Populismi in Europa: la sfida del multiculturalismo riparte dalle seconde generazioni di immigrati
di Riccardo Venturi

Geert Wilders
I segnali c’erano già da tempo, ma la cronologia degli ultimi eventi politici in Europa non lascia dubbi: l’ascesa dell’antislamista Geert Wilders nella tollerantissima Olanda, il grande risultato del partito di ultradestra populista dei “Veri Finlandesi” nelle elezioni politiche di quest’anno e anche la nascita di molte formazioni politiche nazionaliste meno note, tra cui il “Die Freiheit” tedesco, sono eventi che indicano la crescita dei populismi di destra nel Vecchio Continente.
In quest’ottica non meno significativa è l’efferata strage di Oslo, avvenuta a luglio. Breivik stesso, l’autore degli attentati di Utoya, dichiarò la matrice antimulticulturalista del suo gesto. Un episodio tragico, isolato, ma che rappresenta un chiaro campanello d’allarme che va ben oltre i confini norvegesi.
In un momento storico di profonda crisi economica e di diffuse incertezze, in molti paesi è sempre maggiore la parte di elettorato che riconosce negli slogan di tali partiti e nei loro personaggi politici la voce delle proprie paure e delle proprie ansie. È infatti sempre più diffusa la convinzione del fallimento di un modello, quello sociale, politico ed economico occidentale, che presenta effettivi segni di destrutturazione. L’opinione pubblica del terzo millennio è meno fiduciosa e più diffidente: non si fanno sconti; la crisi dell’intero mondo euratlantico e non solo, mette in discussione quelli che sono considerati i suoi capisaldi moderni, fra cui il multiculturalismo delle nostre società.
Eppure, si sa, l’Europa ha conosciuto un’evoluzione storica e politica peculiare che la rende differente rispetto ad altri grandi realtà di più giovane formazione che hanno imperniato il proprio sviluppo intorno al concetto stesso di multiculturalismo. Gli Stati Uniti ne sono il classico esempio, essendo considerati il modello per eccellenza del “melting pot”. Canada prima, Australia ed altri paesi anglosassoni poi, hanno provato a seguire le orme americane con discreto successo. In queste nazioni ricche di risorse naturali, di grandissima estensione e lontane dai nodi strategici dell’emigrazione mondiale, al giorno d’oggi si può parlare di una certa affermazione del modello multiculturale, seppur con eccezioni geograficamente circoscritte.
Nel nostro continente invece tutto fa pensare ad una non definitiva consacrazione dell’idea di società aperta. Le politiche progressiste di fine ventesimo secolo hanno provato a riprodurre le istanze di integrazione di altri paesi extra-europei ma, pur ottenendo risultati concreti, nella maggior parte dei casi sono state rigettate come veri e propri corpi estranei non appartenenti alla tradizione storica di paesi che, fino a qualche decennio fa (e nel caso balcanico solo fino a quindici anni fa) hanno sempre portato avanti conflitti a causa di confini contesi, di minoranze religiose, etniche e linguistiche e di difficili coesistenze fra differenti culture ed abitudini.
I paesi nord europei di grande tradizione liberale hanno dovuto fare i conti con un fenomeno recente che ha generato molte più ansie rispetto ai movimenti migratori del secondo dopoguerra che avevano come protagonisti degli stranieri, ma pur sempre europei: è il fenomeno della massiccia immigrazione extraeuropea e soprattutto musulmana. Gli episodi di memoria comune, come quello dell’undici settembre o quelli delle bombe di Madrid e Londra, hanno innescato la paura di quei “vicini” che molti occidentali europei sentono “troppo vicini” e prevaricanti dei diritti e delle specifiche tradizioni locali. La fobia collettiva, cavalcata con successo dai noti populismi anzidetti, innestata sulla realtà politica e sociale europea, induce all’identificazione parallela del fenomeno migratorio musulmano con quello dell’islamismo estremo e fondamentalista, concetto sottolineato induttivamente spesso e volentieri anche dai media; ed è proprio quella consistente maggioranza di moderati, esclusa e “dimenticata” anche a livello pubblico, che negli ultimi anni ha rappresentato uno dei nodi del possibile fallimento del progetto multiculturale europeo. Il boom demografico dei paesi nordafricani, la diminuzione del tasso di natalità nei paesi europei, la povertà endemica e la recente crisi politica generale del Nord Africa, la disponibilità a svolgere lavori considerati inappetibili e il costo molto minore dei lavoratori immigrati, sono solo alcuni dei fattori interni ed esterni che hanno portato ad un’importante spinta migratoria dai paesi del Maghreb e soprattutto ad un’ampia domanda di immigrati in determinati settori lavorativi europei.
Il multiculturalismo è dunque in crisi, ma le basi per una ripresa di questo progetto, lungi dall’essere fallito, esistono; sono basi forti e necessarie per il progresso interno delle società e per il superamento delle difficoltà politiche europee. Quei paesi di ormai grande tradizione relativista come il Regno Unito, l’Olanda, la Francia, la Germania, il Belgio o i paesi scandinavi, seppur con errori sfociati nella mancata integrazione e nella ghettizzazione di alcuni gruppi etnici e religiosi, possono sfruttare l’apporto delle seconde generazioni di immigrati che, anche se facenti parte di minoranze chiuse o conservatrici, in molti casi non possono non fronteggiare de facto la loro presenza nelle società locali: programmi scolastici ed educativi, attività culturali e ricreative, o soprattutto, come già detto, la semplice possibilità/necessità di confrontarsi costruttivamente e partecipare a quella che è la vita quotidiana europea e la necessità concreta del rispetto del diritto e della laicità dello stato, sono i mezzi attraverso i quali si possono sanare fin dalla nascita delle seconde e terze generazioni di immigrati alcune forti fratture sociali. È un importante passo in avanti per il superamento delle banlieues e degli slums.
Non si tratterebbe affatto di un’imposizione culturale, ma di un input per l’accettazione e la condivisione dei valori di base delle democrazie liberali europee e per una più che possibile doppia autodeterminazione sia a livello sociale/politico che a livello tradizionale/culturale delle minoranze. Si tratterebbe di quell’integrazione che i governi si sono fatti sfuggire perseguendo politiche sbagliate o impostate sulla semplice tolleranza che, da sola, non basta.






