Pubblicato il: ven, Giu 7th, 2013

Immigrazione, dossier Lunaria: ‘politiche italiane sempre più costose e disumane’

di Matteo Battistini

Le politiche italiane sull’immigrazione sono sempre più costose e lontane dal concetto di umanità. Il dato emerge dal dossier “Costi disumani” pubblicato da Lunaria, che dal 1992 si occupa di monitorare la situazione italiana e favorire la promozione sociale senza fini di lucro.

Lo studio dimostra come dal 2005 al 2012 alla voce immigrazione siano state messe in campo “politiche del rifiuto” sempre più inefficienti. In tutto circa un miliardo e seicento milioni di euro tra fondi comunitari e fondi nazionali, pochi dei quali finiti in assistenza. Le voci più impegnative riguardano il controllo (sistemi di rilevazione, pattugliamenti alle frontiere, gestione dei Cie, burocrazia varia), le espulsioni e i rimpatri. Tutti gli slogan delle campagne elettorali fatte sugli immigrati trovano la loro concretizzazione in un fiume di denaro sprecato in leggi e nuove regole spesso fallimentari.

Questi i costi: 60 milioni sono stati impiegati per i rimpatri, 110 milioni per i controlli sulle frontiere del Mezzogiorno (condivisi con l’Europa), 330 milioni spesi per il “Piano di controllo delle frontiere esterne”, 150 milioni per la cooperazione con i Paesi d’origine degli immigrati (ma sempre in ambito di controllo, e non di aiuto; fece scalpore l’accordo firmato con la Libia per il controllo delle frontiere per prevenire i viaggi verso Lampedusa, che portò all’istituzione di campi di concentramento in mezzo al deserto, dove morirono a centinaia). A tutto questo bisogna aggiungere i costi di gestione dei Cie, in realtà complessi da decifrare: infatti, i fondi vengono erogati insieme ai Cara (Centri destinati ai richiedenti asilo), e dovrebbero aggirarsi intorno al miliardo di euro. Lunaria, incrociando vari dati, ha ipotizzato una voce di spesa per i soli Cie di circa 60 milioni di euro l’anno. In tempo di crisi e spending review, sono parecchi soldi, ma i risultati ottenuti sono scarsi: per questo tutte le politiche di controllo messe in campo a livello europeo vengono considerate fallimentari sul piano pratico, prima ancora che sul piano etico.

Secondo le stime del Ministero dell’interno, in Italia risiedono al momento circa 500 mila irregolari: di questi ogni anno ne vengono intercettati circa 28 mila. Molti meno i fascicoli processuali aperti (la clandestinità è reato). Per quanto riguarda le sanzioni: la multa non viene quasi mai pagata (si tratta di indigenti), e il rimpatrio avviene solo nel 40% dei casi. In compenso, però, queste persone finiscono per sovraffollare le carceri o gli stessi CIE, dove sono costrette a rimanere anche 18 mesi, sopportando pessime condizioni di vita. Ed è così che l’Italia guadagna anche le condanne europee per violazione dei diritti umani.

La clandestinità è una condizione creata dalle leggi dello Stato, e dalla condizione di illegalità derivano conseguentemente altri reati: a chi volesse tirarsi fuori da questa situazione, le leggi in vigore non danno alternative. Molte associazioni, infatti, parlano di fallimento evidente di “modello” di gestione dell’immigrazione e chiedono una modifica di approccio.

Da qui nasce l’appello mosso dalla comunità senegalese durante la festa di Magal Kazou Rajab, la festa nazionale del Senegal che quest’anno è tornata a Genova, città dove la presenza senegalese è molto forte. «Non vogliamo più essere abusivi» grida Doudou Samb, organizzatore della festa. «Purtroppo molti stranieri non hanno la possibilità di vendere nel rispetto della legge; per questo tanti si ritrovano ad andare in spiaggia o sulle bancarelle improvvisate in giro per la città». Un problema frequente in molte città italiane, soprattutto turistiche, e che in tempi di crisi porta a polemiche sempre più aspre: «sarebbe bello avere uno spazio dove vendere prodotti locali e artigianali per invitare tutta la città a scoprire la nostra cultura, un luogo da cui non dover fuggire ogni volta che arriva la polizia, e dove non aver paura che venga sequestrata la nostra merce». Il modello è quello pisano, dove poco distante dalla torre sono stati autorizzati molti spazi, in poco tempo diventati un incontro tra culture e persone, in grado di colorare la città.