Pubblicato il: ven, Nov 1st, 2013

Amnesty narra i profughi di Tawergha, Libia

di Alessandro Pagano Dritto

Barred From Their Homes. The Continued Displacement and Persecution of Tawarghas and Other Communities in Libya, Amnesty International, London, October 2013, pp. 35
(Amnesty International)

In Libia la morte del Colonnello Muammar Gheddafi e il trionfo dei ribelli della 17 febbraio, come si chiama la rivoluzione libica del 2011, non sono stati accolti ovunque con gioia. Tra coloro che in quei momenti non hanno festeggiato c’è chi stenta oggi a dichiararsi lealista, ritagliandosi piuttosto una figura neutrale: né con Gheddafi né con la rivoluzione.

Così, come un estraneo alla rivoluzione e al conflitto in corso, una donna descrive, per esempio, il marito Jubeir Mohammad Jubeir Ishtiwi, catturato il 20 agosto 2011 da una milizia ribelle mentre usciva da una moschea del quartiere di Abu Selim, Tripoli. La coppia viveva in città, in un appartamento in affitto dal febbraio di quell’anno, spinta a ovest dall’avanzata dei rivoluzionari. Qualche tempo dopo la donna ricevette una telefonata: all’altro capo una voce che probabilmente – questa è la versione narrata – “avrebbe saputo di vino” le comunicò che il marito era stato ucciso pochi giorni dopo l’arresto. Un parente riconobbe il volto dell’uomo in una foto esposta in una moschea e riuscì a risalire al numero di sepoltura: si scoprì che Jubeir era stato sepolto il 29 settembre 2011 in un cimitero di Misurata.

Questa è una delle tante storie riportate da Amnesty International nel suo ultimo dossier sui dispersi interni della Libia dopo la guerra del 2011: Barred From Their Homes. The Continued Displacement and Persecution of Tawarghas and Other Communities in Libya (Amnesty International, London, October 2013, pp. 35).

Tawergha è solo il caso più noto e la stessa Amnesty ne aveva già scritto in passato, ma non è il solo. Quello che secondo le accuse le milizie di Misurata, una quarantina di chilometri a nord ovest da Tawergha, avrebbero fatto ai loro vicini lo avrebbero fatto anche i ribelli di Zintan nei confronti delle città popolate dalla tribù dei Mashashya, accusata di lealismo nei confronti di Gheddafi e di complicità con le violenze del suo esercito.

Le storie di Tawergha e delle città Mashashya dei monti Nafousa a ovest di Tripoli, come Riyayna, sono molto simili tra di loro: teatro della complicità con i lealisti, che lì installarono le loro basi durante l’assedio delle due roccaforti ribelli di Zintan e Misurata, quando l’evoluzione del conflitto portò i soldati ad allontanarsi verso posizioni più favorevoli, i guerriglieri vollero cancellare tali città dalla faccia della terra e ora queste sono labirinti di vie deserte, di moschee dove nessuno prega più, di appartamenti bruciati, di carcasse di automobili carbonizzate.

Case e una moschea nella città di ‘Awynya, monti Nafousa. La scritta recita “area militare a ingresso limitato”. 2 maggio 2013. (Amnesty International)

Nel panorama aspro e roccioso dei monti Nafousa di tanto in tanto spuntano cartelli in cui una scritta spray in lingua araba avverte che la zona indicata è di interesse militare e ne è vietato l’ingresso. Non è per forza vero, è solo che in quelle case e in quelle moschee nessuno, almeno in teoria, deve più metterci piede.

Nel caso di Tawergha, però, le cose si complicano, perché la città ha sempre avuto la particolarità di essere abitata dai discendenti degli schiavi neri rapiti dalle zone subsahariane e venduti alle famiglie più ricche di Misurata. Finita la schiavitù, i rapporti economici erano rimasti e molti cittadini di Tawergha avevano continuato a lavorare nella vicina e ricca città portuale.

