Nella fotografia, la risposta: intervista a Mattia Cacciatori
di Chiara Gagliardi

Mattia Cacciatori
Mattia Cacciatori ha scelto di dedicare la sua vita alla fotografia: una strada non semplice da seguire per un ragazzo di 25 anni, a maggior ragione se il proprio lavoro porta a stretto contatto con le zone di guerra. Dopo essere stato a Gaza, Mattia è ora in partenza per Istanbul, a cercare nelle immagini la risposta alle mille domande che accompagnano ogni ricerca. In questa intervista, il giovane fotografo parla della sua storia, del suo percorso e delle motivazioni che lo spingono a non smettere mai di cercare.
Come hai deciso che la fotografia era la tua strada? Cos’è che ti ha spinto a voler intraprendere questo percorso?
Ho preso in mano la macchinetta per la prima volta all’età di dieci, dodici anni; a quattordici ho cominciato a sviluppare questa passione. L’amore per la fotografia è derivato da mio padre, che mi lasciava fare quanti scatti volevo, senza paura che consumassi il rullino e senza mai dirmi: «Basta, fermati che costa troppo». Questo è il punto di partenza: successivamente ho imparato la tecnica, cosa fare e cosa non fare quando si ha in mano una macchinetta, e ho deciso di convertire la mia passione in qualcosa che potesse darmi di che vivere. All’università ho studiato Cooperazione per lo Sviluppo, che mi ha portato in contatto con persone provenienti da tutto il mondo e mi ha avvicinato a una realtà che non era quella europea: mi sono detto che la fotografia doveva essere un mezzo per raccontarmi e per raccontare quello che vedo, quindi essere una ricerca sia dal punto di vista personale, sia per comprendere meglio quello che avevo davanti. Nel concreto, l’ultimo anno di università ho cominciato a lavorare per uno studio di Firenze: ho dovuto fare un po’ la spola fra Padova e Firenze, ma questo studio mi ha dato l’opportunità di fare esperienza e un po’ di denaro per sopravvivere. Vivevo là e facevo reportage sociali, oppure di matrimoni ed eventi: da quel periodo ho deciso che doveva essere il mio lavoro. Le prime soddisfazioni sono state forti, perché mi hanno dato la possibilità di dire: «Adesso sono un fotografo». L’ultimo lavoro, a Gaza, ha confermato la mia ipotesi: lì mi sono sentito un fotografo per la prima volta, e mi sono sentito anche un reporter, che è qualcosa di ancora diverso. Non si vede solo la macchina fotografica, si vede anche quello che sta intorno: la ricerca personale sul mondo che mi circonda mi aiuta ad avvicinarlo, comprenderlo, masticarlo, rigettarlo e capirlo nuovamente. Quando faccio foto tento sempre di vivere il posto che fotografo.
Dato che tu sei molto giovane, che difficoltà hai trovato nell’intraprendere il tuo lavoro di fotografo? Ti è mai capitato di trovare qualcuno che ti dicesse: «Non lo so, è difficile, ce la fanno in pochi, ti conviene smettere»?
Certo. Ora non lo fanno più, perché hanno capito che vivo di fotografia, ma all’inizio i miei genitori hanno espresso delle perplessità. Si chiedevano se la fotografia per me fosse una passione o un lavoro: ma quando hanno visto i miei primi lavori, hanno capito che poteva esserci del potenziale e mi hanno sostenuto. I problemi che trovo ogni giorno non derivano dal mondo esterno, perché spesso il mondo esterno non sa cos’è il fotogiornalismo oggi: invece, quando ci si scontra con le agenzie, le testate, i photo editor che ti dicono che non ci sono più soldi da investire, è difficile. Mi hanno detto di inventarmi un mio modo di fare fotografia: è quello che mi aiuta a tirare avanti. La difficoltà più grande è la mattina, quando apro il portafoglio e mi chiedo come farò a guadagnare quei trenta euro che mi consentiranno di sopravvivere per la giornata e di pagare l’affitto. Quello è un problema reale che riscontro: bisogna trovare il proprio modo per andare avanti, dall’organizzare una mostra al fare un servizio fotografico che poi si può vendere a un giornale. Purtroppo non è assolutamente automatico.
E la tua prima esperienza nello studio di Firenze? Come sei riuscito ad inserirti nell’ambiente, nonostante le difficoltà?

