Pubblicato il: dom, Apr 21st, 2013

Turchia: pianista condannato per tweet “blasfemi”

di Riccardo Venturi

Fazil Say 

Fazil Say, un pianista turco rinomato per la sua bravura, le sue composizioni e per la sua collaborazione con le principali orchestre del mondo, è stato condannato da un tribunale di Istanbul a dieci mesi di prigione con la condizionale per dei tweet considerati blasfemi.

Dichiaratamente ateo e di sinistra, il musicista ha violato l’articolo 216 del codice penale turco che punisce “l’incitamento all’odio  e all’ostilità nei confronti di un gruppo religioso, etnico o sociale”.  Il procedimento giudiziario, avviato a ottobre dello scorso anno, si è concluso con una condanna sospesa per cinque anni, durante i quali Say dovrà evitare di reiterare il reato per non scontare la pena in prigione.

Le frasi incriminate risalgono alla primavera del 2012. La prima riprende i versi attribuite ad un poeta persiano del dodicesimo secolo, Omer Khayyam: “Tu dici che fiumi di vino scorrono in Paradiso: per te è un’osteria celeste? E che due vergini vi attendono ogni credente, vuol dire che il Paradiso è un bordello celeste?”. L’artista di Istanbul si era limitato a “retweettare” la citazione integrandola con dei commenti critici nei confronti dei credenti musulmani, ma questo non gli è stato sufficiente per sfuggire alle maglie della magistratura turca.

Un’altra frase invece ironizzava su un muezzin autore di una chiamata alla preghiera corta e rapida: “22 secondi…Come mai tutta questa fretta? Un’amante? Il raki?”. Precisando che il raki è un liquore turco a base di anice, il riferimento all’alcool e al sesso legati al Paradiso e alla preghiera ha fatto infuriare un gruppo di attivisti radicali che ha denunciato Say. Un PM di Istanbul ha accolto la denuncia e ha portato il caso davanti alla Corte parlando di “attentato ai sacri valori religiosi”. La condanna è dunque arrivata motivata dall’accusa di “aver insultato i valori di una parte della popolazione”. Nella sentenza lunga dieci pagine si legge anche che le frasi di Say su Twitter “non contribuiscono ad alcun dibattito pubblico” e dunque la condanna non rifletterebbe una censura della libertà di espressione.

Recep Tayyip Erdoğan 

La decisione del Tribunale imbarazza la parte laica del paese. Se la motivazione ufficiale della sentenza è volta a preservare i valori religiosi condivise dalle tre grandi religioni monoteiste, il riferimento ai valori di una parte della popolazione lascia inevitabilmente pensare alla divisione interna alla società turca, sempre più spaccata tra l’istituzionale laiklik (laicismo) e il tradizionalismo religioso. Tuttavia, il caso di Say va inserito in un contesto più ampio. Il pianista infatti si era già reso inviso alle autorità dichiarandosi apertamente ateo e di sinistra e criticando più volte l’operato del governo Erdoğan, nel timore di una progressiva islamizzazione del paese. Inoltre, l’artista era già finito nelle mire degli islamisti radicali nel 2007 dopo aver composto un requiem per il poeta Metin Altiok, bruciato vivo nel 1993 a Sivas insieme ad altri intellettuali della minoranza alevita da un gruppo di fondamentalisti sunniti.

La condanna apre definitivamente la strada ad una prassi già intrapresa che riguarda la libertà di espressione di giornalisti, artisti ed intellettuali. I casi più conosciuti riguardano gli scrittori Orhan Pamuk e Elif Şafak, portati davanti ad un tribunale da un gruppo di avvocati nazionalisti per aver preso posizione sulla questione armena, parlando esplicitamente di genocidio; entrambi sono stati prosciolti. A differenza di Say, gli scrittori avevano violato l’articolo 301 del codice penale turco che punisce le “offese alla nazione turca”. Tutti questi casi, pur distinguendo tra blasfemia religiosa e “blasfemia repubblicana”, sono uniti dal sottile filo della libertà di espressione. L’azione della magistratura turca, unita a leggi aperte ad ampie interpretazioni e ad una campagna mediatica dura e continua, rende difficile esprimersi in dissenso su questioni considerate tabù, sia per quanto riguarda quelle tradizionalmente invise all’establishment laico, sia per i nuovi veti religiosi posti dall’AKP, il partito filo-islamista al governo dal 2002.

Il caso Say ha comunque contribuito ad alimentare il dibattito in Turchia. Molti intellettuali si sono schierati a fianco del pianista e i media vicini alle posizioni laiche gli hanno espresso solidarietà per la condanna, sottolineando la deriva autoritaria di Erdoğan, sempre più intransigente nei confronti di eterodossie e critiche. Allo stesso tempo l’AKP difende compattamente la sentenza. Il vice Primo Ministro Bozdağ critica la censura alla libertà di espressione, ma sostiene che questa non si può estendere a insulti e offese, come nella fattispecie. Un deputato dello stesso partito, Samil Tayyar, ci va molto più pesante, insultando Say: “sua madre è uscita da un bordello”.

Il pianista aveva già espresso la sua costernazione subito dopo l’apertura dell’inchiesta sostenendo la natura politica del processo e affermando di essere “la prima persona al mondo messa sotto inchiesta per essere ateo”. Say ha ricevuto anche minacce e insulti e, prima della sentenza, era arrivato a pensare ad un volontario esilio in Giappone. Nonostante le proteste della comunità internazionale e le preoccupazioni espresse dall’Unione Europea, il processo per blasfemia di un personaggio visibile a livello internazionale crea un precedente importante, legittimato dall’ufficialità della sentenza di una Corte. La sospensione della condanna e la risonanza mediatica del caso possono essere lette come un avviso a non toccare certe tematiche.

La Turchia, nonostante le numerose riforme intraprese durante il percorso di adesione all’UE e la progressiva democratizzazione, vive con crescente apprensioni le evoluzioni politiche e sociali interne. Il timore e la diffidenza dividono e bloccano la società su fronti contrapposti, mentre il giudiziario rimane profondamente politicizzato nonostante il referendum costituzionale del 2010, volto a ridurre il peso dell’esercito. I giornalisti e gli intellettuali, già alle prese con molti casi aperti dalla giustizia turca, adesso temono anche un repentino abbandono dei valori secolari della Repubblica fondata da Atatürk. Secondo loro, il caso Say rappresenterebbe un ulteriore sintomo della svolta, non più tanto nascosta, intrapresa dall’AKP.