Pubblicato il: sab, Mar 9th, 2013

Corea del Nord tra sanzioni dell’Onu, minacce a Usa e Corea del Sud e campi di prigionia

di Alberto Bellotto

Aula del Consiglio di Sicurezza dell’Onu

L’Onu ha votato, all’unanimità, nuove sanzioni nei confronti della Corea del Nord. Il Consiglio di sicurezza, nel tardo pomeriggio di giovedì, ha approvato, con la risoluzione 2094, un documento congiunto redatto da Stati Uniti e Cina, per inasprire le sanzioni nei confronti del Paese asiatico dopo gli ultimi test nucleari. Queste nuove limitazioni si aggiungono alla serie di provvedimenti votati in precedenza dal Consiglio degli Affari esteri dell’Ue.

La decisione dell’Onu è solo l’ultimo capitolo dell’intensa diatriba tra Corea del Nord e resto del mondo. Gli ultimi sei mesi hanno visto aumentare la tensione tra il Paese guidato da Kim Jong-un e la comunità internazionale, soprattutto Corea del Sud, Stati Uniti e Cina. Già in dicembre il regime di Pyongyang aveva preoccupato Cina e Giappone a causa di un lancio missilistico, ma l’evento che ha convinto l’Onu a votare le nuove sanzioni è stato il test nucleare del 12 febbraio scorso. L’esperimento, svolto a Punggye-ri nella regione di Nord-Hamgyong e realizzato con una bomba di 7 chilotoni, aveva causato un sisma di 5.1 gradi della scala Richter.

Punggye-ri, area del test dello scorso febbraio

Il test, oltre alle reazioni di Pechino, Seul e Washington, era stato disapprovato anche dalla IAEA. L’Agenzia internazionale dell’energia atomica, per voce del direttore generale, Yukiya Amano, si era detta rammaricata per la decisione della Corea del Nord di realizzare il terzo test nucleare senza considerare l’opposizione degli altri paesi. Amano, aveva invitato, inoltre, Pyongyang a rispettare il “Trattato di non Proliferazione Nucleare” nella sua interezza, applicando tutte le risoluzioni dell’IAEA. Al coro di disapprovazione si era aggiunto anche Mao Xinyu, nipote di Mao Zedong. Il discendente del ‘Grande Timoniere’ aveva dichiarato all’agenzia cinese Xinhua, che “la Corea del Nord deve orientarsi verso la denuclearizzazione e lo sviluppo pacifico, fatto, questo, che rappresenta anche un grande desiderio del popolo cinese”.

Il leader nordcoreano Kim Jong-un

All’inizio della settimana, a ridosso della risoluzione Onu, Pyongyang aveva tuonato contro le esercitazioni militari realizzate dall’esercito americano e quello di Seul in territorio sudcoreano, minacciando anche di violare l’armistizio in vigore dal 1953. Il portavoce del ministero degli Esteri, intervenendo alla tv di Stato KCNA, aveva inoltre dichiarato che: ‹‹dal momento che gli Usa stanno per innescare una guerra nucleare, eserciteremo il nostro diritto per un attacco nucleare contro l’aggressore per proteggere i nostri supremi interessi››. US Forces Korea e ROK Armed Forces stanno, infatti, svolgendo una serie di esercitazioni militari che coinvolgono oltre 13 mila uomini e che culmineranno l’11 marzo con la complessa simulazione di guerra denominata “Key Resolve”.
Accanto all’attività militare in Corea del Sud, anche le forze militari nordcoreane hanno aumentato le operazioni lungo il confine. Kim Min-seok, portavoce del Ministero della difesa sudcoreano, ha dichiarato qualche giorno fa all’agenzia Yonhap, che lungo il confine “sono state osservate varie esercitazioni, che hanno coinvolto l’esercito, la marina e l’aviazione, e che tali esercitazioni vengono seguite con la massima attenzione, poiché queste attività potrebbero facilmente trasformarsi in una provocazione”.
In questo contesto la decisione dell’Onu ha di fatto surriscaldato ancora di più gli animi. Le sanzioni sono sostanzialmente tre tipi di limitazioni: in primo luogo blocca le operazioni finanziarie e il movimento dei fondi nordcoreani in tutti i paesi del mondo; poi proibisce la vendita di prodotti di lusso, come auto da corsa, gioielli e yacht; in terzo luogo impone rigidi controlli su tutto il personale diplomatico, nello specifico limita fortemente il transito di capitali e il trasferimento di fondi illeciti.
La decisione del Consiglio di sicurezza ha ovviamente scatenato la dura reazione di Pyongyang. La Corea del Nord, stando a quanto riportato dalla televisione di stato KCNA, ha annullato ‹‹tutti gli accordi di non aggressione con la Corea del Sud››. Gli accordi, stipulati nel 1991, prevedevano un patto di non aggressione che imponeva alle due Coree di risolvere le controversie attraverso strumenti e procedure non militari. Inoltre i vertici del Paese hanno deciso di chiudere la linea rossa telefonica che collegava, dal 1971, Panmunjeom, cittadina nordcoreana simbolo dell’armistizio del ’53, con il governo di Seul.
La KCNA ha diffuso anche le immagini della visita del leader Kim Jong-Un ad alcune truppe dell’esercito stanziate in prima linea.

