Pubblicato il: ven, Mag 10th, 2013

Se dico rom…? Indagine sulla rappresentazione di Rom e Sinti nella stampa

di Matteo Battistini

«Quando abbiamo deciso di svolgere la nostra ricerca, sapevamo che avremmo trovato nella stampa selezionata un’attenzione “particolare” verso i rom. Ma ci siamo resi conto anche di qualcosa d’altro: la sistematica associazione dei rom con fatti negativi che non li vedono direttamente coinvolti». Sta tutto in questa frase il senso del lavoro di analisi portato avanti dall’associazione Naga e ora condensato in un dossier, “Se dico rom… Indagine sulla rappresentazione dei cittadini rom e sinti nella stampa italiana”, appena pubblicato.

Un lavoro accurato, meticoloso, svolto su nove testate giornalistiche, diverse per tipologie e “aree d’influenza”: le prime quattro testate nazionali per tiratura (Repubblica, Corriere della sera, La Stampa, Il Sole 24 ore), due nazionali e orientate verso destra (Libero, Il Giornale), una di partito (la Padania), una locale (La Prealpina) e una free press (Leggo, con la maggior tiratura in assoluto, più di due milioni di copie giornaliere). Ove possibile, sono state prese in considerazione pure le notizie locali, focalizzate su Milano (sede di lavoro del Naga). L’indagine ha analizzato i quotidiani per dieci mesi (giugno 2012 – marzo 2013). Una serie di articoli messi in fila su cui riflettere, che rappresentano una piccola guida agli orrori giornalistici del nostro tempo.

Come denunciato nell’analisi, nella gran parte degli articoli vengono utilizzate parole, perifrasi, virgolettati con l’intento chiaro di associare “necessariamente” un evento delittuoso all’appartenenza etnica; escamotage che mai si sarebbero utilizzati per altre categorie di appartenenza (basta fare una semplice controprova, come suggeriscono gli stessi volontari: cambiando i soggetti degli articoli, ad esempio da “rom” a “ebreo”, l’articolo si rivela insopportabilmente razzista).

È proprio la scelta delle parole e degli eventi a segnalare l’intento discriminatorio “a priori”. Gli esempi non mancano: un intero articolo è dedicato da Libero ad un gruppo di rom che si lavano in una fontanella (la “invadono”, nel linguaggio del giornalista): il fatto che i vigili abbiano fatto notare ad alcuni cittadini che non sussisteva nessun reato diviene la dimostrazione che «in materia di sicurezza la giunta comunale ha perso il controllo della città». Un articolo su Libero che racconta di una scritta (“italiani bastardi”) comparsa su un muro finisce con l’affermare che «ormai siamo nelle loro mani» riferendosi ai rom cui si attribuisce arbitrariamente la scritta. Sul Corriere della sera alla descrizione della malavita nei quartieri milanesi vengono associati i rom senza che siano descritti eventi criminali da loro commessi, ma solo perché «vanno e vengono intorno a piazzale Lugano»: andare e venire, si legge nel dossier, sono le azioni che i rom compiono più spesso negli articoli, usate come se fossero eventi deprecabili in sé. Gli esempi riportati sono decine.

Spesso le accuse vengono riportate tra virgolette, come citazione di passanti o semplice deduzione ma con nessuna attinenza reale: così facendo il giornalista riesce a confermare lo stereotipo negativo senza prendersi la responsabilità di affermarlo. Basta una lettura veloce, senza interrogarsi sui nessi logici mancanti, e la non-notizia diventa verità, il pregiudizio viene elevato a fatto concreto.

A conferma dell’intento discriminatorio della stampa c’è un altro meccanismo giornalistico usato spesso, e con identiche modalità tra i diversi giornali: la creazione di un noi e un loro. Viene descritto accuratamente nel rapporto, perché è il compimento del percorso stesso di esclusione. «Questa strategia si compone di due passaggi. Primo, si rappresentano due gruppi ben distinti: i “cittadini” e i rom. Sono due gruppi divisi, diversi ontologicamente e che non si intersecano. A questa diversità contribuisce la costruzione dei rom come portatori, per natura, di caratteristiche negative. Secondo passaggio, si rappresentano i diritti – e più in generale il benessere – degli uni e degli altri come alternativi». A loro le case popolari, a noi niente; a loro feste libere, a noi mille permessi per una festicciola; a noi mille regole per gettare i rifiuti, a loro è permesso gettarli ovunque, e così via. Le pagine dei quotidiani sono farcite di articoli e commenti di questo tipo.

Quale l’intento? Viene spiegato così: «La separazione ha una funzione importante nei processi discriminatori perché interrompe il flusso empatico. Se si assiste a un’ingiustizia ai danni di un altro, l’empatia fa percepire indignazione perché ci si mette in qualche modo “nei suoi panni”. Questo meccanismo scatta quando l’altro viene percepito come proprio simile. Si tratta di schemi che agiscono al di sotto della linea della razionalità e che portano al convincimento che i rom sono “ontologicamente” diversi da “noi”».