Pubblicato il: gio, Mag 2nd, 2013

Wounded Knee, il luogo massacro dei Sioux all’asta

di Valeria Vellucci

Il sito di Wounded Knee, South Dakota, rischia di essere messo in vendita all’asta. Questo il timore che sembra farsi largo conseguentemente alla decisione, presa il mese scorso dal proprietario James Czywczynski, di metterlo in vendita. Tuttavia, un ultimatum circa l’acquisto del terreno, rivolto ai proprietari originari del luogo, i Sioux Oglala, era stato fissato per ieri 1 maggio. Non essendo giunti ad alcun accordo, si è deciso per un ulteriore prolungamento.

Wounded Knee è il luogo dove, nel 1890, si ebbe il brutale massacro dei Sioux: circa 300 nativi americani, tra cui donne e bambini, furono freddamente uccisi dai cosiddetti ′visi pallidi′. Sito di grande importanza storico culturale in quanto simbolo di quella che fu la grande generazione degli indiani d’America, nonché luogo di sepoltura del noto Sioux Oglala, ′Cavallo Pazzo′.

Rancori e i dissidi legati alla situazione, non possono certo essere definiti propriamente attuali. Più di 2.500 terre, originariamente appartenenti agli indiani d’America, furono frazionate e poi privatizzate già durante i primi decenni del ‘900. Seppur il governo americano abbia successivamente dichiarato il terreno di Wounded Knee come National Historic Landmark, l’appezzamento fu acquistato, nel 1968, proprio da Czywczynski. L’intento iniziale del neo proprietario di origine polacca, sarebbe stato quello di costruirvi un motel e rendere l’area ′commerciale′, ma il progetto non fu mai concretizzato. Successivamente, nel 1973 emersero problematiche che  sfociarono in violenti scontri tra polizia e rappresentanti dell’″American Indian Movement″. In quell’occasione, infatti, le tribù accusarono Washington, ribadendo di essere stati condannati alla povertà ed imprigionati all’interno delle riserve.

È quindi di poche settimane fa, l’improvvisa decisione di vendere l’area ad un prezzo di 4.9 milioni di dollari, sebbene ne valga appena 14.000. Acquistare il terreno è, a detta di Brian Brewer (presidente della tribù Sioux Oglala) praticamente impossibile dato l’elevato costo di vendita proposto da Czywczynski. Da parte loro, i federali dichiararono che vari indennizzi sono stati versati alle tribù locali, e che quindi le loro condizioni economiche non potrebbero essere definite così precarie come invece essi affermano. È addirittura lo stesso Czywczynski ad affermare che per circa 30 anni ha provato a vendere il territorio alle tribù locali, ma essi hanno sempre rifiutato.

La decisione di vendita non è stata quindi accolta con positività dagli appartenenti alla tribù Lakota, uno dei tre gruppi Sioux, i quali si oppongono vivamente a qualsiasi commercializzazione del sito, avendo timore che possa finire nelle mani di qualche speculatore edilizio. L’opposizione non è generata dalla contrarietà nei confronti di uno sviluppo che tenda a preservare ed educare il pubblico all’importanza storica di quella che è la loro terra. Il dissenso è rivolto ad una ipotetica commercializzazione che condurrebbe alla perdita della sua ‘integrità’ e quindi della memoria storica stessa.

Era l’inizio di aprile quando membri dei Lakota indirizzarono una lettera, tramite il docente di cultura Lakota Joseph Brings Plenty, direttamente ad Obama e alla sua amministrazione. L’appello, pubblicato dal New York Times, è di intervenire per far sì che il sito venga acquistato dal governo federale, in modo tale che non si ceda ad una sua eventuale commercializzazione. Ed ancora, Plenty così si esprime: «Le grida dei nostri antenati morti, sono in pericolo di essere soffocate».

Se il sito rimanesse nelle mani del governo, non venduto quindi ad alcun privato, potrebbe essere reso come ′monumento nazionale′. Questo l’augurio degli ultimi Sioux, impossibilitati nell’acquistare quella che di fatto è la loro terra.