Pubblicato il: Sab, Nov 10th, 2012

Il “giorno della libertà” e il muro di Berlino: una ricorrenza contro ogni barriera

di Chiara Gagliardi

La costruzione del Muro di Berlino.

«Hey you! Don’t tell me there is no hope at all: together we stand, divided we fall». Era il 1979: dalla visionaria genialità di un gruppo destinato a segnare la storia della musica, i Pink Floyd, nasceva un disco dal titolo quantomeno emblematico: The Wall, ossia “il muro”. I pezzi del doppio album hanno analizzato la realtà ed anticipato gli eventi: dieci anni più tardi, il 9 novembre 1989, cadeva il “muro” per eccellenza, quello di Berlino. E nel 1990 proprio i Pink Floyd hanno festeggiato con un concerto il primo anniversario della scomparsa di una barriera che aveva saputo dividere e cambiare uno stesso popolo.

Il sistema di fortificazioni che divideva la capitale tedesca, ai tempi del 1989, era in piedi da quasi trent’anni. La decisione di spartire la città di Berlino in quattro settori, tuttavia, era antecedente: nel 1945, al termine della Seconda Guerra Mondiale, i capi delle tre maggiori potenze (ossia Roosevelt per gli Stati Uniti, Churchill per l’Inghilterra e Stalin per l’Unione Sovietica) si erano riuniti nella conferenza di Jalta, per arginare quanto più possibile il timore di un ritorno nazista. Una città, dunque, che si sarebbe trovata nel punto focale della successiva Guerra Fredda: è nel 1961, per arginare i continui trasferimenti dalla parte orientale della città a quella occidentale, che si decide la costruzione di un muro che separasse i due quartieri. Di fatto, il muro di Berlino costituiva una divisione fisica, politica e culturale: oltre all’impossibilità di comunicare e di spostarsi liberamente, la barriera costituiva un vero e proprio confine di stato fra la sovietica Germania Est (la DDR) e l’occidentale Germania Ovest. Inoltre, la stessa città veniva governata in due maniere autonome e diametralmente opposte: da un lato si facevano strada il capitalismo e l’economia americana, mentre dall’altra parte erano applicati alla lettera i principi comunisti dell’URSS.

La Porta di Brandeburgo dopo la caduta.

I tentativi di fuga e di passare dall’altra parte sono stati molti: spesso si pagava con la vita. Sugli spalti della barriera stavano dei cecchini armati, pronti a fare fuoco contro chi avesse tentato il passaggio abusivo. Molti berlinesi non potevano più rivedere parenti ed amici: a separarli, uno spesso strato di mattoni. Per questo, l’odio verso il muro e l’obbligata separazione interna erano comuni: qualche caso è rimasto famoso. Ida Siekmann è considerata la prima vittima della barriera: morì il 22 agosto del 1961 tentando di saltare dall’altra parte, dall’Est all’Ovest. Chris Gueffroy provò superare il muro nel 1989, a ridosso della caduta: fu colpito dalle guardie e lasciato morire dissanguato. Il diciottenne Peter Fechter venne ucciso davanti agli occhi dei giornalisti, e nonostante le urla non ricevette alcun aiuto. Le vittime del muro sono tante e disparate: nessuna pietà nemmeno per donne e bambini, e i tentativi di passaggio avvenivano in entrambe le direzioni, seppur fosse più frequente la fuga dalla DDR.

Con l’apertura dei confini ungheresi, il 23 agosto del 1989, cominciava per la Germania un periodo caldo: 13mila tedeschi dell’Est scapparono verso i vicini stati, ma vennero immediatamente rimpatriati. Da questo fatto, una reazione a catena di dimostrazioni di massa invase la DDR: il 9 novembre il governo, spinto dalle proteste, aprì i posti di blocco. Ed è proprio il 9 novembre 1989 ad essere ricordato come il Giorno della Libertà, anche se il muro venne distrutto nei giorni successivi: ora, tutto quello che resta di quella fatale barriera sono alcune sezioni, a Potsdamer Platz e a Bernauer Straβe, e i pezzi che vengono venduti ai turisti come souvenir. Ventitrè anni dopo, la caduta del muro di Berlino è ancora un simbolo di liberazione dei popoli oppressi ed un’occasione per ricordare la ferocia mai attuata della Guerra Fredda e dei precedenti totalitarismi che avevano condotto a questo punto. Uno dei principali motori di ricerca sul web, Google, ricorda l’anniversario con tredici mostre virtuali, in cui si potranno osservare anche delle immagini inedite. Il Parlamento Italiano ha istituito nel 2005 il Giorno della Libertà, come occasione di riflessione e di ideale lotta contro ogni forma di totalitarismo.

Il muro di Gaza.

Eppure, se il pensiero del muro di Berlino fa ancora tremare ed inorridire, bisogna sempre ricordare tutti quegli altri muri, nel mondo, ancora in piedi. Belfast, nell’Irlanda del Nord, è a tutt’oggi divisa fra cattolici e protestanti: la tensione si respira nell’aria, e ci pensano i murales nelle varie parti della città a segnalare l’appartenenza all’una o all’altra fazione. La penisola di Corea è divisa in due parti dal 1948: il Nord è ancora filo-comunista e chiuso ad ogni progresso, mentre il Sud ha seguito l’economia americana. Tra India e Pakistan, in perenne tensione, c’è un cancello, che viene aperto solo per far passare i mezzi pubblici. Nella striscia di Gaza, territorio conteso fra Israele e Palestina, sorge un muro che la isola completamente ed aggrava la già precaria situazione sociale del paese. In Africa, Marocco e Mauritania sono divisi da una striscia di pietra e dei campi minati. E tra Messico e California, molti immigrati morirono scavalcando la barriera, tentando di fuggire da una situazione di povertà per trovare una nuova vita nella grande America. L’auspicio è, quindi, che il Giorno della Libertà possa veramente costituire una memoria dei fatti avvenuti, ma anche una riflessione su tutto ciò che ancora avviene, nel presente, su quelle barriere di cui non si parla ma ci sono ancora. Storicamente, l’uomo non impara dai propri errori: nonostante tutto, però, si può sempre credere che Pink, il protagonista del videoclip dei Pink Floyd, riuscirà finalmente ad scavalcare quel muro che lui stesso ha eretto, ad oltrepassarlo senza impazzire, e a costruire una nuova vita senza scontrarsi con il duro cemento di The Wall.