No alla ‘caccia alle streghe’ in Papua Nuova Guinea, Amnesty rilancia
di Valeria Vellucci
Arriva, nelle scorse ore, l’ennesimo appello da parte di Amnesty International: fermare la “caccia alle streghe” in Papua Nuova Guinea. Secondo i rapporti forniti da Amnesty, negli ultimi tre anni si è registrato un alto tasso di violenze, nella sfera pubblica quanto in quella privata. Sono circa 300, nell’arco di un anno, le donne che subiscono torture oppure abusi sessuali.
Gli appelli, indirizzati al governo di Port Moresby, provengono da vari fronti ed organizzazioni per i diritti umani. È anche l’Agenzia Australiana per lo Sviluppo, AUSAID, a rendere noto in questi giorni un rapporto in cui si pone di identificare la violenza sulle donne come ′la più grande barriera allo sviluppo della Papua Nuova Guinea′.
Nell’isola del Pacifico, con capitale Port Moresby, le vittime sono in costante aumento. Donne di ogni età vengono ingiustamente torturate e condannate a morte perché accusate di essere artefici di potenti sortilegi, fatture, oppure di intrattenere rapporti con le forze oscure. Accuse gravissime in un luogo, questo, in cui la magia nera è ancora molto diffusa ed è usanza comune attribuire a cause non naturali eventi quali morte, malattie ed infortuni.
Il tutto va incontro ad un peggioramento a causa di un clima dominato dalla cultura del silenzio e dell’impunità. Già nel 2011, una donna subì duri interrogatori e soprusi, per poi essere gettata sul rogo. L’accusa, sempre la medesima: stregoneria. Nello stesso anno ancora altre quattro persone vengono ingiustamente giustiziate, tra cui due anziane, torturate e poi gettate in un fiume.
Negli ultimi mesi risultano essere, almeno secondo quanto dichiarato ufficialmente, una decina le donne accusate e poi condannate a morte senza aver subito un regolare processo.
La più recente esecuzione si è avuta all’inizio di aprile, mentre altre 3 donne, una madre e le sue due figlie, sono state catturate, ferite e tuttora detenute in un rudimentale centro sanitario. È accaduto a Lopele, nell’isola orientale a sud di Bougainville. Colpite con asce e coltelli, le tre donne necessiterebbero di urgenti e specifiche cure mediche ma è stato loro impedito di lasciare la cittadina per recarsi in strutture sanitarie idonee. Un funzionario della polizia è stato inviato nel distretto di Bana, di cui Lopele fa parte, per tentare negoziazioni al fine di ottenere la loro liberazione. Il 4 aprile scorso è stata inoltre brutalmente decapitata Helen Rumbali, attivista per i diritti umani ed insegnante.
La polizia è quasi sempre impossibilitata nell’intervenire a causa della folla ostile ed aggressiva, questo è quanto ha dichiarato Herman Birengha, capo della polizia locale. D’altra parte, gli organi di polizia stessi sono stati talvolta accusati di maltrattamenti e torture nei confronti di giovani donne arrestate, spesso arbitrariamente.

Kepari Leniata
La zona orientale dell’isola non è l’unico luogo in cui si assiste al verificarsi del fenomeno, altre condanne alla pena capitale si sono avute nelle Southern Highlands, gli altipiani occidentali: donne torturare con ferri roventi e poi arse vive. L’accusa: responsabili della morte, avvenuta pochi giorni prima, di un ex insegnante di scuola. È, inoltre, di pochi giorni fa l’ennesima pubblica esecuzione, questa volta di una giovane madre ventenne, Kepari Leniata. Accusata di essere responsabile della morte di un bambino di 6 anni, la donna è stata arrestata, denudata, cosparsa di benzina e pubblicamente bruciata viva su un cumulo di immondizia. Violenza ed umiliazione.






