Pubblicato il: lun, Mag 5th, 2014

Schio, «Elementi pericolosi», storie di antifascismo

di Alessandro Pagano Dritto

Ugo De Grandis, Elemento pericoloso. Inquisizione e deportazione politica nella Schio di Salò (1943-1945). L’odissea dei partigiani del Btg. Territoriale «F.lli Bandiera» di Schio deportati a Mauthausen – Gusen, (Centrostampaschio, Schio, 2014, pp. 492, 15 euro) 

L’ultimo libro di Ugo De Grandis, Elemento pericoloso. Inquisizione e deportazione politica nella Schio di Salò (1943-1945). L’odissea dei partigiani del Btg. Territoriale «F.lli Bandiera» di Schio deportati a Mauthausen – Gusen, (Centrostampaschio, Schio, 2014, pp. 492, 15 euro), racconta la storia di dodici antifascisti di un paese dell’Alto Vicentino, Schio, caduti in una retata nella seconda metà del novembre 1944 e inviati in Germania nei campi di Mauthausen e Gusen. Undici di loro, fatta eccezione per il giovane universitario William Pierdicchi che tornerà nel giugno 1945, non vedranno più casa. Questi, tutti i nomi: Giovanni Bortoloso, Andrea Bozzo, Roberto Calearo, Livio Cracco, Italo Galvan, William Pierdicchi, Pierfranco Pozzer, Alfonso Thiella, Vittorio Tradigo, Giuseppe Vidale, Andrea Zanon, Bruno Zordan.

Già ad una prima lettura appare evidente che il libro di De Grandis non ha alcuna intenzione di fermarsi a quanto enunciato nel titolo e intere pagine o intere capitoli sono dedicati a storie che nascono, proseguono e muoiono in piena autonomia senza intrecciarsi, o intrecciandosi solo debolmente con quella centrale. Si potrebbe accusare il libro di disorganicità, ma sarebbe ingiusto. Dietro l’apparente disorganicità del narrato sta la volontà di fondo, come si legge nella prefazione dell’opera, di chiamare «alla sbarra il fascismo scledense [di Schio, ndr] al completo» (p. 12) e, più in generale, «di sfatare una credenza: quella che vorrebbe individuare la causa di tutte le sofferenze patite, nei mesi che intercorsero tra l’8 settembre 1943 e il 29 aprile 1945 [il giorno della Liberazione di Schio], dal popolo italiano e, nella fattispecie, da quello valleogrino [Schio è un paese della Val Leogra] in un virus giunto dall’esterno, del quale, anzi, i gerarchi di casa nostra avrebbero provveduto a stemperare la violenza» (p. 13). Sono dichiarazioni, queste, che obbligano il lettore a leggere le restanti cinquecento pagine o poco meno con un occhio al locale e uno al livello nazionale, che includa tutta l’Italia del Nord e a prendere Schio come un esempio in piccolo di quanto nel periodo di tempo indicato accadeva un po’ ovunque tra la linea del fronte alleato e le Alpi: autorizzano insomma a fare di Schio una piccola città esemplare, una riduzione al minimo di un territorio molto più ampio e di vicende molto più diffuse.

Via Pasini, Schio: tutt’ora così chiamata, al numero 83 abitava la famiglia Pozzer. Il nome della famiglia è oggi indicato da una targa sul muro esterno dell’abitazione. (Fonte: per gentile concessione di Ugo De Grandis)

È come se nella geografia di Schio – sui cui dettagli Ugo De Grandis non lesina di certo, sapendo di rivolgersi per lo più a un pubblico informato degli stessi –, nei nomi delle vie, delle piazze, dei bar e delle chiese, il lettore potesse in qualche modo ritrovare una mappatura topografica del sospetto, una geografia minima dello scontro che caratterizzò quegli anni, nella fantasia che questa toponomastica potesse essere comodamente allargata a tutto il Nord.

Le piccole, drammatiche, storie raccontate da De Grandis sono infatti storie di delazioni e di sospetti, di odi personali e tradimenti, che conducono in parte negli antri bui del fascismo ufficioso che usa la delazione dei cittadini come arma contro gli antifascisti e in parte nelle incrinature rancide del comune vivere, nelle piccole invidie e vendette personali che in quell’epoca ebbero la possibilità, a volte, di mescolarsi con la politica e la guerra e di creare veri pericoli.

Alcune di queste storie sarebbero forse piaciute al poeta americano Edgar Lee Masters, l’autore della celebre Antologia di Spoon River. La vicenda dell’esule vicentina fuggita dai bombardamenti di Torino, per esempio, che spinta forse dalle due sorelle che le diedero riparo, denunciò di antifascismo alcune massaie, un professore che le abitava di fronte e un parente renitente alla leva; il fascista che cercò in tutti i modi di far arrestare il suo affittuario che gli aveva alzato il prezzo della mensilità e che poi, dopo la guerra, si gettò in una roggia giusto il giorno del compleanno dell’uomo; la vedova che aiutava i partigiani denunciata con la sua fittavola dal curatore delle sue proprietà, di fede fascista; l’uomo prelevato dai partigiani perché aveva parlato male di loro un giorno al mercato.

