Turchia, Erdoğan: “ripristiniamo la pena di morte”. Addio all’Europa?
di Riccardo Venturi
Un ritorno al passato. Dopo anni di dibattiti, la Turchia sembra guardare avanti ed allo stesso tempo indietro, lasciandosi alle spalle la boutade europea. Erdoğan, primo ministro da ormai nove anni, nel corso dei suoi mandati ha gradualmente cambiato posizione ed atteggiamento. L’allontanamento di Ankara da Bruxelles è sottolineato dalle sue ultime dichiarazioni, che rischiano di porre un punto definitivo alle discussioni sull’allargamento dell’UE alla Turchia. Erdoğan vuole ripristinare la pena di morte. Abolita nel 2004 da un suo governo proprio per far fronte a quelle richieste di democratizzazione e di riforme provenienti dall’Unione, la svolta a favore della pena capitale sembra dettata più da motivi di interesse politico che ideologici.
Il CHP però, il partito di opposizione di ispirazione kemalista e quindi secolare, accusa il primo ministro e l’AKP, il suo partito, di perseguire un’agenda di islamizzazione graduale del paese. La pena di morte sarebbe solamente di uno dei punti volti a perseguire questa strategia. Una stretta alla libertà di stampa, l’introduzione della religione nelle scuole pubbliche e persino il velo d’ordinanza delle mogli di Erdoğan e del Presidente della Repubblica Gül, sarebbero tutti segnali da interpretare in tal senso. Atatürk, da quando l’AKP è al governo, sembra non essere più intoccabile. I militari, la giustizia e il sistema educativo sono universalmente riconosciuti come i guardiani dell’ideologia laica kemalista. Le ingerenze militari nella vita politica del paese sono all’ordine del giorno e la Repubblica Turca, così come era stata pensata dal suo fondatore nel 1923, sembra poggiare su fondamenta impossibili da mettere in discussione. Unità, repubblica e laicità. Eppure, secondo il CHP, quasi dieci anni di governo Erdoğan hanno portato al graduale inserimento di figure chiave vicine all’AKP nelle più alte sfere militari e giuridiche turche, tanto da considerare la democrazia e la natura laica del paese in serio pericolo. In particolare, un processo per tentato golpe nel 2003 che ha visto la recente condanna di ben trecentoventidue ufficiali delle forze armate, è visto dall’opposizione come la prova della volontà dell’AKP di ritagliarsi lo spazio politico necessario per avere campo libero ed attuare l’agenda di islamizzazione. I militari per la prima volta sarebbero quasi fuori gioco.
Nell’AKP si minimizzano queste preoccupazioni, assicurando che i provvedimenti e i processi hanno come scopo la stabilizzazione politica e la sicurezza del paese.
Sicurezza che implicitamente pone al centro del dibattito politico la latente questione curda. In questi ultimi giorni, Erdoğan ha più che mai fatto leva sul sentimento popolare ed ha messo al centro delle priorità del paese il ripristino della pena capitale. “Lo Stato non può perdonare un assassino. Solo la famiglia della vittima può farlo”. Un concetto che rimanda all’Islam politico. La maggior parte della popolazione turca è a favore e il primo ministro turco ha deciso di giocarsi questa carta in un momento delicato; infatti la difficile gestione dell’escalation di tensioni con la Siria non è piaciuta all’opinione pubblica e si inizia a far sentire il malcontento, specie nelle aree di frontiera. Erdoğan sa che la pancia anatolica del paese è ancora dalla sua parte, ma non può scherzare con il fuoco di una guerra che non vuole nessuno. Ecco spiegato il ricorso ad un tema così sentito in un momento in cui l’attualità propone ben altre questioni.
Ma c’è di più. Erdoğan ha lanciato un preciso segnale dicendo che “anche in Russia, Giappone, Cina e Stati Uniti la pena di morte è in vigore” e che “non c’è solo l’Unione Europea al mondo”. Il Bosforo appare sempre più largo e l’Europa sempre più lontana. Il primo ministro sa che negli anni l’opinione dei turchi sull’adesione è cambiata. La reticenza e la poca trasparenza mostrata dai vertici intergovernativi europei ha trasformato il diffuso sentimento europeista in un’indifferenza che in molti casi è sfociata in una profonda delusione. La Turchia è in crescita, l’Unione Europea è in crisi non solo economica, ma anche identitaria. Erdoğan può spendersi bene la riuscita delle riforme economiche che hanno portato la Turchia ad essere entrata nel novero delle potenze in ascesa. La tigre anatolica sembra aver perso Bruxelles come stella polare ed ha un centro di gravità politico ampio, tanto che si è iniziato a parlare di “neo-ottomanesimo”. L’Occidente non è visto più come un punto di arrivo e come un obbligo quasi morale, ma solo come una delle sfaccettature dell’identità di un paese che si trova a cavallo di due continenti.
Erdoğan ha capito come sfruttare a suo vantaggio l’ostilità antiturca di molti paesi europei. All’inizio della sua esperienza, la sua posizione politica sembrava mantenere quella continuità che aveva contraddistinto la Turchia in anni recenti. Adesso l’adesione è un’ipotesi più che lontana. La reintroduzione della pena di morte potrebbe offrire il pretesto ideale e ufficiale per quella parte di Europa che non vuole vedere Ankara all’interno dei suoi confini. L’occasione sembra ghiotta ed il primo ministro sa che, una volta tagliati metaforicamente i ponti, potrà avere margini di manovra interni molto più ampi.
A tal proposito, l’AKP ha di recente proposto una riforma che possa permettere ad Erdoğan di sostituire Gül come presidente della Repubblica nel 2014, mettendo a disposizione del capo dello stato molti più poteri. Queste ambizioni di riforma costituzionale si vanno a scontrare con il veto posto dall’opposizione del CHP, terrorizzato da un processo di “russificazione” del paese. Il partito islamista moderato ha la maggioranza assoluta in parlamento, ma non ha i numeri per una riforma costituzionale. La pena di morte può però venire in soccorso di Erdoğan: non solo il definitivo distacco dall’Unione Europea potrebbe permettere la trasformazione del sistema presidenziale turco, ma si potrebbe aggirare anche l’opposizione parlamentare grazie ad un referendum. Infatti, nonostante i sondaggi indichino che i turchi sono per la maggior parte contrari alla riforma costituzionale proposta dall’AKP, abbinare il referendum sul presidenzialismo al ripristino della pena capitale favorirebbe e darebbe il via libera all’accentramento dei poteri.
L’agenda politica di Erdoğan è discussa e controversa. L’opposizione parla di un’agenda segreta di islamizzazione. Quel che è certo è che Turchia ed Europa appaiono insanabilmente sempre più lontane.








