Pubblicato il: mer, Lug 31st, 2013

Israele e Palestina, accordo di pace possibile entro 9 mesi. L’ottimismo del mediatore Kerry

di Valeria Vellucci

Sono ripresi, lunedi 29 luglio, i colloqui preliminari dei negoziati di pace tra Israele e Palestina. Tra l’ottimismo del Segretario di Stato Americano John Kerry e dello stesso Presidente Obama, è stata Washington a ospitare il team di negoziatori. Già bloccati nel 2010 a causa del rifiuto del governo israeliano di sospendere la costruzione di nuovi insediamenti nella West Bank, i colloqui sono terminati ieri e prevedono un accordo di pace entro 9 mesi.

Il Segretario di Stato Americano John Kerry con Tzipi Levni e Saeb Erekat.

La visita dei negoziatori palestinesi e israeliani, rispettivamente Saeb Erekat e Tzipi Levni, Ministro della Giustizia accompagnato dal consigliere di Netanyahy, Yitzhak Molcho, è stata accolta con ottimismo dal mediatore Kerry, il quale così si è espresso: «Capisco lo scetticismo ma non lo condivido, non credo ci sia tempo per questo. Tutte le questioni, compreso il contenzioso sullo status dei territori e di Gerusalemme, sono sul tavolo con un fine semplice: un modo per porre fine al conflitto» e ancora: «Molte cose stanno accadendo e se qualcuno dice che israeliani e palestinesi non possono trovare terreno di intesa, non credetegli». Da parte dei negoziatori, invece, Tzipi Levni concorda sulle oggettive difficoltà che circondano i negoziati ma, allo stesso tempo, riconosce quale scopo primario lo sguardo verso il futuro non soffermandosi più solamente sul passato.

I temi centrali esposti al tavolo delle trattative sono stati prevalentemente quelli riguardanti le questioni fondamentali che più di tutte costituiscono notevoli ostacoli al raggiungimento di una pace: futuri confini e sicurezza. Inoltre, non sono mancati riferimenti alle risorse idriche in Cisgiordania e Gaza e all’emergenza dei profughi palestinesi. È proprio su questo ultimo punto che Barack Obama si è espresso personalmente, auspicando e prevedendo il ritorno dei rifugiati palestinesi non in Israele ma nella futura Palestina. Ciò che si prevede, infatti, è la restituzione, ai palestinesi, dei territori occupati dopo la guerra dei Sei Giorni (1967), gestione congiunta di Gerusalemme e creazione di uno stato palestinese. Insieme al ‘via libera’ delle trattative si è deciso anche per una nuova road map, questione che si discuterà nello specifico durante le prossime settimane.  

Già nei giorni scorsi, alcuni passi sono stati compiuti da Israele: promessa di liberazione di 104 prigionieri palestinesi. La scarcerazione graduale di alcuni detenuti palestinesi, nelle carceri israeliane da almeno 20 anni a causa della partecipazione a fatti di sangue, dovrebbe avvenire progressivamente e a scaglioni terminando definitivamente tra 8 mesi. La decisione non è stata accolta positivamente né dall’opinione pubblica israeliana, né dai familiari di alcune delle vittime dei sanguinosi avvenimenti degli anni ’80. Il quotidiano israeliano Hareetz rende noto che nella lista di coloro che verranno liberati compaiono anche alcuni terroristi. Il Primo Ministro Netanyahu ha fatto sapere che la scarcerazione di tali detenuti è stata una decisione sofferta ma necessaria, in quanto gli interessi della nazione hanno la precedenza: «È un momento difficile, ma ci sono momenti in cui occorre prendere decisioni difficili per il bene del paese. E questo è uno di quelli».

Severe critiche sono quelle che provengono da alcune Ong palestinesi, le quali condannano Abu Mazen per il ritorno al tavolo delle trattative con ‘l’Israele occupante’ che non si è impegnato a portare a termine neanche richieste basilari come il termine dell’occupazione. Secondo alcuni, il presidente dell’ANP sarà costretto, attraverso molte promesse, a rimanere al tavolo delle trattative per poi cedere su alcune questioni fondamentali riguardanti la causa palestinese. A rilasciare una dichiarazione è stata Palestina NGO Network, rete comprendente 133 organizzazioni, la quale ha tenuto a precisare la gravità di una simile decisione. La condanna è stata rivolta ancora alla stessa ANP, accusata di aver rinunciato alla possibilità di trascinare Israele dinanzi alla Corte Costituzionale Internazionale.