In Cina Django resta in catene: sospese le proiezioni del film di Tarantino
di Chiara Gagliardi
Troppo sangue e troppe scene di nudo: secondo alcune fonti non ufficiali, questo è il verdetto della censura cinese sull’ultimo film di Quentin Tarantino. Django Unchained, da molti considerato il film della maturità del regista statunitense, sta girando il mondo e riscuotendo numerosi successi e plausi, ma non verrà proiettato nelle sale cinesi. Le pellicole del film sono inoltre state ritirate in tutto il paese: la pirateria si è così scatenata, e mentre nei cinema lo schermo resta buio, per le strade di Pechino circolano versioni dvd di Django a poco più di un euro, come riporta Il Fatto Quotidiano.
Pochi giorni fa, la pellicola è stata ritirata in tutta la Cina, ufficialmente per «problemi tecnici». Alcune fonti tuttavia hanno ipotizzato che dietro il rifiuto dell’ultimo film di Tarantino ci possa essere una matrice di stampo etico: Django aveva già subito delle modifiche per alcune scene eccessivamente violente o troppo sanguinose (che, se si vuole, possono essere definite la cifra del regista). A far traboccare il vaso, una scena di nudo integrale maschile, impossibile da eliminare o ritoccare senza alterare eccessivamente la pellicola: per questo il film è stato ritirato. In Cina non sarà possibile seguire le avventure dell’ ex-schiavo Jamie Foxx e del cacciatore di taglie Christoph Waltz, e già i blogger si lamentano della mancata possibilità.
Django Unchained sarebbe stato il primo film di Quentin Tarantino ad essere proiettato sugli schermi cinesi: lo stesso regista vi aveva messo mano per «edulcorare» la pellicola, che pure non è una delle sue opere più violente. Il direttore di Sony Pictures China, Zhang Miao, aveva infatti ritenuto che dovesse essere solo il padre di Django a mettere mano alla pellicola ed a modificarlo, per non alterarne eccessivamente la natura. Questo non è stato però sufficiente a salvare il film dalla censura cinese. Tarantino rimane un regista ancora inedito a Pechino. La discussione è aperta e molto accesa: fino a dove la censura può intervenire, e dove invece la soppressione di una pellicola diventa un attacco al diritto di libera espressione e di informazione?
La censura cinese ed il cinema sono in rotta di collisione da diverso tempo. Vittima dei tagli, ma comunque proiettato, è stato anche Cloud Atlas dei fratelli Wachowski. Ha trovato problemi e resistenze anche l’ultimo film con protagonista James Bond, 007 – Skyfall; Ang Lee ha dovuto modificare alcune battute di Vita di Pi per poterlo diffondere a Pechino, dopo aver incontrato una totale chiusura per I segreti di Brokeback Mountain. Andando un po’ indietro nel tempo, anche Avatar venne censurato tre anni fa. I tagli cinesi interessano anche film apparentemente innocui, come Kung Fu Panda 3, ed infuriano non solo sul grande schermo ma anche sul web ed in televisione. Resta da vedere fino a che punto le grandi case cinematografiche saranno disposte a tollerare questa situazione, che mina l’inviolabilità della libertà di espressione: il New York Times riporta le intenzioni di Hollywood di «dare un’anteprima dei film» ai censori cinesi prima di avviarne la distribuzione. La grande casa americana sta anche studiando nuovi metodi per favorire la distribuzione di film internazionali in Asia, ancora molto osteggiata, e per riuscire ad aprire le porte di Pechino, ad esempio attraverso l’inclusione di attori cinesi nel cast. Quelle stesse porte, Quentin Tarantino le ha trovate chiuse: il suo Django non potrà liberarsi in Cina per correre a salvare l’amata, ma rimarrà, almeno per il momento, schiavo e prigioniero di un sistema focalizzato su un codice morale vecchio e che ancora non lascia a tutti il diritto di dire ciò che si pensa. La strada verso la liberazione, sua e di tutti gli altri Django che si sono fermati a Pechino, sembra essere ancora lunga e tortuosa.
@chia0208








