Prima, durante e dopo Gheddafi. La Libia di ieri e le premesse di quella di oggi
di Alessandro Pagano Dritto

Gerardo Pelosi e Arturo Varvelli, Dopo Gheddafi. Democrazia e petrolio nella nuova Libia, Fazi Editore, Roma, pp. 125, 4.90 euro.
Libia, 20 ottobre 2011. Gheddafi, circondato dai ribelli delle brigate misuratine, con la fronte insanguinata e lo sguardo perso nel vuoto di chi forse sente ormai di essere vicino alla morte, viene issato sul cofano di un pick up color sabbia. Di lì a poco il suo cadavere e quello del figlio Mutassim verranno esposti nel reparto frigo di una macelleria di Misurata. È l’ultima immagine simbolo del sogno politico quarantennale della verde Jamahiriyya, finita forse anche lei nel freddo di quella cella.
Nel loro ultimo libro Gerardo Pelosi e Arturo Varvelli provano a rispondere alla domanda forse più ovvia, che persino il titolo suggerisce: cosa ne sarà della Libia dopo Gheddafi? (Dopo Gheddafi. Democrazia e petrolio nella nuova Libia, Fazi Editore, Roma, 2012, pp. 125, 4.90 euro). A poco più di due anni dall’inizio degli eventi – poco meno all’uscita dell’opera – l’analisi del testo e delle sue stesse fonti permette di ipotizzare delle risposte. L’operazione richiede però, com’è ovvio, di andare ai tempi prima della rivoluzione, quando Gheddafi era tutt’altro che un ricordo o un corpo sepolto nel deserto. E anche forse prima ancora.

Carta della Libia durante la guerra del 2011. Come si può vedere per un certo periodo si sono fronteggiati un ovest in buona parte lealista e un est in buona parte ribelle. Forse la possibilità che lo scenario rimanesse tale ha convinto l’Italia, dapprima esitante, a intervenire a fianco della coalizione Nato e quindi dei ribelli. Nella carta anche la distribuzione delle etnie presenti sul territorio e dei principali centri petroliferi. (Limes)
Si può cominciare dalla questione nazionale. La Libia come stato unitario è essenzialmente un’invenzione italiana, del colonialismo italiano, e per la precisione dell’Italia fascista. Tanto l’Impero ottomano prima che l’Italia liberale poi avevano infatti amministrato l’attuale territorio libico – con seri problemi, per altro, di penetrazione nell’entroterra desertico – come tre entità distinte e separate: la Tripolitania ad ovest, la Cirenaica a est e il Fezzan a sud ovest, quelle che ancora oggi costituiscono le tre provincie dello Stato unitario di Libia. Tralasciando il Fezzan desertico e quasi disabitato, vecchia area di transito delle carovane e del commercio degli schiavi, le due provincie settentrionali di economia – almeno nella fascia costiera – mercantile si trovarono a convivere avendo avuto alle spalle diverse tradizioni economiche, politiche e in parte anche religiose. Fino al colpo di stato che nel settembre 1969 avrebbe portato al potere il giovane ufficiale Muammar Gheddafi, la Cirenaica era stata la regione che più aveva avuto le attenzioni dei vari poteri susseguitisi, in particolare da quando, negli anni ’50, vi si erano scoperte le prime riserve petrolifere: il governo di Tripoli, allora monarchico, aveva infatti cominciato presto a farvi ampio affidamento.

Carta petrolifera della Libia, giacimenti e impianti di raffinazione. Gli elevati guadagni derivanti dalla vendita all’estero del petrolio hanno permesso ai governi libici di mantenere un ampio welfare senza bisogno di tassazione, quindi un buon reddito medio per abitante. L’altro lato della medaglia è però il costante pericolo di riflusso democratico, perché la base perde un motivo per fare pressione sul vertice e rischia di non essere rappresentata al governo. (Bbc)
Quelle riserve, aumentate di numero nel corso del tempo, segnarono il destino non solo economico, ma anche politico del paese, che da quel momento gli economisti classificarono come rentier State o Stato allocativo. Il termine vuol dire che i guadagni derivati dalla vendita all’estero del petrolio prodotto – arrivati qui a costituire persino il 95% del totale, dice Varvelli – vengono reimpiegati all’interno del paese in un welfare piuttosto diffuso e sviluppato. Ciò ha fatto della Libia uno Stato con un alto reddito medio, soprattutto se confrontato a quello dei vicini. I dati riportati sempre da Varvelli in un suo articolo si riferiscono alla vigilia della rivoluzione di febbraio e parlano di 11.300 dollari a persona contro i 4.200 della Tunisia e i 2.800 dell’Egitto. Il rovescio della medaglia, ciò con cui i Libici pagavano questo welfare, era la rottura del principio liberale, che risale addirittura alla Rivoluzione americana, del «no taxation without rapresentation», «nessuna tassazione senza rappresentanza». Il popolo non protesta per la mancanza di rappresentanza al vertice, perché può comunque usufruire alla base di un buon tenore di vita: glielo garantiscono i sussidi statali, per i quali non paga alcuna tassa. La rappresentanza non c’è perché non c’è la tassazione e in caso di inquietudini alla base basterà, o dovrebbe bastare, che il vertice spinga ancora di più sul welfare per ristabilire a suo favore la situazione. Semmai il rischio, sottolinea Varvelli, è che il denaro in più indirizzato verso l’interno, lo si debba poi sottrarre da quello spendibile per la politica economica estera, e quindi mettere a rischio i guadagni della vendita all’estero del petrolio. Insomma, c’è un equilibrio da mantenere, pena la rottura del cerchio.
E il cerchio pare proprio che da qualche parte Gheddafi lo abbia rotto, preferendo alla ricca Cirenaica la Tripolitania, la regione dove lui stesso era nato e dove risiedevano i suoi sostegni politici e tribali. Non a caso la rivoluzione del 2011 scoppiò, nel febbraio dell’anno, proprio in Cirenaica, a Bengasi, estendendosi a ovest solo nei mesi successivi – l’assedio prima di Misurata, in primavera, e poi di Tripoli in piena estate – per concludersi virtualmente a Sirte, in ottobre, con la morte del Colonnello.
Sempre Varvelli ipotizzava, ancora a giugno 2011, che una delle possibili soluzioni del conflitto sarebbe stata la divisione della Libia in due: un ovest lealista e gheddafiano e un est ribelle assestato sulle riserve di petrolio. Una situazione certo precaria che però non avrebbe favorito in nessun modo l’Italia, troppo timida nell’opporsi ai ribelli per piacere all’ovest e troppo vicina al governo lealista per piacere all’est. E chissà che non sia stato questo possibile scenario a far decidere poi alla penisola, dapprima esitante, l’intervento a fianco della coalizione Nato voluta con forza da Francia e Inghilterra.

