Pubblicato il: Ven, Ott 11th, 2013

Campagna di Libia: le immagini in un libro

di Alessandro Pagano Dritto

Alessandra Drudi (1878-1961), in arte Gea della Garisenda. Portò in pubblico “Tripoli bel suol d’amore”, cantandola – leggenda vuole – avvolta solo nel tricolore italiano. 

Centodue anni dopo i protagonisti sono morti praticamente tutti e anche la memoria rischia di fare la stessa fine. Della guerra che nel settembre 1911 l’Italia dichiarò al morente Impero ottomano per annettere al proprio territorio la Libia oggi rimane poco e nulla, è diventata una delle tante guerre della storia cui i manuali accennano: l’Impero ottomano non esiste più, la Libia è una realtà politica autonoma, l’Italia non è più una potenza coloniale né una monarchia.

Rimangono tracce di quei tempi nelle note di una marcetta scritta per l’occasione, Tripoli bel suol d’amore: la cantava Alessandra Drudi, cui Gabriele d’Annunzio diede il nome d’arte di Gea della Garisenda. Racconta la leggenda che la cantante d’operetta si esibisse al teatro Balbo di Torino avvolta solo dalla bandiera tricolore italiana. In realtà la leggenda dimentica una divisa della marina, spogliando la soubrette come si fa con la margherita di un ricordo.

Anche la Drudi, testimone particolare di quei tempi e di quella guerra, è morta: ottantatreenne nel 1961.

Rimangono allora, impossibilitate per loro stessa natura a morire, le immagini di quella guerra, immagini fotografate o disegnate. Sono le fotografie dell’Illustrazione italiana o le celebri tavole che Achille Beltrame (1871-1945) disegnava per la prima di copertina della Domenica del Corriere e che oggi un libro dello storico Enrico Folisi, – La Domenica del Corriere nella Guerra di Libia. Il 1911-1913 Alpini nel deserto (Gaspari Editore, Udine, 2013, pp. 95, 14.80 euro) – raccoglie per un pubblico di appassionati e di curiosi.

Enrico Folisi, La Domenica del Corriere nella Guerra di Libia. Il 1911-1913. Alpini nel deserto, Gaspari Editore, Udine, 2013, pp. 95, 14.80 euro. 

Attuando progetti teorizzati mesi prima, l’Italia dell’allora capo del governo Giovanni Giolitti dichiara guerra all’Impero ottomano nello scadere del settembre 1911. In ottobre i soldati italiani sbarcano sulle coste libiche conquistando in breve tempo le maggiori città: le prime a cadere, il 4 di ottobre, sono Tripoli e Tobruk, il 21 cade Homs. Le guarnigioni turche devono ripiegare e si installano a ridosso delle postazioni nemiche. Il 23 ottobre esordisce a Sciara Sciat, vicino Tripoli, la guerriglia locale araba libica: è una delle sconfitte più sanguinose subite dall’esercito italiano e un bersagliere sopravvissuto, Francesco Piccioli, racconterà di orrende mutilazioni e soprusi subiti dai cadaveri dei suoi commilitoni. Ma la risposta italiana è pronta e pesante: quattordici arabi vengono impiccati pubblicamente in una piazza di Tripoli con l’accusa di supportare i ribelli, migliaia sono invece deportati nelle carceri italiane, senza distinzione di sesso e di età.

Queste notizie contribuiscono a fomentare il dissenso per l’impresa a Nord del Mediterraneo, dove il fronte del no è eterogeneo e ne esce comunque sconfitto: la CGIL aveva tentato uno sciopero fallito per divisioni interne, nomi importanti dell’epoca – per esempio l’allora repubblicano Pietro Nenni e il socialista Benito Mussolini – vi si erano opposti, girano macabre vignette raffiguranti alberi di Natale decorati con cadaveri di impiccati, il socialista Gaetano Salvemini definisce la Libia, da altri dipinta terra ricca e prospera per i coloni italiani, «uno scatolone di sabbia». Ma sul fronte opposto, in verità altrettanto eterogeneo, Giovanni Pascoli dichiara che finalmente «la grande proletaria si è mossa» e la guerra continua.

Nel marzo del 1912 a Bin Rodan Scerif compaiono le truppe degli Ascari eritrei, che combattono al fianco degli invasori italiani. Achille Beltrame dedica più di una copertina a questi militari, che per l’italiano medio dell’epoca cui il giornale si rivolgeva dovevano risultare alquanto esotici e degni di interesse. Innanzitutto erano africani con la pelle nera e la maggior parte degli italiani di allora non aveva mai visto un africano di pelle nera dal vivo; vestivano divise particolari e invece di usare i cavalli si spostavano a dorso di cammelli e dromedari, molto più adatti alla vita del deserto. Ce n’era abbastanza perché una famigliola si riunisse stupita attorno al giornale davanti al fuoco del camino serale.

