Pubblicato il: Sab, Gen 26th, 2013

È nelle sale «The Master»: il maestro di Anderson è ben accolto, ma non convince

di Chiara Gagliardi

La locandina del film.

Dopo il gran successo riscosso al passato Festival del Cinema di Venezia e la vittoria del Leone d’Argento, dietro al regista coreano Kim Ki-Duk, arriva nelle sale uno dei film più discussi ed attesi del 2013. Tante erano le voci che si erano sparse su The Master, ultima fatica del regista americano Paul Thomas Anderson. Il soggetto e qualche stralcio della trama già si conoscevano prima dell’uscita nei cinema: si sapeva che il film riguardava una setta religiosa, si bisbigliava qualche velato accenno non dichiarato a Scientology, si attendeva il film denuncia destinato a segnare il 2013. Ebbene, chi si aspettava una grande pellicola provocatoria con forti attacchi ai seguaci di Ron Hubbard, rimarrà deluso: The Master è molto più intimistico, e nemmeno così eclatante come era stato preannunciato, con una recitazione decisamente superlativa ma qualche punto debole nella sceneggiatura.

Siamo nel secondo dopoguerra, appena dopo la fine del grande conflitto. Joaquin Phoenix, ottimo protagonista della pellicola, è Freddie Quell, un giovane che dopo aver combattuto non riesce a riabituarsi alla vita normale. Freddie è solo al mondo e si comporta in maniera violenta e rissosa; non riesce a mantenere un posto di lavoro, e passa il tempo distillando potentissimi liquori. Ben presto, in una delle sue sbandate, entra in contatto con Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), carismatico scrittore e leader della Causa, setta religiosa da cui Freddie resta irretito. Il suo rapporto con Dodd, personaggio che per certi versi ricorda il fondatore di Scientology, è la tematica fondamentale delle due ore e mezza di film: nel lavoro di Anderson non c’è condanna, né polemica. Il regista si limita ad indagare nell’animo di Freddie, a mostrare allo spettatore ciò che lo spinge a legarsi alla Causa, ad allontanarsene, a ritornare ancora…

Uno dei confronti fra Freddie (Joaquim Phoenix) e Dodd (Philip Seymour Hoffman).

The Master era già stato ampiamente preannunciato e pubblicizzato, in particolare dopo il successo di Venezia. Notevole è sicuramente la recitazione dei due attori protagonisti. Bravissimo Joaquin Phoenix, attore di solito ingiustamente sottovalutato, che simula una semi-paresi facciale per tutta la durata del film, che si cala nel personaggio di Freddie e lo fa suo a livelli estremi (durante la scena in prigione, la rottura della toilette della cella non era prevista), che spaventa e trascina nel vortice lo spettatore. Magistrale Philip Seymour Hoffman, che incarna alla perfezione il simbolo religioso trascinatore di folle (ma quanto, in fondo?). I due attori hanno infatti vinto, meritatamente, la Coppa Volpi ex aequo per la miglior interpretazione maschile. Purtroppo, la loro recitazione superba non è retta da un’altrettanto soddisfacente sceneggiatura: l’inizio del film è coinvolgente e la fine è fonte di interessanti riflessioni, ma la parte intermedia è un grande vuoto. Dal momento in cui Freddie entra a far parte della Causa, il film si carica di una staticità in certi momenti eccessiva. Molto è lasciato all’interpretazione dello spettatore, forse troppo: l’intreccio narrativo c’è, ma è appena delineato, in favore del grande spazio lasciato ai due personaggi principali. La figura di Mary Sue Dodd (Amy Adams), seconda giovane moglie di Lancaster, viene evidenziata poco, anche se in maniera determinante: un suo sviluppo maggiore sarebbe stato sicuramente interessante. È lei, in realtà, a tirare le fila di tutta la setta? Paul Thomas Anderson ci induce a sospettarlo, ma non ci lascia elementi sufficienti per capirlo. La traduzione dall’inglese all’italiano è stata un po’ impoverita: mentre nella pellicola tradotta Phoenix si rivolge a Hoffman con l’appellativo «maestro», in inglese Lancaster Dodd è sempre «the Master», «il maestro». Un articolo in grado di fare tutta la differenza.

Il finale è emblematico e riassume il significato di tutto il film: «Se riesci a trovare un modo per vivere senza seguire un maestro, qualsiasi maestro, fai in modo che tutti noi lo sappiamo, perché saresti il primo nella storia del mondo», dice Lancaster Dodd a uno spaurito Freddie nell’ultima scena. In conclusione, personaggi interessanti, ottima recitazione, diversi spunti di riflessione: quello di Anderson poteva essere veramente un lavoro storico e sopra le righe. Peccato per la nebulosità della parte centrale, l’eccessiva lunghezza del film, il poco rilievo dato a personaggi altrimenti significativi, che deludono e vanificano un po’ l’ottima nomea di The Master: lavoro intrigante, ma un po’ sopravvalutato.