Durante il conflitto del 2011 i soldati lealisti utilizzarono Tawergha come base per il loro assedio alla città di Misurata, durato da marzo a maggio, che tuttavia non riuscì mai a concretizzarsi oltre la temporanea conquista di alcuni distretti meridionali e che costò alla città ribelle vittime e sacrifici tali da assicurarsi il nome di «città martire» di Libia. Durante l’assedio i ribelli accusarono l’esercito lealista di stupri e violenze di massa delle quali, riferisce Amnesty, non sono state ritrovate prove concrete. In particolare furono notati nell’esercito alcuni mercenari di pelle nera, non arabi, e da lì a rendere indissolubile il legame tra abitante di Tawergha e lealista mercenario autore di violenze sui civili il passo fu breve.

Appartamenti abbandonati a Tawergha portano ancora i segni della violenza. Febbraio 2012. (Amnesty International)

Nell’agosto 2011 le milizie misuratine, tra le più forti e rodate che la guerra abbia prodotto, attaccarono Tawergha, rendendola lo spettro che è ancora oggi e costringendo i suoi abitanti a fuggire. Scapparono principalmente, ma non solo, in tre direzioni: Bengasi, la città dove i ribelli avevano già vinto, Tripoli, la capitale ancora per poco lealista, Sebha, la roccaforte lealista nella deserta regione meridionale del Fezzan. L’attuale Consiglio di Tawergha parla rispettivamente di 18.000, 13.000 e 7.000 persone che vivono in spazi appositi di queste città, senza la possibilità di tornare indietro. Quando un centinaio di abitanti ci provarono, nel giugno 2013, partendo in due convogli separati da Bengasi e da Sebha, vennero fermati all’altezza di Ajdabya e Jufra perché mettessero da parte i loro propositi di rientro pacifico: a Misurata c’erano state delle proteste e avevano fatto sapere che l’accoglienza riservata loro non sarebbe stata altrettanto pacifica.

Fotografie e video sui campi profughi che accolgono gli abitanti di Tawergha sono disponibili in rete così come nelle pagine dello stesso rapporto di Amnesty International e condividono lo squallore di qualsiasi campo che raccolga profughi in giro per il mondo: baracche di lamiere ondulate, bambini nella polvere che posano accanto a una pozzanghera di acqua salmastra su cui galleggiano bottiglie bianche e vuote di plastica inutile.

Disegno del passaporto di “Returnee Tawarghi”, nato a Tawergha il 12 agosto 2011. E’ il simbolo di tutti gli abitanti che in quella data hanno dovuto abbandonare la propria città. Campo di Janzour, Tripoli, 17 aprile 2013. (Amnesty International)

Ciò che più disturba chi vive in questa situazione sono le violenze quotidiane di una vita crudele. Miliziani armati si presentano ad ogni ora del giorno e della notte, sparano colpi in aria e sequestrano persone che, in molti casi, non compariranno più o compariranno solo da morti; i catturati diventano detenuti di una delle molte prigioni regolari e irregolari del paese senza che spesso siano mai sottoposti a un vero interrogatorio che ne accerti le responsabilità e le cause della detenzione. Inoltre c’è la burocrazia, che per i Tawergha diventa una nuova prigione invisibile fatta di procedure e di sportelli cui ci si dovrebbe rivolgere in città, ma in cui è meglio non si metta piede, fatta di assensi negati senza motivo apparente, di sostentamenti economici prima promessi, poi elargiti e infine revocati senza spiegazioni. C’è chi ad Amnesty dichiara che il solo motivo per cui un sostentamento è stato negato o un’iscrizione universitaria non accettata è l’appartenenza alla città di Tawergha e quindi l’essere considerati dei lealisti, un latente razzismo verso i neri di Tawergha.

Quando, in un cimitero di Misurata, la moglie di Jubeir Mohammad Jubeir Ishtiwi ebbe la fortuna tutt’altro che comune di ritrovare la tomba del marito, si affettò a farne un secondo riconoscimento fotografico: la speranza era vedersi riconosciuta la morte del congiunto e quindi di ricevere il compenso che il governo si era impegnato a dare ai parenti di tutti i morti della guerra del 2011.

Ma nulla di tutto questo è ancora accaduto.