Pubblicato il: Gio, Giu 26th, 2014

Il registro dei testamenti biologici arriva a Roma

di Adalgisa Marrocco

Non è il primo Comune a istituirlo. Anzi, è stato preceduto da più di 120 amministrazioni. Tuttavia, è impossibile negarne l’impatto simbolico: da ieri anche a Roma è nato il registro delle dichiarazioni anticipate di trattamento, più comunemente, testamento biologico. Questo significa che i cittadini romani potranno indicare presso l’Ufficio comunale di Stato civile tutti quei trattamenti sanitari cui non vorranno essere sottoposti in caso di malattie gravi, lesioni cerebrali irreversibili e tutto ciò che potrà comportare una perdita di conoscenza o l’impossibilità di decidere autonomamente e di comunicare con il personale medico. Ovviamente, al centro del biotestamento sono soprattutto quei trattamenti che richiedono la dipendenza permanente da un macchinario (come la respirazione o la nutrizione artificiali).

Il registro dei testamenti biologici, istituito sulla base di una delibera di iniziativa popolare proposta dai radicali e dall’Associazione Luca Coscioni e firmata da oltre 8 mila romani, prevede la possibilità di far archiviare le proprie volontà, modificarle in qualunque momento, confermarle o cancellarle sulla base di informative biennali che verranno inviate ai cittadini. I documenti verranno inoltre messi “in rete” con le altre amministrazioni comunali che prevedono il medesimo diritto.

L’Assemblea capitolina, che ha approvato la delibera ad ampia maggioranza (25 favorevoli, 4 astenuti e 4 contrari), ha fatto comunque registrare spaccature trasversali sia fra i partiti di maggioranza (nel Pd, in particolare) che d’opposizione (M5S e Ncd). Soddisfazione è stata espressa da Riccardo Magi, consigliere della lista Marino: «È una conquista di civiltà tutt’altro che simbolica per la Capitale, perché permette al Comune di attestare l’autenticità delle dichiarazioni anticipate di trattamento dei cittadini, tutelando la loro volontà. Viene così riconosciuto un diritto che non interferisce in alcun modo con le competenze dello Stato in materia di fine vita».

Felice anche Mina Welby, che nel voto di ieri vede il riflesso della lunga e straziante battaglia combattuta dal marito Piergiorgio, e che spera che questo sia «un segnale che deve partire da Roma e arrivare al Parlamento, perché lì c’è la proposta di legge di iniziativa popolare sul testamento biologico e sull’eutanasia per i casi gravissimi». Si tratta di una delle undici proposte di legge depositate, sette alla Camera e quattro al Senato, che molto difficilmente proseguiranno il loro cammino nelle rispettive aule. Senza una normativa nazionale, gli effetti pratici dei registri comunali rischiano di essere annacquati: i medici potranno, infatti, scegliere di non seguire le indicazioni dei pazienti, il cui destino continuerà a essere legato al buon senso di chi li curerà.

Del resto, è dal 1985 (il pioniere fu addirittura Loris Fortuna, fautore della legge sul divorzio) che il parlamento italiano tergiversa su qualunque tentativo di regolamentare il fine vita, e solo la famigerata “legge Eluana” mancò di poco l’approvazione, con l’obiettivo di bloccare la sentenza che consentì alla donna di essere liberata dai macchinari che la tenevano in vita.