Pubblicato il: Ven, Ott 25th, 2013

«La prima neve» di Andrea Segre e la delicata trama dell’integrazione

di Chiara Gagliardi

È puro autunno in val dei Mocheni. Il nuovo film di Andrea Segre, ambientato proprio nella remota regione del Trentino, danza fra i meravigliosi boschi alpini e i ricordi dell’Africa e della Libia. Diritti, integrazione sociale, ma soprattutto un delicato mosaico di affetti e sentimenti sono i protagonisti de La prima neve. Dopo Io sono Li (2011), il regista si tuffa ancora una volta nel mondo dell’immigrazione e delle difficoltà che deve affrontare chi arriva in uno Stato di cui non conosce le tradizioni. Al centro della narrazione, stavolta, è il passato tragico di chi è arrivato in Italia da profugo. Di chi, nonostante tutto, trova delle affinità elettive in persone completamente diverse, fino a farne dei nuovi compagni di viaggio.

Trentino, 2011: dopo gli sbarchi dalla Libia, i profughi africani vengono inviati in tutta la penisola e smistati in diverse località di accoglienza. Una delle destinazioni più gettonate è la val dei Mocheni, già utilizzata in passato per ospitare ex galeotti a causa della sua conformazione chiusa e della sua posizione isolata. E proprio qui, dopo un lungo e travagliato viaggio, arriva Dani, rifugiato togolese: porta con sé la figlia Fatù, che sembra rifuggire e non amare. L’uomo comincia a lavorare con il vecchio Pietro, che ha trascorso tutta la sua vita in val dei Mocheni, cura le api per ottenerne il miele e preferisce verniciare le arnie con la resina degli alberi. Dani entra qui in contatto con la famiglia dell’anziano: c’è il nipote Fabio (Giuseppe Battiston), che sembra vivere in un’eterna giovinezza ma non si è mai allontanato dalla sua cittadina Pergine Valsugana. C’è la cognata Elisa (Anita Caprioli), insicura e piena di sensi di colpa. Ma soprattutto c’è Michele, figlio di Elisa: solo con questo ragazzino, che ha recentemente perso il padre, Dani riesce a parlare e a raccontare il suo terribile viaggio, la morte di sua moglie e il difficile rapporto con la piccola Fatù, che non ha colpe ma che il padre non riesce a guardare.

L’integrazione passa attraverso l’acquisizione di una nuova lingua e tanti sono gli idiomi attraverso cui La prima neve si muove. L’italiano, che Dani ha dovuto per forza imparare. Il dialetto trentino, molto usato soprattutto dai ragazzini. La lingua mochena, reminiscenza del tedesco bavarese. Il francese e l’ewe, con cui Dani esprime i suoi pensieri, che nel film non vengono tradotti ma solo lasciati intuire. «Le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme», dice il vecchio Pietro ed in queste poche, semplici parole si può condensare il significato del film. E questo profumo può accomunare anche persone fisicamente lontane ma intellettualmente vicine: Michele e Dani stringono un rapporto di simbiosi, completandosi a vicenda e trovando un modo per comunicare ed interagire al di là della differenza di età, di etnia e di visione della vita.

Andrea Segre parla ancora una volta di viaggi e di integrazione conducendo un discorso cinematografico pulito e senza fronzoli: ogni scena ha il suo significato e può essere considerata una piccola perla a sé. Il regista riesce a raccontare l’immigrazione in maniera non banale, portando alla luce anche paesaggi dell’Italia sconosciuti ma dal grande potenziale, come la val dei Mocheni. Quella stessa valle che, nel passaggio dall’autunno all’inverno, cambia prospettiva e significato: la prima neve che Dani vede è proprio quella che cade alla fine del film, che sembra sopire ogni cosa, ovattare il dolore e contemporaneamente riportare alla luce il coraggio di affrontare i sentimenti di ieri e le paure di oggi.