Dublin divided, a cent’anni dal Lockout
di Alessandro Pagano Dritto

Logan Sisley, Margarita Cappock (a cura di), Dublin Divided. September 1913, Dublin City Gallery The Hugh Lane, 2013, pp. 72. Saggi di Padraig Yeates, Margarita Cappock, Helen Carey, introduzione di Barbara Dawson. In copertina il quadro di Maurice MacGonigal, Dockers (1933-34)
Con il termine Lockout gli studiosi e gli appassionati di storia irlandese si riferiscono allo sciopero che coinvolse svariate migliaia di lavoratori dublinesi tra il 26 agosto 1913 e il 18 gennaio 1914.
Nell’anno del centenario diverse manifestazioni culturali ne hanno tenuto viva la memoria. Una di queste è ospitata alla Dublin City Gallery The Hugh Lane nel quartiere settentrionale di Dublino 1: si chiama Dublin Divided. September 1913. Iniziata lo scorso 26 settembre, resterà in allestimento, con entrata gratuita, fino al prossimo 2 febbraio.
A futura memoria dell’evento, per chi non avesse la fortuna di trovarsi in città, rimane un esile libretto – 72 pagine – dall’omonimo titolo e prodotto dalla stessa galleria, acquistabile nei locali della mostra al costo di 10 euro.
La mostra, esposta accanto alla collezione permanente di Sir Hugh Lane, è un’occasione di cui anche il visitatore occasionale può approfittare per cogliere i volti dei protagonisti, noti e anonimi, di quei mesi, alcuni scorci della Dublino dell’epoca e della sua divisione, che in maniera certo meno drastica e adeguata ai tempi continua ancora oggi: quella tra un sud benestante e borghese e un nord più popolare. A dividere i due, di netto, il fiume Liffey, che nasce dal monte Kippure e sfocia nella baia cittadina e quindi nel mar d’Irlanda.
Un’idea di cosa fossero tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento i sobborghi popolari di Dublino può darla già il quadro di Walter Frederick Osborne (1859-1903) The Fishmarket: una donna dall’aria mesta seduta accanto a quello che presumibilmente è il proprio banchetto, fruga a occhi bassi dentro un cesto, un bambino o una bambina dai capelli lunghi e il volto etereo si avvicina portando, sembrerebbe, del pesce, sullo sfondo un gruppo di bambini e donne è riunito a chiacchierare. Sia o no derivata dall’occhio del pittore, l’aria che si respira è mesta, rassegnata, così come senza gioia alcuna sono i visi dipinti, quelli della donna e del bambino. Il quadro è del 1893 e precede quindi di vent’anni il Lockout.

Margaret Clarke, “Replica of a portrait of William Martin Murphy by Sir William Orpen” (1914 circa)
Due sono i nomi principali attraverso cui gli autori dei saggi che compongono il libro della mostra raccontano gli eventi: quello del sindacalista di idee socialiste James «Jim» Larkin (1876-1947), anima dello sciopero e del movimento dei lavoratori dublinesi, e quello dell’imprenditore William Martin Murphy (1844-1919), principale esponente dell’opposizione imprenditoriale e alto borghese. L’immagine più famosa del primo – la galleria conserva comunque un busto dei primi anni ’30 – lo ritrae in bianco e nero mentre arringa con foga la folla: su quella immagine sembra essere stata modellata la statua ora presente in O’Connell Street. Del secondo invece la stessa galleria propone un ritratto a firma di Margaret Clarke (1888-1961), in prestito dalla Camera di Commercio dublinese di cui lo stesso Murphy fu, proprio durante il periodo dello sciopero, presidente: appare come un signore elegante, un volto magro con una barba bianca ben curata, stringe in mano una foglio arrotolato e sembra teso come se dovesse alzarsi da un momento all’altro dalla sedia; con la mano libera, in un gesto che appare a metà tra il nervoso e il nobile, stringe il bavero della sua giacca.

