Pubblicato il: Dom, Mar 3rd, 2013

Taccuino siriano. Jonathan Littell racconta la doppia società dei siriani di Homs

di Alessandro Pagano Dritto

Molte delle persone che urlavano, ballavano e cantavano sotto gli occhi di Jonathan Littell, giornalista di Le Monde, quel 24 gennaio 2012, sarebbero morte probabilmente da lì a una decina di giorni, senza che lui lo avesse mai saputo con certezza. Sarebbero morte lì, nel quartiere di al Khaldiye, a nord della città di Homs, Siria. Alcune addirittura in quella stessa piazza dove adesso ballavano e cantavano, attorno a quell’orologio di legno che riproduceva quello centrale della città, in mano ai lealisti. L’attivista Mazhar Tayara, ad esempio, incontrato una volta di sfuggita alla fine di gennaio, sarebbe morto proprio lì ai primi del mese successivo, colpito dalle schegge di una bomba mentre soccorreva alcuni feriti. È la vita di tutti, in posti come Homs: fare, attendere, e poi, se non si è fortunati, morire.

Taccuino siriano (Giulio Einaudi editore, Torino, 2012, pp. 193, 17 euro) è la trascrizione fedele, con l’aggiunta di qualche breve ma necessaria spiegazione, degli appunti che Jonathan Littell ha preso durante le due settimane trascorse nella città di Homs. Ciò che ha descritto, i quartieri che ha visto, le persone con cui ha parlato, appartiene tutto alle zone controllate dall’Esercito siriano libero (Esl). Soprattutto appartiene ai quartieri di Baba Amr, la zona popolare all’ingresso sud occidentale della città, e quello settentrionale di al Khaldiye, classico quartiere borghese con belle case e negozi alla moda. Il titolo originale dell’opera rende maggiore giustizia all’onestà intellettuale dell’autore, che non pretende di aver rappresentato nei suoi appunti l’intera Siria, ma solo la città che ha visitato: Carnets de Homs. 16 janvier – 2 février 2012, si intitola infatti.

Il caso ha voluto che quelli che Littell ha documentato fossero, almeno nel quartiere di Baba Amr, dove risiede per qualche tempo, gli ultimi giorni di autonomia di una roccaforte ribelle. Il 2 marzo, infatti, dopo un mese di bombardamenti, il quartiere sarebbe stato riconquistato dall’esercito del presidente cui i ribelli dalla primavera del 2011 hanno mosso guerra, Bashar al Assad. Se infatti ad al Khaldiye l’Esl non aveva una grande presenza e manteneva solo qualche isolato posto di blocco al controllo di una via o di una piazza – magari a poca distanza dalla sede locale del partito del presidente, il Ba’ath, e da una gigantografia di suo padre, il defunto Hafez – a Baba Amr le cose erano ben diverse: praticamente tutto il quartiere era nelle mani dei ribelli e un pericolo era semmai uscirne, visto che ai confini erano appostati i cecchini dell’esercito.

Palazzi distrutti nel quartiere di Baba Amr, Homs. Il quartiere è stato preso dai lealisti ai primi di marzo 2012. (Fonte: Afp Photo/Joseph Eid)

Palazzi distrutti nel quartiere di Baba Amr, Homs. Il quartiere è stato preso dai lealisti ai primi di marzo 2012. (Afp Photo/Joseph Eid)

È quindi Baba Amr una sorta di Stato nello Stato, un quartiere autonomo, ideale punto d’osservazione della vita dei cittadini di Homs sotto il controllo dell’Esercito siriano libero. E Littell infatti parla con tutti: feriti, medici, vedove, attivisti, soldati ribelli, lealisti feriti in mano nemica e semplici abitanti della zona hanno tutti un loro spazio nei taccuini di Littell, che sia di poche parole, poche righe o pagine intere. A volte il lettore conosce queste persone col loro nome, altre volte con uno pseudonimo o con la sola lettera iniziale fermata da un punto, a volte con nulla di tutto questo. Ma ognuno di loro, per quanto accennata, nasconde una storia dietro di sé, che spesso racconta. Non sempre, va detto. Un termine che Littell usa molto spesso è «paranoia», o «paranoico». Baba Amr, infatti, per quanto roccaforte, è pur sempre un quartiere in guerra; e in guerra, dietro una macchina fotografica o una telecamera, tra le righe di un taccuino, può nascondersi una spia del nemico. È già successo, dicono nel quartiere: gira quasi una leggenda metropolitana di due giornalisti europei che poi si sono dimostrati infiltrati della fazione lealista. Nessun dato certo, nessuna prova, la loro nazionalità cambia di volta in volta: ma sono sempre due, segno secondo Littell che qualcosa di vero in fondo alla storia forse c’è. Un altro fantasma è più concreto: quello del giornalista francese Jilles Jacquier, morto in circostanze poco chiare per mano ribelle, come dice il governo, o per mano governativa, come dicono invece i  ribelli.

È questa sottile ambivalenza che sembra poter essere il filo conduttore di tutta l’esperienza di Littell a Homs. Tutto appare sdoppiato: due eserciti, due fazioni, due orologi, due quartieri – con alcune visite anche ad altri, per la verità – nel caso del giornalista due colpevoli. Persino due nomi per una stessa piazza: Piazza degli uomini liberi e Piazza delle Alturie è il diverso nome con cui ribelli e governo indicano una stessa piazza, quella in cui è riprodotto l’orologio.

