Uno sguardo su Sant’Arcangelo dei Teatri 2012: esiste ancora un teatro che sia provocatorio?
di Chiara Tripaldi
La 42.ma edizione di Sant’Arcangelo dei Teatri si è conclusa domenica scorsa 22 luglio, dopo 10 giorni full immersion di spettacoli presentati dalle migliori compagnie di teatri di ricerca del mondo.
Comune denominatore dell’edizione 2012 è l’interfacciarsi continuo dell’attore con il pubblico: gli spettatori sono più volte chiamati a diventare protagonisti delle pìece. Molti sono gli spettacoli in cui i registi hanno scelto di selezionare uomini e donne comuni, spesso provenienti proprio da Sant’Arcangelo e dall’entroterra romagnolo, per portarli in scena come attori professionisti, per sfruttare la loro espressività ingenua, svincolata dalle tecniche recitative.
E’ questo il teatro di ricerca contemporaneo? E’ questa l’unica vera provocazione che può essere messa in atto dal teatro?
La risposta sembra essere affermativa: sul palcoscenico abbiamo visto nudità, simulazione di rapporti sessuali, autolesionismo. Dalla fondazione del Living Theatre nel 1947 fino all’avanguardia degli anni ’70, il teatro di ricerca ha rotto tutti gli schemi possibili.
“Ads”- abbreviazione di advertisment, pubblicità- è lo spettacolo che più incarna il concetto di ricerca proposto dal Festival: Richard Maxwell con la sua compagnia New York City Players porta in scena trenta uomini e donne comuni, chiamati a raccontarsi davanti al pubblico della cittadina romagnola, rispondendo a due semplici ma essenziali domande “in cosa credi?” e “cos’è più importante per te?”.
Un’umanità variegata e straordinaria sfila sul palco parlando delle proprie più intime convinzioni, dall’amore per un compagno o per i figli alla salvaguardia dell’ambiente fino al racconto dell’uomo che inventò il Museo del bottone di Sant’Arcangelo, unico al mondo, il cui orgoglio genuino per la propria invenzione conquista e diverte particolarmente gli spettatori. Ads è frutto di un progetto che dal 2010 coinvolge spettatori di moltissime città del mondo, che per una sera mettono in scena se stessi e la loro vita, mescolando realtà e finzione.
Le vicende personali di un gruppo di donne sono protagoniste di “Schubladen” -cassetti- ma questa volta, i “cassetti” della memoria intima si intrecciano con la memoria Storica, quella della Guerra Fredda, quella dei due mondi spaccati a metà dal Muro di Berlino. Le sei attrici del collettivo berlinese She She Pop- per la prima volta in Italia- attraverso lettere, articoli di giornale, libri e dischi contenuti nei cassetti del titolo collocati sul boccascena danno forma alla memoria della loro infanzia e adolescenza. Disinibite sessualmente ma inquadrate dalla rigida disciplina del Partito le donne dell’Est, condizionate da un’educazione borghese ma più lievi e frivole le donne dell’Ovest: l’universo femminile si fa narratore della biografia di un’intera epoca storica. Queste due piece sembrano dimostrare che la trasgressione del teatro di oggi è aprire il palcoscenico alla realtà, alla Storia e alle storie comuni, perché, parafrasando Shakespeare, tutto il mondo è un palcoscenico e noi ne siamo gli attori.











