Lou Reed e Andy Warhol: il mito della musica incontra quello dell’arte
di Martina Mastropierro

The Bells
A 71 anni ci lascia una delle icone della musica rock’n’roll per eccellenza, Lou Reed, leader del gruppo di successo Velvet Underground, che ha proseguito la sua brillante carriera come solista.
Un’adolescenza trascorsa durante i rigidi anni ’50, in una famiglia borghese della cittadina americana di Freeport, scatena in lui la volontà di ribellione tipica di un animo tormentato. Sente il rock, considerata la “musica del diavolo” per antonomasia, come la chiave verso la liberazione del proprio “Io” più vero e nascosto, una passione che lo porterà ad avvicinarsi allo studio della chitarra, preferita rispetto alle obbligate lezioni di pianoforte. L’adolescenza trascorre tra elettroshock per “curare” la bisessualità e il tormentato rapporto con i genitori che permettevano questa barbara pratica, tanto che questo spingerà l’artista a scrivere pezzi di doloroso risentimento nei loro confronti, come “Kill your sons”, “My Old Man” e “Family”. L’esperienza lo turberà nel profondo al punto di sentirsi frammentato in più personalità, che egli riuscirà a controllare a suo piacimento.
Il percorso musicale comincia con i primi dischi incisi per la Pickwick Records, fino ad arrivare, nel 1964, alla fondazione della band storica newyorkese dei Velvet Underground, nata dall’incontro di Reed con personalità del calibro di John Cage e LaMonte Young, ai quale si aggiungerà in seguito la prima batterista donna della storia della musica, Maureen Tucker. Lo stile cupo e dirompente li rende indigesti alle case discografiche e dunque poco vendibili; questa situazione li porta ad abbracciare l’underground come unica via da percorrere per tentare di sfondare nel panorama musicale. Una sera, durante un’esibizione al Café Bizarre di Greenwich Village, viene loro proibito di eseguire il pezzo “Black Angel’s Death Son”, dal testo troppo spinto per l’epoca, divieto che non viene ascoltato e causerà il licenziamento della band. Fortuna vuole che ad ascoltarli tra il pubblico ci fosse il grande Andy Warhol, il quale rimane folgorato dal personaggio di Reed e decide di stringere una collaborazione che lo porterà a diventare manager della band.
L’estro di Warhol li farà esibire in una performance multimediale conosciuta come “The Exploding Plastic Inevitable”: al Trip di Los Angeles, uno dei locali più in voga della metropoli statunitense, vengono proiettati filmati per lo più registrati dallo stesso Warhol, il tutto accompagnato da luci psichedeliche a ritmo della musica dei Velvet Underground, un evento in puro stile rock anni ’60 dove ballerini vestiti di pelle agitano fruste sadomaso sballati da un mix di alchol e LSD. Il palco è invaso da torce elettriche, bilanceri, siringhe ipodermiche, croci di legno, in una totalità che sembra suggerire la ribellione che i testi di Reed e l’arte di Warhol esprimevano, con mezzi diversi, ma entrambi molto suggestivi. Il messaggio univoco si mescola con i mali dell’epoca come l’alienazione, il disagio sociale, l’abbandono. Il legame tra le due personalità, aprirà a Reed le porte della Factory dell’artista pop-artiano, dove creatori di ogni genere hanno la possibilità di manifestare liberamente il loro credo artistico, sia esso pittorico, poetico o addirittura del tutto estraneo alle dinamiche dell’arte dell’epoca.

È un mondo di influenze in continua espansione, fatto di sperimentazioni, dal quale il cantante maledetto si lascia trascinare e attinge numerose ispirazioni. È in questo periodo fertile che i Velvet Underground compongono l’intramontabile “The Velvet Underground & Nico”. Uscito il 12 marzo del 1967 e passato alla storia per la celebre copertina del disco che ritrae una banana (inizialmente sbucciabile) ideata da Warhol, l’album sancisce la fama del gruppo a livello internazionale. L’artista della pop-art, in quanto supervisore “estetico”, affianca a Lou Reed la bionda Nico, sua musa nonché modella e attrice, dal timbro di voce profondo e quasi spettrale. In un primo momento il disco non stimola risposte, non sfonda in quanto genere poco commerciale. La sua fortuna è dovuta al passaparola tra intenditori e alla dirompente figura del cantante, nota per le sue stravaganze. Da qui un susseguirsi di successi ed eccessi, che contribuiranno a formare il mito del grande genio del rock’n’roll.






