Pubblicato il: Dom, Giu 16th, 2013

Hassan Rohani è il nuovo Presidente dell’Iran

di Riccardo Venturi

Hassan Rohani 

Hassan Rohani è il nuovo Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Il tetto della maggioranza assoluta è stato sfondato e non si terrà alcun ballottaggio. Il 15 giugno del 2013 segna dunque la fine del controverso ottonnato di Ahmadinejad. L’elezione del neo-Presidente è stata sorprendente per diversi motivi. La vittoria al primo turno dell’unico candidato considerato “moderato” e l’alta affluenza alle urne, hanno ribaltato i pronostici su una diffusa sfiducia dell’elettorato che avrebbe incrinato la compattezza dei riformisti. Gli iraniani, reduci dalla dura repressione del 2009 e da una crescente rigidità istituzionale, sembravano scettici rispetto a questa nuova prova elettorale. Invece i candidati conservatori sono stati sconfitti e, a differenza di quattro anni fa, la soddisfazione sul risultato sembra essere piuttosto trasversale. Innanzitutto, la Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, aveva preparato il terreno per l’elezione di un Presidente a lui vicino, a prescindere dalle differenze fra le visioni politiche dei candidati. Il Consiglio dei Guardiani della Costituzione ha filtrato 8 nomi su oltre seicento candidature, lasciando in gioco solamente personalità considerate non pericolose per l’egemonia della massima carica del paese. Khamenei ha cercato di mantenere un delicato equilibrio, puntando a ufficializzare le candidature più comode, senza rischiare di replicare le spaccature, le accuse di brogli e i conseguenti disordini del 2009. La Guida Suprema, quindi, non si è schierata apertamente a favore di nessuno dei sei possibili futuri Presidenti; a differenza di Rafsanjani, Khatami e Ahmadinejad, Rohani dovrebbe rappresentare una garanzia di stabilità. Allo stesso tempo, l’elettorato moderato e riformista iraniano ha potuto convergere su un solo nome, riuscendo così a dare voce unitaria alle proprie istanze.

La bocciatura dell’ex-Presidente Rafsanjani e il ritiro del riformista Mohammad Reza Aref, hanno costretto la maggioranza non conservatrice a una scelta quasi obbligata. L’iniziale orientamento all’astensione è stato compensato da un’attiva campagna pro-voto per Rohani, candidato appoggiato anche dall’altra grande figura riformista del panorama politico iraniano, Mohammad Khatami. La convinzione con la quale la base moderata si è riunita intorno a Rohani e l’endorsement pubblico dei due ex-Presidenti, hanno evitato situazioni simili a quelle di quattro anni fa. I riformisti “duri e puri” sono lontani dalla posizione di cerniera politica intercettata dal Presidente neo-eletto, ma l’inaspettata vittoria al primo turno evidenzia la volontà di cambiamento di gran parte della popolazione. Hassan Rohani è inoltre una personalità importante e stimata, in contrasto con l’iperdecisionismo e il radicalismo di Ahmadinejad. Figura molto vicina a Rafsanjani, è stato anche il capo dei negoziati sul nucleare sotto la presidenza di Khatami, contraddistinguendosi per le sue aperture al dialogo con l’Occidente. Rohani è ricordato per aver accettato volontariamente la sospensione del programma di arricchimento dell’uranio e per aver consentito le ispezioni dell’Agenzia Nucleare per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite. Le dimissioni del 2005, proprio all’inizio del primo mandato di Ahmadinejad, sottolineano ulteriormente le sue divergenze rispetto alle politiche perseguite da Teheran in questi ultimi anni. Il nuovo Presidente è comunque una persona proveniente dall’interno dell’establishment iraniano e ha preso parte alla Guerra tra Iran e Iraq, la sua immagine è quindi saldamente legata all’ideologia rivoluzionaria dell’Iran post-1979. Nonostante ciò, le sue aperture sui diritti e soprattutto sul ruolo delle donne, hanno contribuito a compattare intorno a lui l’elettorato moderato e anche quello riformista, rimasto orfano di una vera rappresentanza.

