contrario rispetto a quello che gli USA dovrebbero essere, rispetto a quello che noi diciamo di essere».