The Dark Side of the Moon: 40 anni, e non sentirli
di Chiara Gagliardi
Il lato oscuro della luna è tale dal 1° marzo 1973. Proprio quarant’anni fa, infatti, la Capitol Records produceva un album destinato a rimanere nella storia. Tutti conoscono la copertina che ha reso famoso il lavoro dei Pink Floyd, e l’album è immediatamente diventato l’icona di un’intera generazione. The Dark Side of the Moon ieri ha festeggiato 40 anni, e conferma il suo status di classico della musica rock: dieci tracce che sono ancora oggi ascoltate e conosciute a livello mondiale.
Nel quarantesimo anniversario dell’uscita di uno dei più grandi lavori dei Pink Floyd, è quasi di dovere riesumare il vecchio giradischi e lasciare che il vinile esprima tutta la sua poesia. Da Speak To Me ad Eclipse, passando per le famosissime Money e Time, tutta la psichedelia ed i viaggi onirici del gruppo di Londra si esprimono attraverso delle canzoni che non invecchiano mai. Nell’album si alternano pezzi strumentali e cantati: ora più che mai, la musica dei Pink Floyd è espressionismo allo stato puro. Le tematiche dell’album si muovono tra la schizofrenia, l’infermità mentale, l’avarizia e la dualità dell’uomo: la musica dei Pink Floyd è come sempre introspettiva e destabilizzante, in grado di far vacillare anche la razionalità più solida. Uno dei pezzi chiave dell’album è senza dubbio Brain Damage: la follia è la conseguenza del porre al primo posto il successo e la fama, oppure delle troppe ambizioni (You lock the door / And throw away the key / There’s someone in my head, but it’s not me). Il riferimento a Syd Barrett, già ex membro della band al momento dell’uscita dell’album, è chiaro: il fondatore dei Pink Floyd aveva avuto dei problemi psicologici derivanti dall’eccesso di sostanze stupefacenti. E la brama di potere e di denaro è ciò che rovina l’uomo, come viene ribadito in Money: il consumismo viene condannato in questo pezzo dal riff famosissimo. Per ironia della sorte oppure lungimiranza, Money sarà la canzone dell’album che avrà maggior successo commerciale, arrivando addirittura ad identificare l’album stesso, nonostante tutte le canzoni formino un ampio «continuum» musicale.
L’unico pezzo che lascia un po’ di speranza all’uomo, così sballottato in un mondo di ansie, stress e pazzia, è Breathe: l’unico modo di respirare, sembrano volerci dire i Pink Floyd, è quello di rifugiarsi nella musica ed allontanarsi dalla contemporaneità, così alienante e negativa per la personalità umana. Mentre Time esprime il drammatico scorrere del tempo, The Great Gig in the Sky diventa metafora della morte, espressa nel grande assolo vocale che contraddistingue tutta la canzone. A coronare il lavoro, la presenza del tecnico del suono Alan Parsons: a lui si devono alcuni effetti sonori che sono ancora oggi famosissimi, come il suono del registratore di cassa di Money oppure il ticchettio dell’orologio di Time.
Un album che, per la profondità delle tematiche trattate, risulta sempre attuale: l’espressione del dolore insito nell’umanità e della pazzia, acquattata dietro ogni angolo, in attesa di cogliere qualcuno, si può adattare particolarmente alle epoche moderne. I Pink Floyd mettono in atto quanto detto nell’album: l’unica via di scampo è costituita dalla musica, mezzo attraverso cui esprimere ciò che con la mente non si riesce a controllare, e fa paura proprio in quanto irrazionale. È un album che non si comprende mai fino in fondo, e che ad ogni ascolto rivela una nuova sfaccettatura, caratterizzandosi per il suo essere multiforme; così come non si può dire mai di conoscere abbastanza i Pink Floyd. Il gruppo britannico, anche oggi che la sua attività si può dire cessata, rivela sempre nuove particolarità, proprio come un diamante di forma irregolare riflette la luce in tutte le direzioni. Quella stessa luce che sembra mancare in The Dark Side of the Moon, ma che il musicista ritrova lasciando fluire da sé, attraverso le note, tutti i fantasmi della mente.