Cittadine iraniane al voto

Gli altri protagonisti di queste elezioni completano il quadro della situazione che certifica la straripante vittoria di Rohani. Gli altri due favoriti, Mohammad Qalibaf e Saeed Jalili, entrambi di estrazione conservatrice, sono meno legati all’immagine di un cambiamento. Il primo, attuale sindaco di Teheran, ha posto l’accento sul grande consenso riscosso dalla sua amministrazione tra i cittadini della capitale e, durante la campagna elettorale, ha puntato sulla sua fama di pragmatico e moderato. Qalibaf si è però fermato al 16%, non riuscendo a contrastare l’ondata moderata a sostegno di Rohani. Jalili è invece un oltranzista, vicino al “principalismo” della linea dura, ed era probabilmente il candidato preferito dalla Guida Suprema. Anch’egli è stato capo dei negoziati sul nucleare. A differenza del nuovo Presidente, Jalili è noto per la sua rigidità sul programma di arricchimento dell’uranio e ha pesantemente criticato Rohani per le scelte intraprese durante la presidenza Khatami. Gli altri candidati, il fedelissimo di Khamenei, Ali Akbar Velayati, e i due indipendenti, Moshen Rezaee e Mohammad Gharazi, sembravano fin da subito fuori dalla competizione elettorale: in questo caso le previsioni si sono rivelate esatte.

L’Iran si prepara a voltare pagina. I sei protagonisti della partita presidenziale, ben distanti dall’omogeneità con la quale sono stati descritti in Europa e Nord America, erano comunque accomunati da una decisa volontà di rottura con le politiche di Ahmadinejad, arrivato negli ultimi anni ai ferri corti con la Guida Suprema. Il veto del Consiglio dei Guardiani sulla candidatura del delfino del Presidente uscente, Rahim Mashaei, rappresenta una chiara indicazione dell’ingerenza di Khamenei in queste elezioni.  La canalizzazione dei movimenti riformisti sul nome di un candidato “non scomodo” come Rohani e la spaccatura del fronte conservatore hanno relativa importanza per la Guida Suprema. L’establishment clericale esce rafforzato rispetto a quattro anni fa, mentre i riformisti vedono legittimate le proprie aspirazioni politiche.

Nonostante ciò, rimangono molti dubbi sull’effettivo ruolo del nuovo Presidente. Il sistema politico iraniano, a prescindere da qualsiasi giudizio, è comunque contraddistinto da delicati equilibri interni. Rohani dovrà tenere conto non solo delle volontà di Khamenei, ma anche di una sorta di ultimatum posto da un elettorato sempre più sofferente per le sue disastrose condizioni socio-economiche e per la rigida censura governativa. Inoltre, il nuovo Presidente dovrà gestire i rapporti con il clero, con l’ala principalista radicale (in particolare Pasdaran e Basiji, il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e la forza paramilitare ad esso subordinata), con una classe media-imprenditoriale sempre più scontenta, ma anche con i colossi militare e industriale, espressione del nazionalismo persiano più intransigente. Per non rischiare di scontentare qualcuno e per mantenere saldo il timone del paese, Rohani dovrà agire con giudizio ed equilibrio, preparandosi ad affrontare le delicate sfide internazionali e domestiche.

Mentre Teheran è piegata da una crisi economica dilaniante, da un’inflazione record e da altissime percentuali di disoccupazione, le sanzioni imposte dalle cancellerie occidentali contribuiscono ad alimentare una spirale recessiva senza fine. Se la Guida Suprema rimane il centro nevralgico delle decisioni del paese, unica vera protagonista di cambiamenti politici radicali, il Presidente dovrà comunque guidare l’Iran verso la rottura dell’isolamento internazionale e dovrà fare il possibile per evitare escalation belliche della crisi con Israele. Da questo punto di vista, i suoi precedenti sul dossier nucleare lasciano ben sperare. La repressione degli anni passati e il progressivo deterioramento della situazione interna, eredità della dissennata gestione di Ahmadinejad, lasciano comunque molte perplessità sulla reale portata di questa svolta, apparentemente decisa e non arginabile. Il rigido controllo clericale sulla politica, l’esclusione dei candidati riformisti dalla competizione elettorale, la presenza di contrappesi interni legati a diversi interessi e la volontà di Khamenei di indirizzare e gestire fin da subito la transizione, potrebbero lasciare ben pochi spazi di manovra a Rohani.