James “Jim” Larkin (1876-1947), sindacalista socialista, nella più famosa delle fotografie che lo ritraggono, scattata mentre arringa la folla.
Nato a Liverpool ma di famiglia irlandese, proprio in Inghilterra Larkin mosse i primi passi nell’ambiente sindacale e si avvicinò alle idee socialiste, per raggiungere l’Irlanda nei primi del Novecento, dove allargò la propria attività: fu mandato dapprima a Belfast, nel Nord, col compito di installarvi un ramo locale della National Union of Dock Labourers (NUDL). Ma in breve tempo l’uomo ruppe i legami col sindacato d’origine e fondò, anno 1909, una propria organizzazione: l’Irish Transport and General Workers Union (ITGWU), con base a Dublino. Proprio su un mezzo pubblico, tra l’altro, ricordò di averlo conosciuto l’amico George Russell (1867-1935), artista, scrittore, intellettuale irlandese che, pur senza sposare in tutto e per tutto le idee socialiste del movimento sindacale e operaio, in diversi articoli si prodigò – non unico tra gli uomini d’arte – a suggerire una soluzione tra le due parti in lotta e non lesinò ad entrambe le sue critiche. Murphy e la classe dirigente dublinese, appoggiata anche dalle gerarchie della chiesa cattolica, non accettarono però lo sciopero, iniziato a fine agosto sull’onda emotiva di alcuni fatti di cronaca locale e cercarono dapprima di isolare i partecipanti, poi di ottenere la vittoria per mezzo della repressione violenta. La manovra con cui gli imprenditori cercarono di isolare gli scioperanti desterebbe oggi parecchie perplessità: ogni lavoratore che aveva aderito all’organizzazione di Larkin fu licenziato e gli altri ebbero l’ordine di non intrattenere rapporti con i membri del sindacato. Secondo i numeri riportati, in 15.000, incluse 840 donne, persero il lavoro in quel frangente, con gravi conseguenze sociali per l’intera città.

John Singer Sargent, “Hugh Lane” (1906). Lane regalò alla città di Dublino una collezione di opere d’arte a patto che vi si trovasse una sistemazione definitiva. La sua morte improvvisa però, nell’affondamento del transatlantico “Lusitania” il 7 maggio 1915, gli impedì di vedere esaudito il suo desiderio.
In qualche modo la storia del Lockout, che si concluse con la sconfitta del movimento sindacale, corse parallelamente a quella, di pochi anni precedente, della galleria che ospita adesso la mostra temporanea. In modo singolare le fazioni che si crearono a suo favore e in opposizione furono quasi le stesse destinate a scontrarsi su diverso campo nel 1913.
Nell’inverno tra il 1904 e il 1905 Sir Hugh Lane (1875-1915), irlandese della contea meridionale di Cork, aveva donato alla città di Dublino una collezione di opere d’arte a patto che si trovasse per le stesse una sede permanente adatta. Margarita Cappock, autrice di uno dei saggi inclusi nel libro della mostra e curatrice dell’intera pubblicazione, scrive che Lane nutriva, con questo suo gesto, due speranze: permettere al pubblico irlandese di avere accesso a una mostra d’arte internazionale e promuovere una scuola artistica irlandese. Tra i sostenitori del progetto, Larkin, che era solito dire che accanto al pane non dovesse mancare sul tavolo di ogni lavoratore anche una rosa; sul fronte opposto, anche qui, Murphy, che considerava il tutto una spesa superflua per la città. Entrambi chiarirono la propria opinione sui giornali cui avevano accesso: l’Irish Worker, il primo, l’Irish Independent, il secondo. Ma presto la questione avrebbe interessato anche altri fogli, a partire dall’Irish Times che nell’aprile del 1913 ospitò a questo proposito un intervento del drammaturgo di fama mondiale George Bernard Shaw (1856-1950), dublinese.
Nel gennaio del 1908 fu trovata una soluzione temporanea a Clonmell House, in Harcourt Street, ma vedendo che il tempo passava senza che la soluzione definitiva si presentasse, lo stesso Lane affidò il progetto a un architetto di sua scelta, l’inglese Edwin Lutyens (1869-1944) e nel marzo del 1913 fu presentato un progetto che prevedeva il singolare utilizzo, come sede, del Metal Bridge – l’attuale ponte Ha’penny – sul fiume Liffey. Fu a tal proposito che l’Irish Times intervistò Shaw, il quale disse: «Ammetto che vi sia qualcosa di romantico nell’idea di una galleria che attraversa un fiume su un fantastico ponte, ma il Liffey getterebbe via ogni romanticismo». Il progetto venne bocciato il 19 settembre, ma già l’1 agosto Lane aveva sottratto alla mostra trentanove opere: queste il 22 settembre presero la strada prima di Belfast e poi della National Gallery di Londra, che ne accolse però solo quindici. L’uomo, morto nel controverso affondamento del transatlantico Lusitania, a largo delle coste irlandesi, il 7 maggio 1915, non vedrà mai il ritorno a Dublino di quelle opere, che avverrà solo nel 1933.
Oggi la galleria che porta il suo nome, finalmente diventata permanente, è cresciuta fino a ospitare circa duemila pezzi.