Manifesto elettorale di una candidata libica. Le elezioni del 7 luglio 2012 per la formazione del Consiglio Nazionale Generale (CNG) hanno sancito la vittoria della coalizione dell’Alleanza delle Forze Nazionali (AFN) di Mahmoud Jibril, considerata l’interlocutore privilegiato dei Paesi europei e degli Stati Uniti. Ma la maggioranza dei posti, 120 su 200, è andata a candidati autonomi. (Associated Press Photo / Manu Brabo)
La rivoluzione ha scatenato diverse forze represse durante i quarantadue anni di Jamahiriyya. Le forze hanno coesistito nei mesi della guerra nel Consiglio Nazionale Transitorio (CNT), un organismo non eletto rappresentato al vertice dall’ex gheddafiano Mustafa Abdel Jalil. Il 7 luglio 2012 le seconde elezioni democratiche della storia della Libia – le prime datano 1952 – hanno sancito la formazione definitiva del Consiglio Nazionale Generale (CNG), cui il CNT ha trasferito i poteri. Dei 200 posti disponibili, 120 sono stati occupati da autonomi che rappresentano interessi locali, gli altri 80 hanno visto la supremazia dell’Alleanza delle Forze Nazionali (AFN) di Mahmoud Jibril, una coalizione di partiti che rappresenterebbe le posizioni più consone – e quindi l’interlocutore più vicino – ai paesi occidentali: Francia, Inghilterra, Italia e Stati Uniti in testa. Minoritaria ma comunque rilevante la posizione dei partiti islamisti, il maggiore dei quali è Giustizia e Costruzione (GC), una sorta di ala riformulata dei Fratelli Musulmani in Libia. Nettamente minoritarie appaiono infine le posizioni dell’islamismo e del separatismo non democratico, che hanno persino rifiutato di correre alle elezioni e che si concentrano in alcuni centri della Cirenaica. Tra questi Derna, città che già in epoca gheddafiana aveva fornito militanti a gruppi islamisti armati attivi in Afghanistan e in Iraq: allo scoppio della rivoluzione questi gruppi hanno poi ripreso le armi, questa volta in casa, contro Gheddafi.
Il GNC avrà il compito di riconsegnare il paese alla sicurezza disarmando o reintegrando nei ranghi ufficiali le ancora tante milizie sparse per il paese, di iniziare un cammino di pacificazione nazionale e, più pragmaticamente, di transitare il paese fino alle prossime elezioni per l’Assemblea Costituente, che redigerà poi la Costituzione.

Uno degli autori del libro a un convegno dell’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale): Arturo Varvelli, che dell’ISPI fa parte in prima persona, è il secondo da destra. (Ispi)
Una «lunga transizione», insomma, come la chiamano Pelosi e Varvelli in questo loro libro (p. 33). Una transizione che però i due autori non hanno avuto certo la presunzione di predire e che questa recensione non ha presunto di illustrare in maniera altrettanto dettagliata. Si è preferito piuttosto qui chiarire al lettore cosa e quanto la Libia di ieri possa dirci, in quanto a premesse, sulla Libia di oggi e su quella di domani.
Un libro piccolo, agile ed essenziale, comunque, per capire non quale direzione prenderà, ma quali direzioni potrebbe forse prendere il Paese che una volta fu del Colonnello Muammar Gheddafi, ma che ora potrebbe aver trovato una nuova strada, quanto diversa lo diranno i fatti, in una cella frigo di Misurata.






