Turchia: record mondiale di giornalisti in carcere
di Riccardo Venturi
La Turchia è il paese al mondo con più giornalisti in carcere, per la precisione ben 49. Lo dice un rapporto del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), una ONG che si occupa di far luce a livello internazionale sulla censura e soprattutto sulle difficoltà e sulle minacce che mettono in pericolo i giornalisti.
Dopo la Turchia seguono, nell’inedita classifica, Iran, Cina, Siria ed Eritrea. Il risultato del rapporto potrebbe apparire sorprendente, pensando alla Turchia come un paese che ha formalmente avviato – e per anni perseguito attivamente a colpi di riforme democratiche – il processo di adesione all’Unione Europea. Eppure quella della libertà di stampa è una nota dolente, uno dei massimi ostacoli per l’ingresso di Ankara in Europa.
Il direttore del CPJ, Joel Simon, analizzando il quadro che viene fuori dal rapporto, va oltre il semplice dato numerico ed esprime preoccupazione sotto ogni aspetto: “viviamo in un’epoca in cui le accuse di atti contro lo stato, o di terrorismo, sono diventati i mezzi preferiti dai governi per mettere in carcere i giornalisti”. La gravità delle accuse in certi paesi è assoluta e questo serve anche a mettere sotto pressione la stampa. Addirittura in Siria, dove la situazione dei diritti umani è disastrosa per via della guerra civile, si calcola che la maggior parte dei giornalisti arrestati non abbia neanche un capo di imputazione.
In Turchia si è registrato un deciso peggioramento della situazione negli ultimi anni. Secondo il CPJ, sono state usate con frequenza le leggi antiterrorismo come pretesto per silenziare le critiche ed intimidire la stampa. Infatti nel rapporto si può leggere che, dei 49 giornalisti in prigione, più della metà sono detenuti “in diretto rapporto con i lavori pubblicati o con la loro attività di ricerca di informazioni”. Anche per quanto riguarda gli altri giornalisti, le singole situazioni sono ancora da chiarire.
L’accusa più frequentemente avanzata è quella di “appartenenza ad organizzazioni terroristiche”, che in pratica consisterebbe nell’avere legami diretti con il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, protagonista di una violenta lotta per l’indipendenza. I giornalisti spesso vengono anche accusati di portare avanti trame contro lo Stato.
Il grande aumento di arresti nei confronti di giornalisti – che ha portato la Turchia in cima a questa speciale graduatoria – è coinciso anche con un cambio della strategia politica del governo. Erdoğan viene additato dall’opposizione interna e da varie istanze internazionali come colui che starebbe destrutturando lo stato laico, seguendo un percorso ben diverso da quello richiesto per adeguarsi all’acquis comunitario; il Primo Ministro starebbe portando avanti un’agenda di islamizzazione graduale che dovrebbe essere messa in pratica grazie ad una riforma presidenzialista.
Tra i vari timori dell’opposizione kemalista, oltre all’Islam politico ed all’emulazione di Putin, vi è anche quello dell’abbandono del percorso riformista. Una vera e propria inversione a 180°, considerando i primi anni di governo del partito islamista moderato. Inizialmente Erdoğan si muoveva con grandissima cautela per non indispettire le organizzazioni internazionali e, di riflesso, l’Europa. Erano state concesse aperture al dialogo sulla questione curda ed Ankara era fermamente indirizzata verso una sempre maggiore democratizzazione. Il riuscire a coniugare le istanze islamiste, la tradizione laica e l’apertura all’Europa ed alle riforme ha garantito all’AKP un consenso maggioritario, grazie al quale ha potuto dominare la vita politica turca in questi ultimi dieci anni.
Eppure, ad oggi, la diffidenza e l’evidente reticenza da parte Europea hanno consentito alla Turchia di guardare altrove e le hanno fatto cambiare direzione strategica. Il retaggio ottomano non è mai definitivamente scomparso ed Erdoğan ha saputo sfruttare questo sentimento latente, grazie alla lucidità strategica del ministro degli esteri Davutoğlu. Con l’irredentismo di ritorno e con il nuovo protagonismo turco sullo scenario politico internazionale, il primo ministro si è dotato degli strumenti per poter agire, appoggiato da un grande consenso popolare, sulle questioni più spinose.
I giornalisti sono stati i primi a dover fare i conti con questa nuova impronta politica della Turchia, contrassegnata appunto da grande protagonismo, ma anche da un ripiegamento interno nel campo dei diritti civili.
Inoltre, molti temi rimangono tabù in qualsiasi modo vengano affrontati. Sono noti i casi di scrittori turchi che sono stati minacciati, processati o costretti a lasciare il paese per vari motivi. Il premio Nobel per la letteratura Ohran Pamuk, nel 2005 venne incriminato per una frase pronunciata durante un’intervista ad un settimanale svizzero: “in questo Paese sono stati uccisi 30000 curdi ed un milione di armeni, e quasi nessuno osa ricordarlo: allora lo faccio io”. Quella di Pamuk per il codice penale turco è più di una semplice frase, in quanto viola l’articolo 301 che punisce le “offese alla turchicità”. Nonostante i tanti progressi nel campo dei diritti, quest’articolo, seppure emendato in modo da non poter essere perseguiti legalmente senza il via libera del Ministero della Giustizia, è tutt’ora in vigore. Il suo mantenimento nel codice penale fa capire quanto sia difficile affrontare liberamente certi argomenti in Turchia. Pamuk fu scagionato, ma ricevette numerose minacce e buona parte dell’opinione pubblica (e della stessa stampa) si scagliò contro di lui. Anche la scrittrice Elif Şafak fu incriminata per una frase sul genocidio armeno di un suo romanzo. La scrittrice stessa ha dichiarato che nel paese ci sono gruppi di avvocati di ispirazione nazionalista – altri di ispirazione islamista – che hanno come preciso scopo quello di bloccare il percorso riformista della Turchia verso l’Europa.
La Turchia è una potenza in cerca di stabilità democratica. I diritti civili, tra i quali la libertà di stampa, sono il nodo più grande che dovrà essere affrontato dal paese nel presente e nel futuro prossimo per rimanere agganciato all’Europa. I progressi conseguiti fino ad ora sono notevoli, ma non sono finiti.