“I Sovrani visitano nel parco della reggia di Caserta gli ascari eritrei rimasti feriti durante la guerra in Tripolitania”, “La Domenica del Corriere” 16-23 giugno 1912. 

La copertina del numero del 16 giugno 1912 mostra la famiglia reale alla reggia di Caserta in visita a un gruppo di eritrei feriti. Tra le belle statue del giardino, re Vittorio Emanuele III parla con uno di loro che si regge sulle stampelle e ha la gamba ingessata, un altro poco distante ha la testa fasciata: segno evidente che anche questi eritrei stanno soffrendo per la causa italiana. Subito dietro il re, la consorte Elena di Montenegro, vestita di grigio con un ampio cappello, sembra sincerarsi delle condizioni di altri feriti.

Il trattato di Losanna del 16 ottobre 1912 conclude gli accordi iniziati a Ouchy nel luglio precedente: la Libia diventa ufficialmente italiana. Istanbul, capitale dell’Impero ottomano, rinuncia alla sua provincia e si impegna a ritirare le sue truppe dal territorio nordafricano. La guerra si potrà dire finita solo nei primi mesi dell’anno successivo, con l’Italia ben assestata sulla costa, ma molto meno presente nell’entroterra desertico: la zona diverrà il rifugio di una strisciante guerriglia locale che solo il governo fascista riuscirà a sedare definitivamente negli anni ’30.

“La guerra italo-turca: l’ora d’arrivo e distribuzione della posta di campo, nei posti più avanzati”, “La Domenica del Corriere”, 28 gennaio – 4 febbraio 1912.

Come si è detto, di tutto questo un secolo dopo non rimane più nulla, se non le storie minime che queste tavole illustrate da Beltrame e queste fotografie riescono ancora a raccontare. Storie di conflitto, con assalti e imboscate, atti di altruismo e di codardia individuale, un ufficiale turco estratto dal pozzo nel quale si era nascosto, un soldato che salva da morte sicura il proprio superiore. Naturalmente l’occhio è quello nazionalistico italiano, per cui l’eroe senza macchia è sempre e solo il soldato italiano e il vile è sempre e solo il ribelle libico o in misura minore il soldato regolare turco.

Ma proprio in virtù di questo ingenuo dualismo in bianco e nero, quello che più colpisce sono invece le scene di quotidianità dei campi militari, che lo rifuggono.

La copertina della Domenica del Corriere del 28 gennaio 1912 raffigura l’arrivo della posta e dei giornali ai soldati da mesi lontani dall’Italia: si può vedere un militare in aspetto molto informale – camicia e bretelle – leggere le notizie con due compagni d’armi, un altro assorto in una lettera, che nulla vieta di immaginare scritta dalla lontana fidanzata, soldati ansiosi accorrere per circondare l’addetto alla consegna della posta.

Di queste storie Folisi ne racconta però una che per la sua assoluta eccezionalità merita di essere riportata.

Lapide di Pasqualino Tolmezzo, il bambino libico adottato e portato in Italia dagli alpini dell’omonimo battaglione. A causa del colore nero della sua pelle nel 1936 dovette abbandonare l’arma e trovarsi un impiego civile. Morì verso la fine dello stesso anno. 

È il mezzogiorno del 23 marzo 1913 quando gli italiani possono ormai considerare vinta la battaglia di Assaba, cittadina a un’ottantina di chilometri a sud di Tripoli: la guerra sta finendo. Tra i resti del campo arabo, stretto ancora al corpo senza vita della madre, un battaglione alpino trova un bambino. Il battaglione decide di adottarlo e di dargli per cognome il proprio nome identificativo, Tolmezzo. È il giorno di Pasqua, per cui il bambino si chiamerà Pasqualino Tolmezzo. Pasqualino farà ritorno in Italia col battaglione e a Udine verrà introdotto agli studi militari. È il 1936 e la campagna di Libia dell’Italia giolittiana è ormai storia. Pasqualino Tolmezzo è ormai a un passo dal diventare ufficiale, ma deve rinunciare alla carriera e accettare un ruolo di oscuro impiegato nella burocrazia civile. Pasqualino ha la pelle nera e nell’Italia fascista un ufficiale militare di pelle nera è fuori discussione. La delusione è tanta; una broncopolmonite lo ucciderà nell’ottobre di quell’anno.

Era questa l’Italia dove una persona con la pelle nera poteva andare bene, al massimo, per riunire la famiglia stupita davanti al focolare.