Zaytoun, il cammino per la pace
di Amira Fulvia Turazzi
Firenze. All’apertura del festival cinematografico FILM Middle East NOW, è stata presentata l’anteprima italiana di Zaytoun, l’ultimo lavoro del regista israeliano Eran Riklis. In sala era presente il protagonista Stephen Dorff, già Leone d’Oro a Venezia nel 2010 con Somewhere di Sofia Coppola, che non nasconde il suo entusiasmo per questa pellicola controversa.
La storia comincia a Beirut nel 1982, quando Yoni, pilota dell’aviazione militare israeliana, precipita in un campo dell’Organizzazione di Liberazione della Palestina, dove viene fatto ostaggio. È in questa situazione disperata che stringe un sodalizio con Fahed, giovane rifugiato palestinese, per tornare insieme in quella che entrambi chiamano casa.
Le tematiche del conflitto e della causa palestinese rimangono sullo sfondo, mentre il film si concentra sul rapporto tra Yoni e Fahed, quest’improbabile coppia unita da un unico obiettivo e interpretata abilmente da Stephen Dorff e Abdallah El Akal, che riescono nel difficile compito di trasformarsi visibilmente nel corso della storia senza strafare.
Zaytoun in arabo significa olivo, una pianta che, se nell’antico testamento rappresenta la pace, nelle cronace moderne è spesso il simbolo degli insediamenti israeliani, dove oliveti secolari vengono sradicati per fare largo al cemento. Ed è l’albero di olivo, memoria e testamento dell’esodo dalla Palestina, il terzo protagonista di questo film.
Il tema del rapporto con la terra è caro a Riklis; lo aveva già affrontato ne Il Giardino dei Limoni, Orso d’Oro al Festival di Berlino nel 2008. La superba fotografia di Zaytoun ci mostra l’amore del regista per il bellissimo paesaggio a nord di Haifa.
La pellicola presentata per la prima volta al Toronto Film Festival lo scorso settembre, nasce dalla collaborazione tra il regista Eran Riklis, Orso d’Oro al Festival di Berlino per il Giardino dei Limoni, lo scrittore Palestinese Nader Rizq e la produzione anglo americana di Fred Ritzenberg e Gareth Unwin.
Senza scadere nella retorica, il film riesce a mostrare la possibilità di un ritorno all’umanità e alla cooperazione, e ci consegna una storia dolce-amara di quello che ancora non è, ma potrebbe essere.







