Due ergastoli per l’omicidio dell’attivista Vittorio Arrigoni. Felice la madre: “Soddisfatta perché la Corte ha tenuto conto delle nostre richieste”
di Alberto Bellotto
Il processo per l’omicidio dell’attivista Vittorio Arrigoni, ucciso nella Striscia di Gaza il 15 aprile del 2011, si è concluso con due ergastoli ed altre due condanne al gruppo salafita Tawhid Wal Jihad. Il tribunale militare presieduto da Hamas, ha disposto, nella mattinata di lunedì, due pene a vita per Mahmud al-Salfiti (23 anni) e Tamer al-Husasna (25 anni). In realtà per la legge palestinese la reclusione sarà di 25 anni estendibile a 10 per poi tramutarsi in lavori forzati a vita. Il tribunale ha disposto altre due condanne: una di 10 anni per Khader Jiram, vicino di casa di Arrigoni, colpevole di aver fornito informazioni sulle abitudini dell’attivista e aver preso parte al sequestro, e una di un anno per Amer Abu Hula, ancora latitante, che avrebbe messo a disposizione la propria casa per il sequestro e l’omicidio.
La condanna all’ergastolo è arrivata dopo una serie di rinvii e lungaggini che sembravano minare il procedimento stesso. La corte, che in base all’ordinamento poteva scegliere anche la pena capitale, ha deciso di seguire le indicazioni della famiglia di Arrigoni, che fin da subito si era espressa contro la pena di morte. L’ordinamento giuridico islamico cui fa capo il tribunale militare di Hamas, prevede infatti che la famiglia della vittima possa esprimere la propria opinione affiancandosi alla decisione della corte. Gli imputati dal canto loro hanno sempre espresso la loro innocenza per quanto riguarda l’omicidio, assumendosi invece la responsabilità per il sequestro. Secondo al-Salfiti e al-Husasna i soli colpevoli dell’omicidio dell’attivista sarebbero Abdel Rahman Breizat, capo della cellula, e Bilal al Omari, entrambi morti nel corso di uno scontro armato con Hamas pochi giorni dopo il delitto.
Il procedimento non è stato però al riparo dalle critiche, alcuni gruppi per la salvaguardia dei diritti umani e per la trasparenza giudiziaria hanno avanzato più di un dubbio sull’intero iter processuale. Di diverso avviso la Ong Pchr-Gaza che, dopo aver seguito tutte le fasi del dibattimento, si è dichiarata soddisfatta del procedimento che «è stato in fin dei conti un processo onesto e legittimo». Gilberto Pagani, legale della famiglia Arrigoni, ha accolto con favore la condanna: «è una buona sentenza, il massimo che potessimo avere date le condizioni e siamo contenti perché non ci sono state condanne a morte».
La madre di Arrigoni, Egidia Beretta, in un intervista al periodico Vita, ha accolto con sollievo la notizia della sentenza: «Soddisfatta? Si, perché la Corte ha tenuto conto delle nostre richieste: nei Territori palestinesi vige la condanna a morte, noi invece avevamo indicato l’ergastolo come possibile pena, anche seguendo gli ideali di Vittorio».
La signora Beretta insiste però su un punto che a suo dire non è stato chiarito a sufficienza, il movente: «Al processo non si è nemmeno tentato di chiarire i veri motivi dell’uccisione di mio figlio. Si è detto che il rapimento era in previsione di uno scambio con uno sceicco detenuto da Hamas, ma quello che non è stato per nulla esplicitato è il perché l’hanno assassinato».
Vittorio Arrigoni, originario della provincia di Lecco, si trovava in Medio Oriente fin dal 2002. Inserito nelle liste nere dello stato di Israele come persona pericolosa per la sua attività in favore della popolazione palestinese, Arrigoni era tornato a Gaza nel 2008 dopo essere stato espulso dalla regione. Lì aveva raccontato attraverso il suo blog la sua esperienza come operatore dell’organizzazione umanitaria International Solidarity Movement (Ism) e raccolto poi nel libro “Gaza: restiamo umani”, gli effetti sulla popolazione dell’operazione israeliana “Piombo fuso” che colpì la striscia dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009.
Sequestrato il 14 aprile del 2011 con lo scopo di richiedere ad Hamas il rilascio del leader salafita Hisham al-Saedni, Arrigoni venne ritrovato senza vita dalle forze armate di Hamas la mattina del 15 aprile.