Queste e molte altre appaiono storie quasi assurde, grottesche, che un buon romanziere avrebbe volentieri riserbato per uno scritto di fantasia e che invece furono il triste aspetto di una realtà dove bastava a volte un’antipatia, un cruccio, una parola di troppo per far scattare una denuncia, una retata, un’incarcerazione, e poi, nel caso dei dodici ma anche in altri casi solo brevemente riassunti nell’ultimo capitolo, nell’invio in Germania.

Ugo De Grandis. Si occupa di storia scledense e altovicentina dal 2004, dedicandosi soprattutto allo studio della locale Resistenza garibaldina. Nella prefazione a “Elemento pericoloso” racconta di quanto sia stato importante per scegliere di iniziare questa attività un colloquio avuto nel 2001 con l’unico sopravvissuto dei dodici antifascisti, William Pierdicchi. (Fonte: per gentile concessione di Ugo De Grandis)

Qui la faccenda è discussa: sapevano – e se sapevano, quanto sapevano? – i fascisti italiani di cosa aspettasse gli antifascisti una volta varcato il confine tedesco? Non è possibile stabilire con sicurezza cosa e quanto sapessero; di certo c’è, almeno in ambito scledense, una circolare proveniente da Vicenza, che recita: «Invito i Reggenti dei Fasci di dare ai rispettivi Podestà la massima collaborazione onde ottenere la effettiva eliminazione di tutti gli elementi di cui sopra, tenuto presente che con tale mezzo [la precettazione per il lavoro obbligatorio] si possono allontanare dai paesi non poche persone nocive» (cit.; p. 105). A firmare il foglio, il commissario federale di Vicenza Giovanni Caneva. Non si parla di camere a gas, non si parla di campi, ma di certo si parla di allontanamento dai paesi di «persone nocive», o «elementi pericolosi» – da cui il titolo del libro – come la burocrazia definì i dodici inviati in Germania.

È solo frutto di una scelta personale raccontare qui, in conclusione, la storia di Pierfranco Pozzer, 19 anni, uno tra i più giovani dei dodici.

Pierfranco era studente di ingegneria all’università di Padova e aveva formato il suo antifascismo alle lezioni, per le quali si spostava alla sede di lettere, del docente Concetto Marchesi. Aveva, nell’ambito scledense, frequentazioni di parte comunista – una realtà del resto, quella di Schio, dove il pensiero socialista, prima, e poi comunista erano sempre stati molto presenti -: frequentava la cerchia del futuro onorevole Riccardo Walter e la famiglia del partigiano Armando Pagnotti «Jura». Al liceo classico, frequentato a Vicenza, aveva avuto come insegnante Mariano Rumor. Era figlio di un agrimensore, Giuseppe, che durante la guerra del 1943-45 era stato internato militare in Germania, e di una maestra, Regina Bononi. Fu arrestato la sera del 18 novembre 1944 nella sua abitazione al no 83 di Via Pasini. Le sue colpe – fu pesantemente torturato e tentò addirittura il suicidio durante la detenzione – erano quelle di aver stampato volantini sovversivi, di aver detenuto armi illegalmente e, soprattutto, di essere parte del Battaglione territoriale cittadino, il «Fratelli Bandiera», che aiutava logisticamente le formazioni combattenti di montagna: l’età infatti non gli aveva impedito di essere scelto per ricoprire il ruolo di Commissario politico del primo distaccamento della formazione.

Anche la madre, la cameriera di famiglia e la piccola sorella Maria Romana, subirono un breve periodo di carcerazione e dopo la Liberazione denunceranno il saccheggio dei propri effetti personali avvenuto durante la perquisizione in casa ad opera delle milizie fasciste.

Pierfranco e Maria Romana Pozzer in una foto scattata nel giardino di casa. (Fonte: per gentile concessione di Ugo De Grandis)

Detenuta quindi anche lei, Maria Romana Pozzer ebbe modo di osservare dallo spioncino della porta della cella un volto grondante di sangue e reso irriconoscibile dalle torture: era quello di Roberto Calearo, probabilmente preso nella retata per il solo fatto che in quei giorni era sceso da Vicenza in visita all’amico Pierfranco: non sono infatti fino ad oggi noti suoi ruoli nella Resistenza, al di là, probabilmente, di un sentimento antifascista solidale con quello dell’amico. L’interrogazione, violenta, lo trovò dunque innocente. Perché fu inviato in Germania, allora? De Grandis trova una sola ipotesi plausibile: «era stato alfine riconosciuto estraneo alle accuse: la decisione di deportarlo sarebbe quindi da attribuire unicamente alla necessità di togliere dalla circolazione le prove delle sevizie alle quali era stato sottoposto» (p. 240).

Dalla detenzione – avvenuta alle locali e tuttora esistenti scuole «Marconi» – i dodici antifascisti furono trasferiti prima al carcere S. Biagio di Vicenza e poi a Bolzano. Di lì, col trasporto 115, furono condotti a Mauthausen e, intorno al 10 febbraio 1945, divisi tra chi sarebbe rimasto lì e chi invece sarebbe stato trasferito al campo satellite di Gusen. Fu qui che i due amici, Pierfranco Pozzer e Roberto Calearo, furono divisi: solo Pozzer, infatti, rimase a Mauthausen.

Morirono a otto giorni di distanza: Calearo l’11 marzo 1945, Pozzer il 18 seguente.

Una morte da antifascisti, da «elementi pericolosi».