Pubblicato il: lun, Nov 5th, 2012

Sirte, 20 ottobre 2011- Muammar Gheddafi dal Distretto Due alla cattura: cosa emerge dalla pubblicazione di Human Rights Watch

 di Alessandro Pagano Dritto

Una recente pubblicazione di Human Rights Watch, Death of a dictator. Bloody Vengeance in Sirte, permette di fare luce sulla cattura dell’ex leader libico Muammar Gheddafi. Caduta Tripoli in mano ai ribelli il 28 agosto 2011, Gheddafi e uno stretto gruppo di collaboratori si sposta, dopo una serie di tappe intermedie, nella città di Sirte. Con lui il capo della Guardia del Popolo Mansour Dhao e il ministro della difesa Abu Bakr Younis, accompagnato dai suoi due figli. Tutti in Libia sanno che Sirte è la città natale del raìs e soprattutto la sua residenza preferita. Nessuno quindi pensa che Gheddafi vi si rifugi, destinazione troppo ovvia per essere credibile: lo si cerca altrove. Da tempo invece i ribelli assediano Sirte perché lì si trova uno dei figli di Gheddafi, Mutassim, a capo della 27esima brigata. Mutassim e i suoi resistono all’assedio con tenacia, creando anche qualche difficoltà ai nemici, ma poco dopo la metà di ottobre sono ormai asserragliati nel Distretto Due, un’area abitata a nord est della città.

Appartamenti con segni della battaglia a Sirte.

Un punto, in particolare, ha una posizione favorevole per colpire e monitorare il distretto: l’Hotel Mahari, un albergo sulla costa occidentale della città che alcuni miliziani di Misurata hanno occupato, installandosi però in una fabbrica abbandonata poco più in là. Sui muri dell’hotel hanno scritto, con quelli di altre formazioni minori, il nome della brigata «Tigre» (al-Nimer). Al di là del Distretto infatti, Sirte è divisa in due: a occidente presidiano le milizie di Misurata, a oriente quelle di Bengasi. L’assedio è sempre più duro e la vita nel Distretto non è facile ormai per nessuno: per i militari di Mutassim, che devono rispondere al fuoco dei ribelli, per i feriti del piccolo ospedale da campo assistiti da cinque dottori e alcune infermiere, per i civili che hanno deciso di non abbandonare le loro case. Acqua e corrente arrivano a singhiozzi, i medicinali per i feriti scarseggiano. Anche perché da quando i ribelli hanno preso l’ospedale Ibn Sina, altri feriti si sono aggiunti a quelli già presenti. Mutassim prolunga i tempi finché può, un po’ minacciando di far fucilare i disertori, un po’ parlando di un nemico vicino alla sconfitta, di una vittoria imminente. Hussein Salah da due anni è alle dipendenze di Mutassim come soldato semplice. Non sa che Tripoli è già da mesi in mano ai ribelli, che i lealisti suoi compagni hanno dovuto cedere il 28 agosto; ignora tutto e quando Mutassim parla ai suoi 350 uomini del piano per lasciare il distretto, Hussein pensa che tutto si sta concludendo allora per il meglio. «Mutassim – racconta – ci dice che dobbiamo essere pronti per la sortita. Ci ordina di preparare le auto che abbiamo nascosto nei vicoli più riparati. Ci promette che andremo a casa nostra». Hussein ha 17 anni e non sa che, come Tripoli, anche Tarhouna, il suo villaggio, è caduto: «Io non sapevo che Tarhouna fosse stata presa dai nemici due mesi fa – dice pochi giorni dopo i fatti nella sua prigione di Misurata -. Ci facciamo la doccia, ci tagliamo barba e capelli. Io ero felice. Finalmente avrei rivisto mia mamma».

Resti del convoglio di Mutassim Gheddafi bombardato dagli aerei Nato.