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Video della tv di Stato che riporta la visita di Kim Jong-Un alle truppe. (Telegraph)

Le contro-reazioni dell’Onu e degli altri paesi non si sono fatte attendere. Susan Rice, ambasciatrice all’Onu per gli Stati Uniti ha dichiarato che: ‹‹La Corea del Nord non otterrà nulla attraverso nuove minacce e provocazioni – inoltre, ha continuato la Rice – l’unico risultato delle nuove minacce e delle nuove provocazioni sarà quello di un ulteriore isolamento della Corea del Nord››. Più pacati i toni della Cina con l’ambasciatore all’Onu, Li Baodong, che si è augurato la ‹‹piena attuazione›› della risoluzione da parte di Pyongyang. Nello specifico la Cina, per bocca della portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, spinge perché parti in causa dialoghino per risolvere il problema di denuclearizzazione della penisola. Anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha accolto con favore la decisione del Consiglio di sicurezza e nello specifico ha invitato la Corea del Nord a ‹‹invertire la rotta e puntare sulla costruzione della fiducia con i Paesi vicini››. Dura anche la reazione della Corea del Sud. Secondo l’agenzia Yonhap la neoeletta presidente Park Geun-hye, ha dichiarato che ‹‹l’attuale situazione è grave›› tanto che anche da parte sudcoreana c’è il rischio di ‹‹rendere nullo l’accordo di armistizio›› tra Seul e Pyongyang, ma che comunque il Paese è pronto a rispondere ‹‹con la forza›› ad ogni aggressione proveniente da nord.

Area nei pressi del campo n.14 Fonte: amnesty.it © Digital Globe 2013

Intanto, mentre Corea del Nord e Comunità internazionale, si scontrano sulle questioni militari e nucleari, Amnesty International riaccende i riflettori sul tema della violazione dei diritti umani nel paese asiatico. Recentemente, attraverso le nuove mappe rese disponibili da Google Maps, è stato possibile individuare le località e le dimensioni dei Kwanliso (campi di prigionia). Amnesty, in collaborazione con la società Digital Globe, ha rilevato che dal 2006 al febbraio 2013, il governo di Pyongyang ha costruito 20 chilometri di perimetro intorno alla valle di Ch’oma-bong (70 chilometri a nord-nordest della capitale). La località si trova vicino al campo n. 14 di Kaechon, nella provincia di Pyongan Sud. Il perimetro, sorvegliato con torri di guardia, ingloba non solo i detenuti del campo, ma anche la popolazione residente nell’area. Nello specifico il vicedirettore generale di Amnesty International Usa, Frank Jannuzi ha dichiarato che: ‹‹la creazione di un perimetro di sicurezza con punti d’accesso controllati e torri di guardia oltre i limiti ufficiali del campo n. 14, annulla la distinzione tra le oltre 100.000 persone sottoposte al sistema del Kwanliso e la popolazione locale››. Rajiv Narayan, ricercatore di Amnesty International sulla Corea del Nord ha denunciato che: ‹‹ le misure di sicurezza e di controllo nella zona adiacente al campo n. 14 mostrano fino a che punto la repressione e le restrizioni alla libertà di movimento siano diventate un fatto comune››. Nonostante la pressione di Amnesty nei confronti dell’Onu e le continue richieste delle varie Ong, la Corea del Nord ha intenzione di aumentare e ampliare i campi esistenti come nel caso del Kwanliso n.25 a Susong vicino alla città di Chongjin.

 

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Disposizione dei campi di prigionia in Corea del Nord. (Amnesty)

Attualmente lo scenario geopolitico è in forte movimento. Dopo il voto del Consiglio di Sicurezza e le reazioni, si dovrà passare alla prova dei fatti. Il primo test importante ci sarà già lunedì prossimo con l’operazione Key Resolve dell’esercito sudcoreano e americano. Per il momento la sola cosa certa è che il tema dei diritti umani rimane in secondo piano, relegato ai soli comunicati delle Ong.