Una foto da “With my own two hands” (Tanzania, 2010). Reportage di Mattia Cacciatori
Lo studio di Firenze è stato, come si suol dire, un colpo di fortuna. Ho conosciuto questo fotografo in Mongolia: dopo un anno ci siamo risentiti e mi ha detto di mostrargli il mio portfolio e alcuni scatti. L’ho indirizzato sul mio sito Internet, e lui mi ha detto di scendere a Firenze per un’estate per vedere come lavoravano. Ho passato tre mesi da loro, imparando il mestiere ma lavorando gratis, finché non mi hanno detto di tornare a gennaio. Mi mancava ancora un anno per finire l’università: ho deciso di sacrificare la mia vita sociale e di affidarmi a lui per portare avanti la mia passione e contemporaneamente terminare gli studi. Dopo quel periodo, lo studio di Firenze mi ha assunto e mi ha permesso di aprire una sede staccata a Verona: lavoriamo ancora insieme e lavoriamo abbastanza bene, però è un «day by day» importante. Non posso staccare, non posso dormire troppo, devo essere sempre operativo. Ci sono dei sacrifici che ognuno di noi deve fare, dal giornalista, al fotografo, al pizzaiolo… Se ci credi perché ami il tuo lavoro, vai avanti: se non ci credi, è dura. Ognuno comunque deve essere promotore del proprio lavoro, e dobbiamo essere noi giovani a dire al mercato cosa è bene e cosa è male: è sbagliato che a decidere la legge del mercato sia chi non sa fare. È dura, ma i modi per scrivere la propria strada ci sono. Noi giovani purtroppo siamo abituati ad avere tutto subito: e invece ci vogliono dedizione e una lunga gavetta. In questo mondo di squali bisogna lottare: se si sa di valere, bisogna sputare sangue per dimostrarlo. Non è giusto sorpassare, ma è giusto correre, e poi ci pensa la selezione naturale. Ci vuole però tanto tempo.
Perché hai deciso di diventare fotografo di guerra? Quando viaggi, ti viene mai il pensiero che potresti non tornare?
Quando viaggio, so benissimo che andrò in zone di guerra, ma non devo pensarci perché altrimenti non metterei il naso fuori dalla porta di casa. Vado là, faccio il mio lavoro e torno a casa. Il cercare le zone di guerra è un bisogno mio: non lo sapevo ancora, ma sono diventato fotografo per diventare fotografo di guerra. Le foto naturalistiche e i ritratti mi piacciono, ma non sono la mia strada: quando fotografo, voglio cogliere il bene e il male nel medesimo tempo. Nei miei reportage c’è una sottile linea rossa: io cerco appunto quello. O bianco o nero: le tonalità di grigio non mi piacciono. Io vado cercare bene e male nella stessa situazione, e la guerra è il contesto dove questo emerge di più. È lì che vado a cercare, perché è lì che trovo l’uomo; ci sono delle situazioni, ma non solo in guerra, anche nelle manifestazioni, dove nello stesso momento ci sono persone che si picchiano e si aiutano. Ci sono delle situazioni che la guerra ti concede: è come se avessi una necessità. Sono in partenza per Istanbul per questo motivo.
Quando fotografi, cos’è che ti colpisce? Cos’è che fa scattare la molla per trasformare una visione in una fotografia?
Forse è la domanda più difficile! La molla che scatta è che quando parto mi faccio delle domande, e le fotografie sono dei tentativi di risposta. Spesso questa risposta arriva a casa, quando riguardo tutti gli scatti che ho fatto in un giorno. Seleziono dieci scatti che dicono quello che voglio raccontare: è come se scrivessi un libro attraverso le immagini. Ricordo un episodio: in Tanzania, ho fotografato un bambino che mi ha rivolto uno sguardo tristissimo subito dopo aver fatto una faccia molto sorridente. Al momento dell’editing, mi sono trovato in difficoltà perché ho fotografato entrambe le espressioni, e dovevo sceglierne una. Che direzione volevo dare al mio lavoro? Ovviamente in un diverso contesto la scelta sarebbe stata diversa. Prima devo decidere la domanda, poi torno con degli scatti che mi consentono di rendere una situazione, di raccontare a delle persone che non ci sono state cosa ho visto.