Tra le cose che Hussein non sa, oltre alla caduta di Tripoli e di Tarhouna, c’è anche la presenza nel convoglio predisposto da Mutassim, di Muammar Gheddafi. Il piano di Mutassim è di partire tra le 3.30 e le 4.00 del mattino per sfruttare l’effetto sorpresa. Ma qualcosa non funziona: probabilmente richiede più tempo del previsto la sistemazione dei feriti, che Human Rights Watch ritiene abbiano seguito volontariamente i lealisti insieme ad alcuni civili. La cinquantina di veicoli che forma il convoglio parte quindi verso le 8.00, un orario in cui è difficile sperare ancora nell’effetto sorpresa. Il convoglio viene costretto a percorrere un tragitto discontinuo. Direttosi dapprima verso ovest lungo la costa, le prime scaramucce con i ribelli lo fanno deviare in un’arteria principale che lo porta ora a sud, ma un attacco degli aerei Nato lo ridirige verso ovest. I danni non sono molti, ma la direzione mette i lealisti nelle mani delle milizie di Misurata che lì hanno una base: quella della «Brigata della Costa Orientale» (Eastern Seacost Brigade). I lealisti non cedono, il convoglio si ferma e ne segue uno scontro. I lealisti sono armati fino ai denti, hanno persino l’occorrente per rispondere agli aerei. Ma forse è un’arma a doppio taglio: gli aerei Nato ritornano infatti per un secondo bombardamento. Le bombe sono incendiarie e esplodendo avvolgono nelle fiamme le riserve di munizioni del convoglio, che esplodono a loro volta coinvolgendo tutto quanto capita a tiro, mezzi e uomini, civili e militari. Saranno 103 i corpi contati da Human Rights Watch dopo il conflitto, in buona parte vittime del bombardamento.

Ribelli per le strade di Sirte.

Ormai tra i superstiti lealisti e i ribelli è quasi un corpo a corpo. Chi può, scappa. Hussein, che pensava di tornare finalmente dalla sua mamma, lascia a terra il suo mitra e scappa verso nord, verso la costa e il mare. Lo stesso vede fare a due famiglie con donne e bambini. Anche Muammar Gheddafi e il suo gruppo, con le guardie del corpo, cerca riparo: lo trova in un complesso di villette, ma si capisce subito che è un riparo precario. C’è il rischio che nemmeno l’elmetto, il giubbotto antiproiettile e le armi che Gheddafi ha con sé possano garantirgli la salvezza. Mutassim si propone allora di trovare al padre una via di fuga: «Proverò a farti andare via da qui», pare siano le parole che gli rivolge prima di uscire. Le ultime, perché Mutassim Gheddafi verrà catturato dai ribelli e i due non si rivedranno più. Dopo poco il gruppo decide di tentare da solo di allontanarsi dalla scena del conflitto. Muammar Gheddafi, Mansour Dhao, Abu Bakr Younis, i suoi due figli e alcune guardie del corpo lasciano il complesso per raggiungere le condutture di drenaggio che passano sotto la strada e sotto i piedi dei ribelli. Se il piano riesce il gruppo potrà uscire dall’altro lato e poi raggiungere i campi. Com’è noto, le cose andranno diversamente. Un gruppo di ribelli scopre quei lealisti che sembrano in fuga, ne segue uno scontro, uno scontro nello scontro. Una guardia del corpo lancia una granata, ma è un tiro maldestro: la granata infatti trova un ostacolo, torna indietro e poi esplode. Muoiono la guardia del corpo e il ministro Abu Bakr Younis, Mansour Dhao perde i sensi e Muammar Gheddafi rimane ferito alla testa, una ferita profonda che, come testimonierà uno dei figli del ministro, sanguina molto. Ma non è ancora tutto finito.

Uno dei ribelli, Jumaa Omran Shaban, dà ancora un’occhiata nelle condutture. «È lui, Abu Shafshufa», grida. «Abu Shafshusa», «il capellone», è il nomignolo che i ribelli hanno dato al loro primo nemico, il colonnello Muammar Gheddafi. Nessuno si aspettava di trovarlo lì. Sono le 11.00 del mattino e il convoglio era partito ormai tre ore prima dal Distretto Due.