Attivisti. Il reportage di Littell descrive una «rete alternativa», fatta anche di esperti di comunicazioni per lo più giovani, gli attivisti, che aiuta i giornalisti a spostarsi nei quartieri dell’opposizione e a documentare da qui il conflitto. (Fonte: Reuters)

Attivisti. Il reportage di Littell descrive una «rete alternativa», fatta anche di esperti di comunicazioni per lo più giovani, gli attivisti, che aiuta i giornalisti a spostarsi nei quartieri dell’opposizione e a documentare da qui il conflitto. (Reuters)

Così scrive Littell all’inizio del suo viaggio che da Tripoli, Libano, lo porterà ad Homs attraverso una breve sosta nel paese ribelle di al Qusayr, una lunga citazione che però pare essenziale: «Di fronte alla rete di polizia e di sicurezza del regime, la gente ha creato una rete alternativa, fatta di attivisti civili, notabili, esponenti religiosi e, sempre più, di forze militarizzate, i disertori che formano l’Esl. Questa rete alternativa resiste all’altra, la aggira e comincia ad annettersela (disertori, informatori nell’esercito o nei mukabarat [i servizi segreti siriani. Il nome ne nasconde quattro, ma i più temuti sono quelli dell’aviazione. NdR]). Quando ci si muove, questa rete diventa subito visibile, con i suoi cambi di veicoli, i passaggi di mano, le safe houses, i continui contatti telefonici per prevenire l’evolversi della situazione sul campo. Si potrebbe dire che la società siriana si è sdoppiata, che ora nel paese coesistono due società parallele e in conflitto mortale tra di loro. Prima della rivoluzione c’era una certa resistenza passiva al regime, ovviamente, ma la gente rimaneva impigliata nella rete generale. Ora questa seconda rete è completamente sganciata dalla prima, recidendo tutti i legami uno a uno. Ma non possono coesistere, ed è una lotta mortale. Una delle due deve essere sbaragliata, e le sue componenti distrutte o riassorbite dall’altra» (pp. 33-34).

Nessun muro netto divide, com’è tipico della cinica concretezza delle realtà di guerra, le due parti in lotta. Come le vie al confine tra quartieri lealisti e quartieri ribelli sono in assoluto le più pericolose, perché costantemente sotto la mira dei cecchini e del tiro dei fuochi incrociati, così molti conducono una pericolosa vita a metà tra i due campi. In entrambe le direzioni, appartengono ideologicamente a una fazione, ma operano all’interno dell’altra: come infiltrati, per scelta propria o altrui, o aspettando di passare completamente alla loro vera causa.

Jonathan Littell (New York, 1967). Ha passato due settimane a Homs tra il gennaio e i primi di febbraio 2012. Subito dopo la sua partenza sarebbero cominciati i bombardamenti che in un mese avrebbero restituito il quartiere di Baba Amr ai lealisti. (Fonte: www.guardian.co.uk)

Jonathan Littell (New York, 1967). Ha passato due settimane a Homs tra il gennaio e i primi di febbraio 2012. Subito dopo la sua partenza sarebbero cominciati i bombardamenti che in un mese avrebbero restituito il quartiere di Baba Amr ai lealisti.

Tra le molte figure che compaiono nel taccuino di Littell, una sembra rendere bene l’idea di questa doppiezza: quella del medico Abu Hamzeh, che il giornalista ha occasione di incontrare a casa di un attivista. È una di quelle «case sicure», safe houses, di cui il lettore di questa recensione ha appena saputo. In questa casa c’è un centro medico clandestino, uno dei tanti che sorgono nei quartieri ribelli e uno di quelli che il giornalista avrà modo di visitare. Per gli abitanti di certi quartieri, fra i quali Baba Amr, è rischioso andare a curarsi negli ospedali statali: c’è il rischio di essere intercettati, prelevati e di tornare cadaveri. Allora ribelli e civili si curano in questi centri clandestini, che spesso mancano quasi di tutto, di medicinali e personale. I medici infatti sono ai primi posti nelle liste nere dei governativi e non di rado girano armati e sono costretti a fuggire per non finire in prigione. Così a volte non è possibile curare i feriti più gravi, che muoiono attendendo cure adeguate. Questa situazione frustra non poco il chirurgo Abu Hamzeh, che dal 2010 fino all’inizio del 2012 aveva lavorato all’ospedale militare di Homs. Si era accorto che alcuni pazienti venivano torturati di nascosto, e le torture erano poi svelate dalle radiografie. Aveva documentato alcuni casi con una microcamera nascosta in una penna e per un certo periodo aveva condotto una doppia vita: di mattina curava i lealisti all’ospedale militare, di pomeriggio i ribelli e i civili al centro. Poi non aveva più retto e si era dimesso dall’ospedale dedicandosi interamente all’attività clandestina. Ma ora le condizioni precarie lo lasciano spesso impotente di fronte alla sofferenza e alla morte dei pazienti, a volte ha la sensazione che le armi siano l’unica forma utile di resistenza: «Di notte – confessa Abu Hamzeh – passo ore a immaginare di imboscarmi con un fucile e riuscire a uccidere uno dei cecchini» (p. 156).