Pubblicato il: Sab, Nov 24th, 2012

Ken Loach e la grande rinuncia: al Torino Film Festival non ci sarà

di Chiara Gagliardi

Il regista Ken Loach.

Una lettera inaspettata cambia il volto del Torino Film Festival 2012. Sembrava che le carte fossero già state scoperte, che ogni risorsa fosse in tavola: il Gran Premio Torino di quest’anno andava a Ken Loach. Ma l’affermato regista ha immediatamente ribaltato ogni prospettiva, annunciando il suo forfait con una lunga lettera: non ritirerà il riconoscimento, spiega, come atto di protesta per i diritti dei lavoratori del Museo del Cinema.

Ken Loach, nell’esternare le sue ragioni, fa riferimento alla lunga storia della sua opera cinematografica: figlio di operai, ha dedicato quasi tutte le pellicole al mondo del lavoro ed ai suoi diritti. Basta ricordare My name is Joe (1998), la storia di un disoccupato costretto ad accettare degli impieghi non proprio legali per mantenere la famiglia, Bread and Roses (2000), che narra di una donna assunta da un’impresa di pulizie e costretta a lavorare in condizioni disagevoli, e Piovono pietre (1993), dove un uomo senza mestiere cade nelle mani di un usuraio. Ed è proprio questa la motivazione più forte della sua rinuncia: «Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni».

Il regista si schiera, in tutto e per tutto, dalla parte degli impiegati del Museo del Cinema di Torino: il fulcro della questione è l’abbassamento ulteriore del salario. Ken Loach parla dei lavoratori della cooperativa Rear, che da dodici anni si occupano delle pulizie e del servizio di sicurezza del Museo. Il regista spiega di licenziamenti e continue vessazioni, di salari bassi e di una realtà di sfruttamento e precarietà, schierandosi direttamente al fianco di coloro che in questo momento si trovano in una pessima situazione. «Diverse persone sono state licenziate» scrive ancora Loach «I lavoratori più malpagati, quelli più vulnerabili, hanno quindi perso il posto di lavoro per essersi opposti a un taglio salariale. (…) In questa situazione, l’organizzazione che appalta i servizi non può chiudere gli occhi, ma deve assumersi la responsabilità delle persone che lavorano per lei, anche se queste sono impiegate da una ditta esterna. Mi aspetterei che il Museo, in questo caso, dialogasse con i lavoratori e i loro sindacati, garantisse la riassunzione dei lavoratori licenziati e ripensasse la propria politica di esternalizzazione. Non è giusto che i più poveri debbano pagare il prezzo di una crisi economica di cui non sono responsabili».

La decisa azione del regista ha immediatamente suscitato un grande clamore: ha subito dato una risposta alle pesanti affermazioni Alberto Barbera, direttore del Museo del Cinema e del Festival di Venezia: «Mi dispiace che Ken Loach non sia venuto, forse è stato informato male. Gli ho fornito personalmente tutti gli strumenti per capire che stava prendendo una cantonata. Noi non centriamo nulla con le questioni salariali della Rear». Ettore Scola, vincitore anch’esso del Premio, prende le distanze dal gesto di Loach. Massimo Gramellini, vicedirettore de La Stampa, commenta il gesto del regista in un lungo editoriale: il giornalista si chiede se sarebbe stato più efficace ritirare il premio e denunciare dal palco la situazione dei dipendenti della cooperativa. I lavoratori della Rear e l’USB (Unione Sindacale di Base) ringraziano invece Ken Loach, e fanno sapere di essere completamente disponibili a spiegare le ragioni del regista e la delicata situazione dal punto di vista giudiziario.

È difficile addentrarsi in una qualsiasi spiegazione di questa vicenda se non si è immersi nell’argomento e non si conoscono tutti i risvolti; sicuro è che il gesto di Loach e la sua pesante coerenza hanno lasciato il segno. Coerenza, perché il non accettare il premio trova le radici nella sua storia e nei suoi film; pesante, perché è un’azione che può facilmente essere distorta e fraintesa. Ad esempio, in tutta questa storia è giusto associare Torino Film Festival e Museo del Cinema, o nel polverone si rischia di colpire il bersaglio sbagliato e confondere due enti separati? Certo è che la situazione dei dipendenti ed ex dipendenti della Rear dovrà essere chiarita nei prossimi giorni: saranno i fatti stessi a dare ragione o meno a Ken Loach. Sicuramente, in questo modo, il regista ha sollevato l’attenzione su una questione delicata, raggiungendo il proprio obiettivo. E diventando, questa volta nella vita reale, un esempio dell’atmosfera che pervade i suoi film: ricca di un idealismo che trova un appiglio per manifestarsi. In una battaglia politica, in un gesto di solidarietà, talvolta anche in un rifiuto.