Pubblicato il: mar, Giu 10th, 2014

“Stop telling women to smile”: l’arte contro lo Street Harassment

di Paola Mazzocchin

Autoritratto di Tatyana Fazlalizadeh

È l’autunno del 2012, quando Tatyana Fazlalizadeh, un’artista di Brooklyn, ha l’idea di trasformare la sua passione per la pittura ad olio in un progetto che consenta alle donne di rispondere ai continui commenti e fischi rivolti loro con frequenza per le strade di New York.

Ventotto anni, proveniente dall’Oklahoma e di origine afro-iraniana, Fazlalizadeh maturava già da tempo dentro di sé il bisogno di comunicare e di condividere il disagio provocato da anni di attenzioni indesiderate ed esortazioni di uomini che, appunto, la “invitavano a sorridere”. Il primo poster che ha dato avvio al progetto raffigurava, quindi, proprio se stessa; un autoritratto affisso sui muri del quartiere, lo sguardo serio e diretto all’osservatore a cui era indirizzato il messaggio impresso sul manifesto: «Stop telling women to smile» (STWTS).

La street art di Tatyana Fazlalizadeh non ripropone, dunque, gli attimi di paura o di imbarazzo vissuti dalle donne, ma vuole spronarle a ribellarsi contro questa pratica che passa troppo spesso inosservata. Secondo la pittrice, infatti, «molte persone non capiscono perché le donne possono avere il cipiglio o un’espressione facciale neutra. Le donne sono guardate come se dovessero essere sempre felici, gentili, generose, carine e accoglienti. Devi essere aggraziata e posata e avere un comportamento piacevole». La critica, dunque, è mossa contro i clichés e gli stereotipi di genere che inquadrano le donne esclusivamente all’interno di certi ruoli e comportamenti, ma non punta a silenziare gli sconosciuti: «L’obiettivo non è affatto interrompere l’interazione fra uomini e donne. Parlo continuamente con gli uomini e le donne fuori nelle strade. Si tratta, piuttosto, di promuovere l’idea che le donne hanno potere sui loro corpi e di far comprendere come vogliono essere trattate e come vogliono interagire con l’esterno. Quindi, se non voglio sentirmi dire di sorridere, ciò non significa che non voglio che tu mi parli, ma che tu non mi dica cosa devo fare con la mia faccia».

L’intenzione dell’artista americana era fin da subito quella di coinvolgere altre donne, ascoltando le loro esperienze come vittime di molestie verbali nelle strade. Così, poco a poco, da Brooklyn l’iniziativa si è allargata a Philadelphia, Washington, Boston, Chicago, Los Angeles, San Francisco, Atlanta e sono apparsi i volti dipinti di quindici ragazze diverse da lei intervistate, ognuna con la propria storia da raccontare attraverso frasi sempre nuove, con lo scopo principale di rivendicare il possesso del proprio corpo, la libertà di esprimere una propria identità, il diritto ad uscire di casa senza essere costantemente giudicate dagli uomini.

«I am not your property, you’re not in control of my body», risponde una donna con i capelli lunghi; «My outfit is not an invitation», dice un’altra dai capelli corti. E, poi, ancora altri possibili contrattacchi: «Women are not outside for your entertainment»; «My name is not Baby, Shortie, Sexy, Sweetie, Honey, Pretty, Boo, Sweetheart, Ma»; oppure, «Women do not owe you their time or conversation»; «Critiques on my body are not welcome» e, ancora, «Women are not seeking your validation»: tutte chiare affermazioni di un desiderio di indipendenza dal pensiero sessista e dalla presenza degli uomini nelle strade.

I soggetti femminili ritratti da Tatyana Fazlalizadeh sottolineano la singolarità individuale e si riferiscono a persone realmente esistenti, umanizzando in tal modo coloro che sono state rese puro oggetto sessuale da proiezioni altrui. Ciò che ha contraddistinto, però, in un primo tempo, il lavoro della pittrice è stata la scelta di rappresentare donne di colore: fatto motivato – come ha dichiarato la pittrice in un’intervista a «The Daily Beast» – sia dalla sua stessa origine, sia dall’ipersessualizzazione che i media e la società attribuiscono alle donne con la pelle nera. Ma nella sua lotta sono comprese tutte le donne, di ogni colore e cultura.

Fra le tante battaglie femminili, quella di Fazlalizadeh è considerata una novità in quanto è scesa proprio sulle strade, cioè nei luoghi dove i commenti – che possono a volte sfiorare l’intimidazione – vengono pronunciati, cosicché le emozioni possano essere viste e lette da chi quei giudizi ha emesso. Ancor più di movimenti come «Hollaback!» o «Stop Street Harassment», che agiscono sulla piattaforma di internet, «Stop telling women to smile» vuole riconquistare lo spazio pubblico e la sicurezza di muoversi senza essere avvicinate soltanto perché donne.

Da quando l’attività di STWTS ha preso piede nel 2012, le reazioni sono state di diversa natura, alcune anche offensive, ma molte donne hanno inviato email alla creatrice del movimento condividendo i propri vissuti negativi e ringraziandola per la battaglia che ha portato avanti. Grazie alla solidarietà ricevuta, Tatyana Fazlalizadeh è riuscita a raccogliere fondi e ha deciso di esportare il progetto per diffonderlo a livello internazionale: pochi mesi fa le sono giunti inviti da Berlino, Madrid, Parigi, Londra per realizzare poster da affiggere nelle città.

Laura S. Logan, professoressa assistente di Sociologia al Hastings College in Nebraska, si è occupata per anni del problema dello Street Harassment e sostiene che «le conseguenze negative sono ben documentate: paura, rabbia, sfiducia, depressione, stress, disturbi del sonno, vergogna e ansia di trovarsi in pubblico». Un comportamento pervasivo, dunque, che si scontra però con il primo emendamento della Costituzione americana sulla libertà di parola, per cui «un linguaggio offensivo non è illegale». Tuttavia, per Tatyana Fazlalizadeh è fondamentale far capire che «tutto questo lavoro chiede di considerare il fatto che molte donne, inclusa me stessa, non amano questo tipo di comportamento e non vogliono essere trattate in questo modo – ci fa sentire come se fossimo fuori casa per intrattenere qualcuno, e non siamo qui per questo».